La YouTube educativa su Repubblica!

Molto di nuovo sul fronte occidentale!
Ieri, lunedì 25 gennaio, sul quotidiano nazionale “La Repubblica” è apparso un articolo a due pagine sul movimento educativo che sta invadendo YouTube. Sono felice di vedere che finalmente i mezzi di informazione “mainstream” si stanno accorgendo del fatto che YouTube non è solo gaming e prank, perché esiste un piccolo agguerrito gruppo di canali che non si arrende e continua a combattere per un web più consapevole, intelligente, utile.
Ecco l’articolo, quindi, lo trovate a pagina 22-23!

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La disabitudine alla vita

Ciò che ci viene mostrato è esattamente ciò che guardiamo.
Guardiamo un corpo, un bambino, una spiaggia. Non vediamo la vita perché siamo disabituati a vederla. Ciò che non vediamo è ciò che non ci viene proposto con superficialità dai media. Noi guardiamo, ma non vediamo. Come quando rallentiamo in autostrada perché c’è un incidente e ciò che guardiamo, quando passiamo accanto al luogo dello schianto, è solo cadaveri, lamiere, carne. Non c’è altro perché, molto semplicemente, ci siamo disabituati a vedere. Ci scandalizziamo non per la morte o per la vita, ma perché quel cadavere, quel corpo, è così simile al nostro. Non è empatia, è immedesimazione.  Continua a leggere “La disabitudine alla vita”

Beati gli ultimi

Lampedusa_Sbarco--400x300Beati gli ultimi perché saranno i primi?
E noi facciamo rimpiangere loro d’essere ultimi, sotterriamoli con tutta la forza che questa vita da primi ci concede, con tutta la furia, tutta la violenza, tutta la tecnologia che possediamo fino a che non ci verrà tolta dalla morte. Saranno i primi? Bene, e noi stupriamone le donne mentre urlano l’impotenza in lingue sconosciute, slabbriamone i corpi fino ad attraversarne l’anima da parte a parte, in cerca del motivo per il quale noi marciremo all’inferno. Saranno i primi? Ottimo, ma nel frattempo bruciamo i loro corpi e portiamo la guerra sopra le loro case, noi che finché siamo i primi possiamo trascorrere le serate davanti alla televisione a commuoverci falsamente di fronte all’ennesimo massacro, noi che possiamo twittare la nostra umanità con un aforisma ben studiato, noi che abbiamo imparato la compassione sui libri che narrano la disumanità. Saranno i primi? Allora cancelliamo le loro nazioni, sbarazziamoci dei loro paesi, erodiamo le loro montagne, falciamo le loro teste, annulliamo le loro speranze. Saranno i primi? Allora bombardiamoli con le nostre testate di rancore, ché ci risulta insopportabile pensare che gli dei non preferiscano i nostri volti ben truccati e sbarbati, i nostri vestiti alla moda, le nostre mani delicate, ci risulta inaccettabile che gli dei preferiscano quelle pance deformate, quei volti brutti e sdentati, quei corpi deformi e ridicoli. Gli ultimi saranno i primi? E noi affrettiamoci a farli affondare a colpi di cannone e demagogia, per far loro rimpiangere di essere i prediletti della giustizia, dea bendata e puttana dell’umanità; sbrighiamoci a farli marcire dentro celle anguste, torturati per colpe che sono tutte nostre; siamo lesti nello spellarli vivi sotto il sole cocente. Saranno i primi? Ma adesso i primi siamo noi, e mentre possiamo far di loro ciò che più odiamo sbraniamoli, deridiamoli, uccidiamoli, schiacciamoli, divoriamoli, massacriamoli, facciamo loro rimpiangere questa vita dal momento che loro ci faranno rimpiangere quella successiva. Ma non perdiamo occasione: condanniamoli al rogo delle carni, zittiamone la protesta silenziosa e impariamo a urlare sempre più forte, a sbraitare le nostre inadeguatezze, a vomitare sulle loro teste pelate e sanguinanti ognuna delle nostre incertezze. Saranno i primi? E chi se ne importa allora se adesso da ultimi verranno sventrati e sbudellati, umiliati e dissacrati? Chi se ne importa se durante questo effimero passaggio nel mondo essi saranno cancellati dal nostro odio per la nostra condizione di primi? Chi ha deciso, dio mio, chi mai ha deciso che io dovessi starmene fra i primi con queste armi, queste tecnologie, questa cattiveria senza nome, chi mai ha deciso per me questo destino di dover stuprare a distanza, tele-uccidere, massacrare virtualmente interi popoli, culture, famiglie e tribù? Chi se ne importa se durante questa vita avrò sazio il ventre e vuoto l’animo se poi durante la vita successiva sarò ultimo degli ultimi, mentre gli ultimi di adesso mi guarderanno dall’alto in basso, disprezzandomi? Chi se ne importa di tutto, dal momento che il tutto è assurdo e inaccettabile?
Saranno i primi? Bene, noi sbarazziamocene finché ancora siamo in tempo per condannarci.

La fitta sassaiola dell’incuria

Schermata 2015-03-26 alle 13.25.41La sentite? Sta arrivando, come uno schianto.
Ma non si tratta di un aeroplano, è l’orda degli opinionisti della domenica-anche-se-è-giovedì, è l’esercito imbelle degli psicologi improvvisati, il branco imbizzarrito di chi vorrà dire a ogni costo la propria, nonostante tutto e nonostante tutti.
Avevano gli occhi sbarrati davanti al teleschermo, una mano ficcata nei pantaloni in cerca di un’erezione facile, il sudore sulla fronte che tradisce uno spasmo nervoso ben visibile a occhio nudo; avevano poche cose da fare e molto tempo da buttare, erano gli sciacalli dei morti, i razziatori della sofferenza altrui, erano i cronisti del disastro. E aspettavano solo una notizia da sbranare facilmente.
Io temo questa orda barbara di assuefatti all’opinione che diranno la propria intorno alla tragedia, lucrando visibilità intorno a qualcosa su cui tutti dovremmo fare silenzio. Ma loro no, del silenzio hanno paura.
“Aveva un rapporto malato con sua madre” diranno alcuni, lanciando complessi di Edipo in versione volante, interpretazione del parricidio come “simbolo del disastro perpetrato” e altre cazzate simili da retwittare un po’ ovunque.
“Si era convertito all’Islam” scriveranno sul Giornale o su altri postriboli dell’informazione deforme.
“Non aveva superato il conflitto paterno” continueranno, “Aveva avuto un’infanzia infelice” ribadiranno, “La moglie lo tradiva” accuseranno, “Il fisco lo piallava” insinueranno.
E io sarò là a guardarli, seduto in un angolo, nel buio di una stanza isolata, a temere per le fatalità dei miei gesti futuri, della possibilità di venire tritato dalla macchina dell’opinione-facile. È la fitta sassaiola dell’incuria, quella di chi non si cura dell’onestà e della verità a riguardo di una tragedia perché ha a cuore soltanto la propria bocca e la possibilità di sputare qualche parola a casaccio.
E invece, quanto sarebbe bello starcene zitti, almeno per un giorno, a guardarci dentro.
E io, di tutto quello che è accaduto, non so assolutamente nulla.

“Immagini il silenzio se tutti parlassero solo di quello che sanno?”