Libro del Mese di Luglio

La biblioteca condivisa dei miei Mecenati cresce sempre di più, ma dopo molti moderni e contemporanei, è giunto il momento di spostarci nell’antichità!

Per il mese di luglio ho infatti deciso di proporre come Libro del Mese un trittico platonico: “Apologia di Socrate”, “Simposio” e “Fedone”! La morte, l’amore e l’anima sono i protagonisti di questa trilogia concettuale così fondamentale per comprendere a fondo il nostro modo di pensare e di vivere le criticità della vita. Probabilmente i tre dialoghi più famosi, ma anche più complessi e di difficile interpretazione, proprio per la quotidianità e l’intimità di ciò che in essi viene espresso!

Ovviamente, come sempre il libro verrà da me acquistato e spedito a casa, corredato da scheda di lettura che faciliti la comprensione delle opere. Se non volete perdervi questa occasione, aderite al mio Programma Patreon al livello 6 non oltre il 1 luglio! Avrete accesso a corsi online gratuiti, hangout collettivi mensili, contenuti esclusivi e racconti inediti! 😀

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Riordinare le idee

(leggere il seguente brano con QUESTO sottofondo)

Bisogna essere buoni, cazzo.
Non c’è altra frase da dire, non c’è nessuna parola ulteriore da pronunciare. Essere buoni, cazzo, nient’altro, per tanti di quei motivi che mi mette in imbarazzo doverli elencare, ma sarà il mio modo di esser buono, cazzo, per stasera.
Bisogna essere buoni, cazzo, perché siamo qua per così poco tempo che sprecare anche un solo momento a gettare rancore e bile contro tutto e tutti significa non avere capito quanto si possa perdere in un solo istante sprecato.
Bisogna essere buoni, cazzo, perché in fondo che cosa ci costa renderci conto che ogni altro essere umano nella storia dello spaziotempo si sveglia, si è svegliato e si sveglierà con le mie stesse paure, i miei timori e le mie insicurezze, con le mie stesse bugie e i miei stessi sotterfugi, con le colpe fasulle che ci hanno insegnato, e che cerca, ha cercato e cercherà le stesse gioie, le medesime conferme, desiderando esattamente ciò che desidero io.
Bisogna essere buoni, cazzo, perché ce l’ha detto Van Gogh, ce l’ha detto Vonnegut, ma poi ce l’hanno detto Gesù e Buddha, ce l’hanno detto Kant, Hegel e Kafka, e forse un passo di umiltà dovremmo farlo ogni tanto, ammettendo che se ce l’hanno detto loro forse hanno più ragione di noi, dei nostri rancori, delle nostre stupide viltà.
Bisogna essere buoni, cazzo, perché anche se ci nascondiamo dietro paroloni come etica e moralità, anche se affastelliamo di leggi, convenzioni e pregiudizi i nostri discorsi, sappiamo tutti perfettamente cosa significa essere buoni, cazzo, e lo sappiamo perché siamo dotati di ragione e la ragione è quella d’esser buoni, cazzo.
Bisogna essere buoni, cazzo, perché ce lo suggerisce la musica dei Neutral Milk Hotel, perché ce lo mostrano le storie di Charlie Kaufman e il cinema di Jarmusch, perché ce l’ha insegnato Bill Hicks facendoci ridere, ce l’ha insegnato Calvino facendoci piangere, ce l’ha insegnato Lovecraft facendoci spaventare, ce l’ha insegnato la mamma facendoci addormentare.
Bisogna essere buoni, cazzo, perché ogni qualvolta facciamo del male a qualcuno, quell’azione si porta dietro tracce molto più indelebili di qualsiasi gesto gentile, e quando perderemo irrimediabilmente coloro che abbiamo amato percepiremo di più le mancanze che non le gioie, e le ferite faranno più male di quanto non ci facciano bene i bei ricordi, e quindi bisogna esser buoni, cazzo, perché già è difficile così, pensate poi se ci comportiamo male che casino.
Bisogna essere buoni, cazzo, perché quando siamo morti, siamo morti, e non c’è più nulla da fare, niente da scusarsi, nulla da giustificare, negare, ridere. Quindi, bisogna essere buoni, cazzo, perché tanto potrebbe essere ora l’ultimo istante e preferirei trascorrerlo baciando, non litigando.
Bisogna essere buoni, cazzo, perché ce lo mostra la storia cosa succede quando non si è buoni, cazzo, ce lo fa vedere con i massacri di chi ha voluto vendetta, le stragi di chi ha cercato la rivincita, il sangue di chi non aveva voce per dire “vogliamo esser buoni, cazzo”.
Bisogna essere buoni, cazzo, perché se mai c’è qualcosa da chiamare dio, beh, allora io che sono ateo e pieno di fiducia vi dico che pure lui si sarà detto in un qualche momento della sua eternità “devo esser buono, cazzo” e in quel momento ha dato vita alla vita, l’universo e tutto quanto, mettendosi l’anima in pace e smettendo di dimenarsi nel Nulla.
Bisogna essere buoni, cazzo, ed è tutto ciò che dovremmo dirci in silenzio, stasera, mentre stringiamo la mano di qualcuno vicino a noi, con la giusta musica nell’aria.

Storia d’Altri

Di storie così se ne possono leggere in ogni dove, in ogni quando, non c’è un interstizio dell’esistenza in cui questo tipo di narrazioni non possano trovare posto, non perché la storia sia così comune ma perché questo tipo di storie, proprio come il tipo di storia che sto raccontandovi, si infila nei posti più impensati, nel cappuccino a colazione, tra i documenti sulla scrivania, nella chiacchierata tra due amanti dopo il coito, ovunque queste storie gocciolano, s’insinuano, fingono e dissimulano, esattamente come l’uomo di cui la storia narra, un uomo come tanti non perché comune, ma perché ha adottato così tanti volti da perdere traccia di ogni origine, di ogni nome, un uomo che ha vissuto mille vite fino a non viverne nemmeno una, e mi direte, Ma insomma, quante volte abbiamo sentito questa storia, e io vi rispondo, Lo vedete che queste storie s’insinuano dappertutto, però ecco, ciò che non avete visto finora è la fine di un uomo che non ha origine, che tra le mille vite ne ha vissuta una da contabile, strutturando i piani fiscali di esistenze di cui non gliene importava nulla, per poi diventare agrimensore del proprio vuoto, misurando in chilometri e forse miglia l’inutilità di aver imitato, dissimulato, falsificato fino allo spasimo del perdersi tra le maschere, convincendo se stesso ma non la sua vita di quanto fosse inutile adottare un nome, un’identità, convincendo se stesso ma non la sua vita di quanto fosse inutile vivere una sola vita, al punto che durante le notti nascoste dietro identità d’altri si ripeteva nell’insonnia, E domani chi vorrò essere, si ripeteva, Un avvocato in difesa delle cause dimenticate oppure un commesso viaggiatore che percorre il mondo in cerca della prossima vita da rubare, ecco cosa si ripeteva, ma poi anche, Potrei diventare re o regina ma sarebbe una condizione troppo dittatoriale che mi impedirebbe di sparire facilmente, perché vedete quest’uomo, un uomo che ha attinto al senso e al significato di tutti fino a perdere ogni senso e ogni significato proprio, ha vissuto così tante vite da nascondersi in ognuna di esse, nascondersi da che cosa poi, questo solo dio lo sa (e non pensate che la velleità di rubare la vita di dio non l’abbia sfiorato durante le peripezie che qui vi racconto, ma valeva il medesimo ragionamento fatto sul re e la regina), ma si è insomma nascosto così bene e in così tanti nascondigli impensabili, come la vita di un giardiniere che cura cespugli a immagine e somiglianza della propria insipienza, come il marito di una donna in carriera che suggeva linfa vitale da figli avuti da chissà quale rapporto sessuale passato, in così tanti nascondigli impensabili ha perduto le trame dei proprio obiettivi che ora lo potete osservare lì, sul ciglio di un precipizio al quale non sa dare un nome, per aver camminato sul bilico di qualche cornicione anonimo, nella veste di un suicida, ma non sa più se quel suicida sia lui oppure un altro, non sa se la morte che desidera sia la morte della sua vita o della vita di qualcun altro, e allora continua a ripetersi tra denti digrignati, Ma chi è che vuol morire, sono io a volermi gettare oppure è l’ultima vita che ho imitato, così pensava ad alta voce il malcapitato, ma nemmeno sappiamo se il male sia capitato a lui oppure a un altro, chissà di chi è quella vita che parla sul precipizio, fatto sta che questa storia finisce con la morte di un uomo che non sa assolutamente capire né ha il minimo indizio se quella morte gli appartenga, esattamente come la vita che si è tolto, non sa minimamente se quell’uomo che è morto sia lui oppure non sia lui, e mentre cadeva dal cornicione rideva per la stupidità di non aver vissuto manco una vita vestendone un migliaio, mentre cadeva piangeva della comicità di essersi tolto una vita che nessuno in realtà gli aveva messo addosso, e si chiedeva, Sono io che muoio oppure è qualcun altro, ma non ha finito la frase che l’asfalto se l’era già preso, infine.

Anche – su Brian Dettmer

Pensiamo altrimenti.
Altrimenti, pensiamo.
dett1Si parte sempre da un’ipotesi folle, dalla (non) necessità di un sentiero alternativo. Hai mai pensato d’altri? E Altro? L’hai mai pensato, l’Anche? Hai mai pensato come penserebbero anche altri, pensando che Altro sei tu? Cos’è mai il pensiero se non questo.
È cosa strana, pensare. Perché non è solo pensiero, è Anche pensiero.
Non si direbbe qualcosa che abbia a che vedere solo con la fame e la sete, no. Né solo con un meccanismo fisico di causa ed effetto, magari elettrico, magari alchemico. Pensare è strano perché pensando ci si estrania. Si diventa Anche straniero, oppure si diventa, e anche basta.
Me lo sono immaginato spesso io, il primo pensatore della storia del pensiero, guardato dagli altri come oggi guarderemmo un eccentrico funambolo in procinto di inghiottire il fuoco. Me lo sono immaginato, deriso e temuto da tutti, mentre si chiedeva: “E se così non fosse? E se fosse Anche altro?” Continua a leggere “Anche – su Brian Dettmer”

La disabitudine alla vita

Ciò che ci viene mostrato è esattamente ciò che guardiamo.
Guardiamo un corpo, un bambino, una spiaggia. Non vediamo la vita perché siamo disabituati a vederla. Ciò che non vediamo è ciò che non ci viene proposto con superficialità dai media. Noi guardiamo, ma non vediamo. Come quando rallentiamo in autostrada perché c’è un incidente e ciò che guardiamo, quando passiamo accanto al luogo dello schianto, è solo cadaveri, lamiere, carne. Non c’è altro perché, molto semplicemente, ci siamo disabituati a vedere. Ci scandalizziamo non per la morte o per la vita, ma perché quel cadavere, quel corpo, è così simile al nostro. Non è empatia, è immedesimazione.  Continua a leggere “La disabitudine alla vita”