Martedì Sberle: Assomigliare a me stesso

La peggior sberla filosofica che io abbia mai ricevuto mi è arrivata con un secolo di rincorsa, direttamente da Nietzsche: “Diventa ciò che sei! Diventa te stesso!”
Ma come, fu la mia risposta d’acchito, con la guancia ancora violacea, io sono me stesso, maledizione! Guardami, mi vedi? Eccomi qua, in tutto questo identitario splendore! Osservami, io sono come mi vedi.
E invece no.
C’è una certa fatica della vita umana, una fatica che con ogni probabilità altri esseri animati non percepiscono poiché sprovvisti di un forte senso di autocoscienza, ed è la fatica del somigliare a se stessi. È una frase che può far sorridere i più sprovveduti ma che porta con sé un carico di angoscioso abisso per chi sappia scrutarne le profondità: devo assomigliare a me stesso. Ciò implica che il lavoro del pensiero è quello di far aderire ad un qualcosa intangibile, inarrivabile, irraggiungibile, ovvero a “me stesso”, quella cosa che spesso usiamo per gioco, inconsapevolmente e spesso con troppa leggerezza, ovvero… “me stesso”.
C’è una scissione faticosa e incolmabile tra quello che sono e quello che dovrei essere, tra il mio stato attuale e la mia potenza, avrebbero detto Spinoza e Bergson. C’è un divario incolmabile tra la mia attualità e la mia inattualità, tanto per dirla con Nietzsche (e sono così in imbarazzo a parlare di questo argomento che devo per forza prendere a prestito le parole d’altri). C’è un salto insostenibile tra ciò che vedo ora allo specchio e la natura di ciò che io sono. E il mio lavoro non è affatto quello di riconoscermi, guardarmi, osservarmi, ma è quello di divenire, di ascoltare una trasformazione, di assecondare un mutamento. Il mio lavoro è pensare in un modo che assomiglia a ciò che sto diventando, comportarmi in un modo che aderisca alla tensione che incarno, parlare in una maniera che rappresenti non quello che sono, ma quello in cui mi trasformo di continuo.
Molto spesso oggigiorno si sente ripetere che la libertà sta nell’accettarsi. Ma si tratta di un pensiero incompleto, poiché se accettassi quello che sono ora, nella mia attuale forma mentale e corporea, probabilmente dovrei tramutarmi in pietra, come i troll sorpresi dall’alba repentina. Non ci si accetta per ciò che si è, ma si accetta la trasformazione che continuamente ci pervade, il divenire che incarniamo, la mutazione in cui siamo coinvolti. Accettiamo la scissione tra ciò che vediamo di noi stessi e quello che diventeremo poi, troppo piccoli per decidere quando fermarci, troppo impotenti per determinare il momento in cui basta. Possiamo convincerci in ogni momento di aver trovato l’Eldorado o la Terra Promessa, ovvero il luogo e il tempo in cui quello che sono e quello che dovrei essere corrispondono perfettamente: è quello il Paradiso, il posto nel quale la trasformazione, la tensione faticosa della vita trova finalmente riposo. Ma quella convinzione sarà di nuovo fatta a pezzi da qualcosa di potente, di incontenibile, di inestinguibile.
Questo accade perché siamo totalmente ciechi tanto a quello che siamo (poiché il presente ci sfugge, l’attualità è già scomparsa nel momento in cui tento di osservarla) quanto a quello che dovremmo essere (dal momento che non abbiamo alcuna via d’accesso al luogo da cui proveniamo, non sappiamo com’è fatto il nostro animo, non abbiamo alcuna idea della natura che ci compone). Quella cecità, quell’oscurità che viene prima (“The darkness that comes before”, per prendere a prestito le parole di Scott Bakker) siamo esattamente noi, siamo la tensione tra il prima e il dopo, siamo lo scollamento tra l’attuale e l’inattuale, siamo il movimento di trasformazione. La sberla più grande è quella che riceviamo quando, convinti di aver trovato il nostro luogo di pace, ci accorgiamo di essere di nuovo in viaggio, controvoglia e controvento, presi in quel turbine di ceffoni che è la vita. E abbandoniamo la pesantezza dell’essere per gettarci nella corsa del diventare, di nuovo, qualcosa d’altro, qualcosa che assomigli ancora di più alla mia vita.
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Martedì Sberle: Consolazioni

Finiamo sempre per pensare ciò che ci è più comodo.
Ma non parlo soltanto degli stolti e degli ignoranti: persino i filosofi, dopo un lungo percorso di critica e autocritica, di sentieri interrotti e biforcazioni intellettuali, dopo un viaggio dentro e fuori la propria mente, finiscono per sostenere le idee che ritengono più conformi alla loro vita e alla loro visione del mondo. Non c’è eccezione a questo, non c’è alcuna possibilità di sottrarsi all’inevitabile legge della propria mente. Finiamo per pensare ciò che ci è più comodo non per malvagità oppure ottusità, né per sarcasmo o casualità, ma semplicemente perché io sono tutto ciò su cui posso appoggiare le mie idee: non ho nient’altro che me stesso per strutturare la mia visione del mondo, non posseggo null’altro che me stesso, il mio passato, le mie esperienze e le mie paure, il mio carattere e la mia personalità, i miei ricordi e i miei desideri, per edificare un palazzo di concetti, opinioni e prospettive. Non c’è nient’altro che me in questo deserto chiamato “monade“.
Alcuni si sentiranno offesi (meglio: schiaffeggiati) da questa rivelazione poiché amano pensare che le loro idee siano frutto della relazione, della comunicazione, della trasmissione di dati, dell’incontro con l’altro, ma ciò è il pensiero consolante che ci narriamo nella solitudine della nostra esistenza semplicemente per avere conferma del fatto che non moriremo soli. In realtà, non incontriamo mai davvero l’altro se non filtrato sotto la pesante lente di quello che noi siamo, della nostra storia e di tutti gli illusori incontri fatti in passato, che non sono mai stati veri incontri con l’altro ma sempre e soltanto incontri con me stesso. Così, accade che quando scorgiamo qualcuno, là fuori, egli vestirà i panni di un vecchio amico o di un vecchio nemico, e sulla base di quel vestito finiremo per giudicarlo; quando osserviamo un fenomeno, un evento, la rappresentazione che di essa ci faremo sarà prodotta dalle numerose esperienze inconscie che abbiamo fatto da piccoli. E saranno sempre i nostri desideri o le nostre paure a produrre l’amore o l’odio che proviamo nei confronti di quel personaggio pubblico, di nostra moglie, dei compagni di scuola di nostro figlio. Sarò sempre io, moltiplicato per mille, a incontrare il mio stesso sguardo di approvazione o disprezzo, smarrimento o risolutezza, e sarò sempre io a ricevere risposta alle mie domande, ogniqualvolta tenterò di parlare con qualcuno, là fuori.
Così, in nulla si differenzia il filosofo dallo scaricatore di porto, il letterato dall’ignorante incallito: entrambi sono pervasi da una medesima idiozia. L’unico minuscolo scarto è forse la consapevolezza di questo processo, dal momento che (si spera) il filosofo avrà ricercato così tanto e così a fondo dentro di sé da aver capito che il mondo non è fatto che di , mentre forse lo scaricatore di porto non avrà percezione di questo fatto e continuerà ad essere cieco all’incontro che in ogni istante il mondo gli propone con sé medesimo. Ma capita a volte (e oggigiorno ancora più spesso) che i ruoli vengano esattamente invertiti: il filosofo sarà massimamente convinto di star incontrando il mondo, sarà tronfio dell’apparente emancipazione delle sue idee, come se esse provenissero da un pozzo senza fondo in cui gli dèi, in tempi antichi, hanno riversato la conoscenza; mentre lo scaricatore di porto, indebolito dalle sberle del destino, si sarà finalmente convinto che il vero mostro è lui stesso, nessun altro.
Probabilmente viviamo nell’epoca che più di tutte, sia dalla parte del filosofo che da quella dell’illetterato, ha dimenticato questo fatto ineluttabile della vita: non posso uscire da me stesso, in alcun modo, e nessuno esce mai davvero da se stesso, nemmeno con la trasmigrazione delle anime. Ma pensare il contrario è consolatorio, e tanta è la paura della solitudine da rendere piacevole anche a me questa convinzione.
Purtroppo per me, alle consolazioni preferisco le sberle.
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Sabato 30 giugno e domenica 1 luglio sarò a Torino per due eventi correlati al libro! Non mancate! 

Martedì Sberle: Tutto quello che non puoi

Ci sono cose che non puoi. Cose che non puoi e basta. Ma non perché l’ha deciso qualcuno o perché te l’hanno imposto dall’alto. Ci sono cose che non puoi semplicemente perché il raggio d’azione della tua mente, delle tue mani e delle tue parole è limitato. Ci sono cose che non puoi ma che su di te possono. Possono romperti, modificarti, trastullarti. Possono usarti, modificarti, ucciderti. Possono tutto su di te mentre tu non puoi nulla su di loro. Non basta dire che è ingiusto, non basta affermare il tuo valore, non basta convincerti che tu puoi tutto: non puoi e basta. Non serve dire che non esistono né affermare che un giorno potrai: non puoi e basta. Non puoi metterti d’accordo con un gran numero di persone per dire all’unisono che insieme si può: così come non puoi da solo, non potete neanche in trecentomila. Nella maggior parte dei casi, le cose che non puoi in nessun modo ma che su di te possono tutto risiedono dentro di te. E non basta dire che le hai superate, che ci hai fatto i conti, che le hai rimosse, dimenticate, negate: loro continuano a potere su di te, che ti piaccia o no. Non puoi farci nulla e non puoi combatterle, sono reali così come è reale il tramonto visto ieri, questa tastiera su cui digito, la vita delle piante, l’esperienza della morte. Tu non puoi nulla su quelle cose interiori nello stesso modo con cui non puoi nulla nel sovvertire la forza di gravità; non puoi nulla su quelle cose a te intime come non puoi nulla sullo svuotamento degli oceani. Non puoi per il semplice motivo che sei limitato nel pensiero e nell’azione e non basta convincerti che tutto sia comunicazione, che con la parola e la forza della mente ogni cosa viene messa a posto, che tutto è frutto della forza di volontà. Tu continui a non potere. Non puoi smettere di sentire quella determinata sofferenza o quella gioia tutta particolare anche se ti convinci che sono illusioni; non puoi venire abbandonato dai tuoi incubi e dai tuoi sensi di colpa anche se ti ripeti che sono tutte astrazioni; non puoi far funzionare la tua visione del mondo nonostante il mondo, anche se ribadisci che è tutto relativo. Non puoi e basta. Non puoi smettere di intuire che nell’altro c’è quella stessa cosa che permette a te di considerarti un soggetto vivo, anche se ti convinci che l’altro è uno zombie o un automa, qualcosa di non vivo; non puoi giustificare il desiderio di sopraffazione sull’altro anche se ti ripeti che tu solo hai il diritto alla libertà; non puoi disfarti della sensazione di aver bisogno dell’altro per capire ciò che tu sei, anche se ribadisci la tua autosufficienza e solitudine radicale. Non puoi dominare l’altro senza la vergogna che la realtà ti impone in conseguenza. Non puoi e basta. Non puoi negare la realtà che sei e che agisce su di te, non puoi anche se cerchi di farlo in ogni modo. La realtà resiste e ti piega anche se hai le parole più persuasive del mondo per piegarla al tuo volere. La persuasione non basta poiché le parole sono manifestazione di tutto ciò che non puoi fare. Non puoi perché ogni cosa che fai è descrizione dei tuoi limiti. Non puoi perché la realtà è sempre inaspettata nella sua immensità e tu ti trovi sempre inatteso nella tua insufficienza. Non puoi perché sei quel che sei e non sei altro, anche se ti racconti, ti convinci, comunichi, ribadisci di essere tutt’altro. Non puoi perché prima o poi resti nudo a contemplare quello che sei. E quando ti rendi conto dell’infinità di cose che non puoi, forse finisci persino per innamorarti. E se sei davvero fortunato, t’innamori di quel che sei e che non puoi. A quel punto puoi arrenderti, sapendo che andrà tutto bene.

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MARTEDÌ SBERLE: Vivere è Scommettere

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La strada verso la felicità è lastricata di incertezze.
Le incertezze sono quelle che pesano sul tuo bilancio esistenziale quando ti trovi a dover fare qualche progetto: “Andrà bene il colloquio? Sarò all’altezza delle aspettative? Le mie capacità saranno sufficienti? E io? Io sarò pronto per quello che mi aspetta?”
Sei alla costante ricerca di una polizza assicurativa contro il fallimento, come se qualcuno potesse darti la certezza che se inizierai a fare qualche cosa, se darai vita a quel progetto che stai ideando da anni, il successo arriverà. Sei sempre in cerca di un indizio che ti permetta di dare inizio al tuo progetto senza il rischio di vederlo crollare inesorabilmente sotto il peso dell’insuccesso. Non importa di che cosa si stia parlando: può essere il tentativo di conquistare il desiderato partner, oppure la speranza che l’attività in procinto di avviarsi trovi terreno fertile; si può parlare di economia o sentimento, di cultura o hobby, in qualunque caso cercherai un antidoto all’incertezza, un qualche cosa che ti permetta di dire: “So già che le cose funzioneranno“.
E invece questa è la vera fantasia. 
“L’uomo è la creatura che progetta” scrisse Sartre. Ma se il progetto porta con sé tantissime cose positive, come l’inventiva e la creatività, il talento e la speranza, ciò che non ci dà di certo è la sicurezza. Il progetto, ovvero la dimensione più propriamente umana dell’agire, è aperto all’impensato, all’imprevisto, all’incertezza e all’insuccesso. Sarebbe così bello poter essere creature progettuali senza doversi accollare rischi enormi, vero? Sarebbe bello progettare di costruire una relazione con quella ragazza e avere già in tasca la certezza che tutto andrà bene. Avviare un’associazione culturale, una piccola azienda, un progetto di divulgazione, il tutto già reso solido dalla certezza della riuscita. Ma niente nella vita è così poiché il progetto non tiene in sé anche il risultato di ciò che verrà.
È per questo che la progettualità umana è uno slancio, una scommessa, un salto senza rete. La progettualità pretende di mettere a rischio un certo quantitativo di energie, tempo, amor proprio, talento, idee, denaro, salute, senza avere alcuna certezza che quella spesa verrà controbilanciata da un guadagno. La progettualità è bellissima perché ci fa respirare la libertà di pensare e creare, ma è crudele poiché non ci permette mai davvero di prevedere quello che avverrà. Quando progettiamo siamo proiettati verso l’inatteso.
La felicità si raggiunge solo ed esclusivamente attraverso quella scommessa, di qualunque tipo essa sia, poiché il progetto è sempre volto a ritagliarmi una maggior felicità, di qualunque natura essa sia. Senza rischio, senza slancio, senza salto senza corda non c’è felicità. E senza tutto ciò non c’è progetto, perciò non c’è umanità.
La prossima volta in cui ti senti infelice, insoddisfatto, senza energie, prova a chiederti quale sia stato l’ultimo momento in cui ti sei preso quel rischio, quand’è stata l’ultima volta in cui hai scommesso sull’unico capitale che davvero puoi mettere sul piatto, ovvero te stesso: ti accorgerai che forse è da molto tempo che non lo fai, che forse ti sei illuso di averlo fatto ma ti sei tirato indietro perché volevi avere maggiori sicurezze, volevi stipulare una polizza contro il fallimento, non sopportavi l’incertezza che il progetto porta strutturalmente con sé. In quel momento devi iniziare a scommettere, non puoi più mentire a te stesso: inizia a scrivere senza avere la certezza di essere pubblicato, registra video senza la sicurezza di venir guardato, proponiti senza la certezza di essere accettato, slanciati senza la sicurezza di cadere sul morbido. Altrimenti tu non vuoi davvero essere felice, vuoi solo nutrire un’infelicità a misura della tua paura.
E questo, amico mio, è il peggiore dei peccati.

MARTEDÌ SBERLE: Consolazioni (con)Temporanee

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Ti piacerebbe poter dire che ogni tua decisione, ogni scelta, ogni aspetto della tua vita è in realtà determinato da qualche cosa su cui non avevi potere, vero? Soprattutto le cose brutte della vita: le colpe, le decisioni sbagliate, le stronzate commesse, le idee malsane e nutrite per lungo tempo. Quello non ero io, quello era un altro, le circostanze mi ci hanno costretto, ora sono diverso, adesso e non prima sono padrone della mia vita. E poi, quando commetti l’ennesima cazzata il gioco ricomincia.
“L’idiota è sempre un altro” vale soprattutto per sé: quando commetto una cosa imbecille e ripenso a quello che ho fatto il mio sistema di autodifesa tratta colui che ha compiuto quell’atto come se fosse altro da me. Ora sono diverso significa: in quel momento ero posseduto, non ero in me, le condizioni che mi muovevano mi rendevano schiavo di potenze aliene. Ora mi sono liberato, ora che non sono più idiota posso guardarmi indietro e dire che adesso sono davvero io.
Ma le cose non sono così semplici ed è facile aggrapparsi al determinismo quando fa comodo, ovvero a concepire se stessi come “mossi” da forze a noi esterne solo quando questo ci consola, mentre ci consideriamo liberi soltanto quando facciamo qualcosa di buono. È facile considerarsi vittime delle proprie azioni più nefaste e autori di quelle più nobili e positive. Ma questa è solo una consolazione (con)temporanea, un momento storico nel quale il determinismo viene usato a piacimento per giustificare il fatto che portiamo sempre con noi tanto i nostri vizi quanto i nostri pregi.
Il determinismo non si può adottare a piacimento. Se ci consideriamo vittime di quello che di orribile commettiamo, pensiamo, desideriamo, allo stesso modo siamo vittime di quello che di buono facciamo. Se non abbiamo liberamente scelto di imboccare quella strada maledetta allora non abbiamo liberamente scelto di intraprendere la strada che così tante soddisfazioni ci ha portato. Se siamo stati posseduti da quelle idee stupide e pericolose, se non abbiamo davvero scelto di pensare quelle cose ma siamo stati in qualche modo manipolati nel pensarle, allora siamo stati posseduti anche dalle idee di cui andiamo orgogliosi (e che diventeranno oggetto di rifiuto quando poi le cambieremo, come i vestiti dopo una corsa). Se siamo marionette di chissà quale funesto demiurgo, lo siamo sempre e non solo quando ci piace esserlo.
La volontarietà non si può adottare a piacimento. Se vogliamo mostrare a tutti che siamo liberi di compiere gli atti per i quali andiamo orgogliosi dobbiamo considerarci liberi anche quando compiamo scelte stupide e imbecilli. Se vogliamo essere considerati responsabili degli atti edificanti di cui ci sentiamo autori allora dobbiamo essere considerati responsabili anche dei delitti di cui ci macchiamo. Se esprimiamo la nostra volontà attraverso le idee che ci rendono migliori dobbiamo ammettere che la nostra stessa volontà di esprime quando siamo convinti di idee malsane e pericolose. Se vogliamo che la nostra personalità si realizzi in quel particolare pensiero che sentiamo di aver liberamente intessuto, non possiamo nasconderci di fronte al fatto secondo cui anche quel pensiero che in passato abbiamo nutrito e che oggi ci fa ribrezzo era manifestazione della nostra personalità e libertà. Se siamo f-autori di quello che facciamo, lo siamo sempre e non solo quando ci piace esserlo.
Tra determinismo e libertà non c’è salvezza né soluzione di comodo. Non c’è consolazione poiché l’esistenza non è consolatoria. C’è soltanto l’evidenza secondo cui i nostri pensieri, le nostre azioni, i nostri comportamenti nascono da un abisso che ci è invisibile e che non possiamo scrutare se non perdendoci. E che forse, quelli che chiamiamo determinismo e volontà sono due facce della stessa medaglia. Ma essendo ciechi al loro vero volto ci risultano così alieni da renderne impossibile la piena comprensione.
Non so se di questa idea vado orgoglioso o se me ne vergogno.
Di certo sono io che voglio esprimerla anche se forse non ho mai avuto altra scelta.