MARTEDÌ SBERLE: L’eternità dello schiaffo

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Prendere schiaffi fa bene. Non parlo degli schiaffi fisici, quelli non fanno mai bene (anche se qualche sganassone non risparmiato avrebbe forse raddrizzato Salvini, e non parlo necessariamente dell’infanzia), sto parlando degli schiaffi morali, quelli che ti becchi quando esprimi ciò che sei nel mondo là fuori. Quelli che ti riserva la zona di non-comfort. Quelli che ti dimostrano che non importa quanto tu sia convinto di essere un maestro della vita, un professore dell’esistenza, il mondo sarà sempre pronto a smascherarti mettendo a nudo la tua limitatezza.
Il lavoro di una creatura pensante è abbandonare sempre le proprie zone di comfort. Bisogna iniziare fin da piccoli, quando scrivi il tuo primo racconto e lo fai leggere alla nonna/zia/mamma, e lei sarà sempre pronta a dirti che sei fantastico, che il tuo talento ti porterà lontano, che la tua unicità sarà un faro per i dispersi in cerca di guida. In quel momento bisogna trovare la forza di voltarsi dall’altra parte e far leggere quel racconto a un perfetto sconosciuto, meglio ancora se è qualcuno che di narrativa ci capisce, e lasciarsi inondare dai “non ce la farai mai“, “devi per forza migliorare” e perché no, da un bel “fa cagare!” Questo non tanto per un sadismo vivace e coraggioso, quanto piuttosto per com’è strutturata la nostra personalità: bastano infatti due complimenti lanciati a casaccio per edificare una cittadella di presunzione, ma bisogna esporsi continuamente ai dardi del franco destino per saper valutare il in modo onesto e cristallino.
Prendere schiaffi fa così bene che gli schiaffi bisogna cercarseli. Non c’è niente di peggio infatti del permaloso, di colui che, abituandosi fin troppo ai complimenti facili e alle carezze delle zone di comfort, rifiuta categoricamente di pensar-si in termini critici. Costui è assuefatto all’idea che sia sempre la realtà a conformarsi all’idea che egli ha di sé, quando le cose stanno esattamente all’opposto: è l’idea che ho di me stesso che necessita sempre di adattarsi al mondo così come si presenta al mio sguardo. Lo scollamento tra percezione e realtà, che oggi sta facendo così tanti danni, inizia proprio da lì: diventare dipendenti dalla propria zona di comfort. Che è una cosa comprensibilissima eh, anzi, direi addirittura che l’essere umano è una creatura che evolutivamente ha sviluppato questa tendenza piuttosto mortifera (che si traduce nella sedentarietà, nei bias cognitivi, nella pigrizia esistenziale), ma il lavoro del pensiero è quello di mettere sempre in discussione questa tendenza, e gli schiaffi sono la via giusta.
Lo schiaffo di chi ti dice che devi lavorare più duramente per raggiungere un obiettivo che ti sei posto. Lo schiaffo di chi demolisce l’opera che hai compiuto, che ai tuoi occhi è oro puro e invece lo è soltanto allo sguardo opaco di chi quell’opera l’ha compiuta. Lo schiaffo di chi sa mostrarti come difetti quelli che tu ti sei convinto che siano pregi. Lo schiaffo di chi ti permette di ampliare lo sguardo sul mondo, comprendendo una fetta più ampia di quest’ultimo che ti permetta di considerare lo sguardo precedente come limitato, ristretto, fasullo.
Lo schiaffo è un atto sub specie aeternitatis. Non è un atto paternalista, non vuole indicarti la via giusta, vuole semplicemente farti notare che senza alcun dubbio la via che stai prendendo è sbagliata, storta, insufficiente. Lo schiaffo non è quello di chi vuole importi il suo punto di vista, ma l’evento che ti permette di criticare il tuo punto di vista. Lo schiaffo non ha autore, lo schiaffo esiste e ti aspetta, sempre. E per questo lo schiaffo non sbaglia mai.
Prendere schiaffi è la via giusta per l’evoluzione. Evitare gli schiaffi è la via giusta per l’estinzione (a meno che con “schiaffi” non intendiamo pallottole o bombe atomiche, in quel caso le cose non stanno esattamente così). Prendere schiaffi rappresenta l’allerta costante che mi permette di saper sempre discernere tra la realtà e la percezione, soprattutto per quanto riguarda me stesso. Prendere schiaffi è l’occasione giusta per mettere sotto una lente critica le mie idee, le mie opere, le mie parole e i lavori che di volta in volta l’autocompiacimento, la permalosità e la pigrizia mi spingono a considerare a priori come cose preziose. Prendere schiaffi è l’unico modo per ricordarsi che il valore delle cose sta nell’energia che riesco a mettere in quello che faccio, dico, penso e produco, e quell’energia va sempre ravvivata col sacro fuoco del “fa cagare!”
Senza quel sacro fuoco, diventiamo solo sassi. E i sassi sono permalosi. E i sassi permalosi, per come la vedo io, sono estinti da tempo perché sanno solo assecondare la forza di gravità o la volontà di chi li scaglia.

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