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Una Serata Dedicata a Lovecraft!

thumb-350-236755Questa sera YouTube si fa catacomba, antro oscuro, mostra di atrocità.
Dalle ore 21.00 ci vediamo in diretta streaming sul mio canale per parlare di mostri e misteri, ignoto e terrore, in una serata buia per parlare della letteratura, del pensiero e delle paure di H.P. Lovecraft!

Non mancate!

Dresda-Trafalmadore, sola andata

C’è Billy Pilgrim dentro una gabbia da cui osserva un pianeta alieno. Poi c’è Kurt Vonnegut dentro una gabbia da cui osserva una città rasa al suolo dalla codardia degli uomini. Chi l’avrebbe mai detto che questi due eventi lontani nello spazio e nel tempo avrebbero trovato posto in una stessa storia? Continua a leggere Dresda-Trafalmadore, sola andata

La trincea

trinceaApri gli occhi.
Bruciano. Sei sordo. L’elmetto ti schiaccia i pensieri come una fornace, mentre tutt’intorno piovono terra, sassi e ombre. Percorri a ritroso con la mente le tappe di questa devastazione, come quando la scorsa Pasqua seguivi le fermate della via Crucis, sulla collina che sta alle spalle del tuo paesino. Ma qui non c’è molto da ricostruire, forse perché è già stato distrutto tutto.
Gli occhi si infiammano. Le orecchie sono completamente tappate dopo il boato. La luce ha squarciato il piombo che ammanta il cielo, nello stesso modo in cui un coltello taglia la torta di compleanno. Chissà se mai potrai festeggiarne un altro.
Pensieri stupidi. Torna in te.
I cunicoli scavati a fondo nella terra ti si snodano attorno come un intestino. Tu sei un bolo in fase di digestione, scivoli avanti e indietro attraverso il duodeno, il crasso, ti divincoli dalle prese della polvere che cerca di scioglierti, tossisci e imprechi, ma non contro dio, mamma ti ha insegnato bene. Le mani toccano le pareti della trincea, sono bollenti, arroventate da un caos che forse ti scotta anche sotto la pelle. Stai urlando qualche cosa, ma non vedi nulla, non senti nulla, non riconosci nemmeno le tue parole.
L’esplosione è stata devastante, probabilmente un colpo di mortaio piovuto da chissà quale inferno, deflagrato a pochi metri di distanza, quando sopravvivere si è fatto impossibile.
Ripensa, ricostruisci, non dimenticare.
Chi era lì con te? Puoi fare qualche cosa per tirarli fuori da questo disastro?
Puoi fare qualcosa per tirarti fuori da questo disastro?
Signore delle cime, fammi sopravvivere.
Apri la bocca.
La gola ti va a fuoco. Respiri melma rarefatta e veleni caustici. Tutt’intorno il nero pervade la trincea. I cinque sensi sono in sciopero, il tuo contatto con il mondo è diventato un’idea di sopravvivenza, ma non sai a cosa, né perché. Sopravvivere alla propria cecità, alla sordità, alla mancanza di contatto con ciò che sta attorno. Forse solo questo panico è la prova che sei ancora lì, che questo incedere attraverso il labirinto difensivo non è una pura illusione.
Non v’è altra sensazione che ti esploda nel petto.
Panico.
La bomba sembra aver ricoperto tutta la zona con un nero gas di scarico. È caduta, e ha estratto dalla terra tutte le ombre in essa racchiuse. Le ha aspirate e accartocciate in aria. Poi le ha scagliate come una palla di neve durante l’inverno. Ma questa era l’esatto contrario della neve: nera, puzzolente, acida, rovente.
Piena di morte, non di risate.
Piena di niente.
La bomba ha sconquassato il tuo corpo, rendendoti invisibile alla tua stessa presenza. La mente non riesce a fermarsi, anche se dovrebbe. La cosa migliore sarebbe accovacciarsi, chiudersi dentro quella vacuità, respirare a fondo per lasciar scorrere lo spavento e l’orrore, espellerli dalla mente come un escremento. Eppure, la mente non riesce a fermarsi, come colpita da un sovraccarico di realtà. La mente lavora, gira e si affanna nel raccogliere tutti i cocci sparpagliati dentro il cervello, nelle mani, nello stomaco. Ma che cazzo, pensi, è stata solo una stupida esplosione come ne ho sentite tante, ora devo calmarmi.
Ora devo calmarmi.

Cara Romina,
queste sono tutte le parole che avrei desiderato scriverti, e che pure terrò nella mia tasca, perché non ho cuore di affidarle a un estraneo. Servono molto più a me, di quanto non possano essere utili a te, e se ora le mie dita si sciolgono sul foglio come la pazienza di fronte a un amico che muore, è solo perché ho bisogno di sentire nuovamente qualche cosa che mi batta nel petto.
Qui le cose sono andate tutte storte. Ci eravamo detti che i nostri occhi non sarebbero cambiati, eppure i miei lo sono. È come una siringa piena di immagini brutte, quella che mi viene iniettata ogni giorno dentro il cervello, e anche se per un breve periodo ho cercato di resistere (oltre che di esistere), ora credo che le mie difese siano crollate inesorabilmente.
Qualche giorno fa, sedici miei compagni di divisione sono morti in un’imboscata. Ho visto le loro facce sgretolate, i loro corpi ridicolizzati dal metallo fuso. Ho visto gli arti diventare coriandoli, le loro bocche sciogliersi sul fango, le loro mani evaporare nel fumo.
Ho visto le teste scoperchiate, il petto squarciato, i piedi affondare.
Qui le cose sono andate tutte in malora.
Anche se questa lettera non ti arriverà mai, dentro questa trincea ti stringo a me come un’idea, e la indirizzo alle tue labbra che non sussurreranno queste stesse parole, mentre leggi.
Ma mi piace immaginarti mentre lo fai.
I nostri sedici anni erano una promessa che non ho potuto mantenere.

Rialzati.
Anzi, no. Che motivo hai per rialzarti?
Respiri la terra e la polvere, i tuoi polmoni si riempiono di tutto il sangue che in essi si è infiltrato. Respiri la morte dei tuoi compagni che giacciono accanto a te. Devi essere inciampato sulla gamba di qualche cadavere, o forse ti sono mancate le forze per continuare a correre dentro questo dedalo.
Rialzati.
I suoni ovattati di altre esplosioni tutt’intorno raggiungono il tuo cervello senza passare dalle orecchie. È come se fosse il tuo corpo ad assorbirli, come se le frequenze sonore facessero vibrare le tue ossa, percuotendoti il cervello. Sei un guscio chiuso ermeticamente, i pensieri irriconoscibili, come una folla indistinta di individui che sgomitano, si picchiano, pestandosi i piedi e insultandosi a ripetizione.
Signore, dammi la forza di trovare di nuovo ordine.
Forse, se ti metti a cercare bene dentro la testa, riconoscerai uno di quei pensieri che ti affollano la coscienza in modo così maleducato. Forse, tra di essi, c’è proprio il pensiero che cerchi, ovvero il momento in cui hai compiuto una scelta, la scelta di prendere il tuo corpo e scaraventarlo in mezzo a questo inferno. Tra di essi, c’è indubbiamente il ricordo di quella scelta razionale, il momento in cui hai deciso. Mentre respiri tra le ceneri, trovi insopportabile l’idea di aver lasciato che la tua esistenza venisse trascinata qui dentro, in questo intestino di proporzioni terrestri, in questo lago di carne carbonizzata e occhi spenti. Quando hai compiuto questa scelta?
Rialzati.
Da pochi passi senti un suono, una voce debole che ripete ossessivamente una parola. Ma la parola non la riconosci, è pronunciata in qualche dialetto ramingo. Annaspi, le mani sfregiano il terreno sui cui sei riverso, ti aiutano a rimetterti in piedi, ricacci indietro un conato di vomito, ti avvicini a quella voce. Com’è possibile che, in mezzo a tutto quel disastro, nel centro della tua sordità, privato degli impulsi del mondo esterno, questa voce fragile ti sia arrivata alle orecchie?
L’impulso di avvicinarti alla fonte di quella voce è irresistibile. Esiste ancora un legame con il mondo, dopo tutta questa distruzione? La parte buona della tua mente dev’essere davvero resistente, per riuscire a riconoscere ancora una via d’uscita. E anche se quella voce non fosse una via d’uscita, sarebbe comunque qualcosa di meglio di questa completa e devastante sordità.

Queste sono tutte le parole che avrei voluto dirti in sogno, visitandoti durante i brevi e rari momenti di quiete che la guerra ci concede. Queste sono le sillabe che mi sono rimaste, dopo averle sprecate tutte pronunciando i nomi dei miei compagni morti, dopo aver imparato a gridare la paura di morire, ma soprattutto la paura di sopravvivere senza più l’anima.
Quaggiù, sotto la tempesta di vetri e acciaio che soffoca la trincea, ancora persiste in un qualche piccolo angolo della mia mente il tuo odore. Lasciamelo qui, lascia che muoia insieme a me, lascia che si addormenti insieme a noi. È l’unico elemento che mi tiene lontano dalla pazzia, o almeno credo.
La certezza che non esista via d’uscita ce l’ho nelle mani, sporche del sangue di uomini buoni; ce l’ho negli occhi, rovinati dalle immagini di mutilazione e massacro; ce l’ho nelle orecchie, pervase dalle urla dei giusti che muoiono senza aver mai scelto di morire. Perché, anche se si potesse uscire da questo abisso tracimante di nulla, non sarebbe certo una salvezza.
Romina, ti confesso che bramo la morte molto più di quanto ormai brami la libertà. Voglio morire, qui, essa mi abbrancherà come un sollievo, lontano dalle bombe, dalle stragi, dalla follia. Lontano dalla sensazione di essermi lasciato trascinare negli eventi senza aver davvero scelto.
E desidero di non perdere il ricordo dell’unica scelta che io abbia davvero compiuto: amare te, osservarti, desiderarti, pensarti come madre dei miei figli, volerti come futuro dei nostri pensieri. Qui è così facile perdere la sensazione meravigliosa di scegliere qualche cosa. La trincea ti rinchiude, ti comprime, ti indirizza inevitabilmente verso un’unica direzione, che è pure quella sbagliata.
Ma la trincea non ti dà scelta.
Ti imprigiona.
Ti inghiotte.
E poi ti risputa, vivo o morto, ma irrimediabilmente vuoto, proprio come un cadavere.

Cecità.
Il buio ti entra nelle orecchie, nel naso, nella bocca. Gli occhi sono tumefatti di lacrime, invasi da polveri di ogni tipo. La tua mano cerca una scarpa, un braccio, delle dita, seguendo quella voce che mormora una parola di dolore. Tutt’intorno le bombe cadono ancora, granate che gridano, mortai che sibilano. Sembra incredibile che il fiato di un uomo morente riesca a trapassare quella cortina di fracasso che chiamiamo comunemente guerra, anche se non sembra un grido d’aiuto.
«Diàloio» dice l’uomo che giace a terra, seduto con la schiena contro la parete di fango che percorre tutto il labirinto nel quale vi trovate.
«Diàloio», non sai che cosa vuol dire. Lui lo sussurra, sembra un dialetto proveniente da così lontano, ti suona straniero all’orecchio, privo di assonanze.
«Che dici? Cosa cerchi di dirmi?»
Signore, dammi la forza di aiutare questo disperato!
Gli occhi dell’uomo sono sbarrati, li vedi appena attraverso la fessura delle tue palpebre, irritate dai fumi della battaglia. Respiri a fatica, la gola brucia, tocchi la mano del tuo commilitone, lui la ritrae spaventato. «Diàloio» urla, stavolta scandendo meglio le parole. La sua gamba è mutilata, non può spostarsi troppo da lì, il dolore percorre il suo volto. L’esplosione si è presa l’arto fino a metà del femore, ma i suoi occhi sono puntati su di te. Ti squadrano, inorriditi. Sussurra ancora quella parola, te la lancia addosso fomentando la tua incomprensione: «Diàloio».
«Vieni, ti prendo e ti trascino via di qui», senti le parole pronunciate che escono dalla tua gola, ma le orecchie non riescono a riconoscere la voce. Porgi una mano al povero disgraziato, in quel momento senti che l’unico modo per avere salva la tua vita e la tua anima è salvare la sua vita, la sua anima. Ma lui non dà cenno di volere il tuo aiuto. È più vecchio di te, la barba chiara gli copre metà del viso, l’altra metà è incrostata di sangue. Gli occhi grigi come le baionette del nemico, quel dialetto che non ti permette di capire che cosa stia dicendo. «Diàloio! Diàloio!»
«Smettila di blaterare, brutto vecchio, vieni via prima che ci ammazzino tutti! Vieni con me!»
Ma lui si ritrae ancora, preso da una paura che non comprendi. Con uno sforzo immane, sfidando il dolore dell’arto dilaniato, si trascina all’indietro, come se la paura che gli metti in corpo fosse più insopportabile di quella sofferenza fisica.
«Ma che succede? Perché vuoi morire qui?»
Il tuo commilitone si ferma, ti osserva con calma. I suoi occhi si staccano da te, guardano verso un punto imprecisato alle tue spalle. Altre bombe cadono, ovattate, alzando polvere e sassi che si spargono come acqua salata intorno a te. Segui il suo sguardo, incuriosito da quel gesto così insolito, nel mezzo di una tale battaglia.
Un corpo, a cinque passi da te, giace nella trincea. Non si muove, non respira, e l’uomo senza la gamba te lo indica e ripete: «Diàloio .»

Cara Romina,
queste sono tutte le parole che avrei voluto scriverti, e che non ti scriverò mai.
È curioso come la vita sia fatta di specchi, ma ancora di più è curioso il fatto che non sappiamo mai distinguere il riflesso dall’originale. Ci illudiamo di farlo, ma solo per convenienza. In realtà, non sapremo mai chi tra noi e il nostro doppio sia l’autentico. Eppure tu sei stata così autentica, così importante, anche in questi mesi di follia.

«Diàloio»
Mentre il commilitone continua a mormorare la parola incomprensibile, ti avvicini con calma a quel corpo esanime. Non senti più niente, né le bombe, né il dolore, né la gola che fa male, né il gonfiore degli occhi. Non te ne accorgi, ma stai persino respirando liberamente. La trincea sembra aprirsi, il calore attenuarsi, il frastuono acquietarsi. La guerra d’un tratto cessa, mentre ti avvicini al cadavere che giace davanti a te, le cui fattezze pian piano divengono familiari, ed eppure appaiono così aliene. Un volto giovane, un pezzo di carta gualcito nella tasca, un crocifisso spunta dal colletto della divisa inzuppata di sangue.
Del tuo sangue.
«Ma che cosa…» ti volti verso il commilitone, che ti osserva.
«Diàloio» ripete in un ultimo soffio, e poi muore.

Il mio più grande rimpianto è forse quello di non averti mai scritto davvero queste parole, amore mio. La mia età non mi ha permesso di affrontare la realtà più concreta, quella secondo la quale avrei potuto perdere la vita in questa follia. Non ti ho mai scritto queste parole perché avevo paura che, scrivendole, la morte sarebbe piombata su di me in silenzio.
Quanto mi sono sbagliato.
Perciò, ti visito in sogno, o mentre sei assorta a osservare il tramonto dietro le colline di casa nostra, magari mentre preghi dio di rivedermi un giorno. Ti visito in sogno, e ti sussurro queste parole, ogni volta che posso, sperando che un giorno tu riesca a sentirle, ma senza esserne sicura.
Forse non troverò mai pace, e vagherò fino alla notte dei tempi tra queste pianure di un’Europa che non conosco e non conoscerò mai, lontano dal luogo nel quale siamo cresciuti insieme. Forse ciò che ci avevano insegnato su dio è diverso dalla realtà, o forse no, chi lo sa.
Essere morto non significa capire tutto.
Essere morto significa rimpiangere moltissimo.
Ti mormoro queste parole, quelle che avrei voluto scriverti, sapendo di non aver mantenuto la promessa del nostro futuro. La trincea si è presa tutto, fino all’ultimo mio respiro, e quando ho visto il mio corpo esanime che giaceva laggiù, nel fango di una guerra che non finiremo mai di rimpiangere, ho capito che ormai ero soltanto un fantasma.
Ora sono vento, quello che ti solletica il collo.
Sono sole, quello che ti scalda il viso.
Sono ciò che avevamo scelto di essere, ma che non abbiamo potuto mantenere.
E forse sentirai arrivare qualche voce, durante le tue notti, e quelle voci diranno “Diàloio”, che in un qualche dialetto significa “diavolo”, e che sono io, lo spirito della trincea.
E saprai che, nonostante tutto, ho scelto di restare.

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inizialmente pubblicato qui

illustrazione di Marco Pasin

Il Dolorificio

dolorificioSanguinare.
Ovvero perdere sangue. Liquido rosso viscoso che serve a nutrire le periferie del corpo attraverso la pompa centralizzata chiamata cuore. Quanto dolore ci può stare dentro questi metri d’arterie e vene, questi sentieri interrotti e circolari come i quartieri malfamati di Berlino? Sanguinare, versare plasma, piastrine e globuli. Suddividere le autostrade rosse del corpo in strisce di potenziale dolore insopportabile: tranciare, mozzare, tagliare, spezzare. Dolore a uso e consumo dell’utente finale. Soddisfatto o sollevato. Sopportare.
Buongiorno, amico, in cosa posso esserle utile?
Sanguinare, voce del sostantivo mannaia, lametta, scimitarra.
Posso offrirle un assaggio di Rivolo del Suicida? Niente di preoccupante, solo un taglio innocuo da cui liberare un ruscelletto di sangue. Non le interessa? Passiamo oltre.
Soffrire.
Soffrire nel corpo e nell’anima, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Soffrire, voce del verbo essere umano. La parola scelta mi ricorda la parola libertà, la parola libertà rimanda subito a legacci, catene strette che creano lividi sulla pelle, corde per sfregare il derma, per strozzare il collo, per soffocare la gola. Soffrire, quasi come soffocare. S’offende, amico, se le (s)offro un poco di spago per un’impiccagione fallita? Cominciamo a intuire un poco i suoi gusti, sì? Se non mi dice che cosa cerca non posso darle il supplizio più sgradito, amico mio. E avanti su, mi dica di cosa ha bisogno il suo corpo per il martirio, il suo animo per la dannazione, qui non si lesina su distruzione della felicità, soppressione del sollievo. Qui rendiamo tutto carnalmente infernale, siamo professionisti.
Il Dolorificio è il rimedio contro ogni rimedio.
Vede quel signore laggiù? Da ormai sedici anni viene qui e si rifornisce di elettrodi testicolari per scaricare la tensione dalle palle all’epiglottide, scariche per ricaricarsi, come se i genitali fossero le batterie d’un giocattolo. Ha presente? “220 VOLT per 220 volte” fa la pubblicità, dolore garantito con annesso tremolio parkinsoniano che perdura circa 24 ore dopo l’ultimo ZOT! Ma attenzione, uno scattino in più e si finisce arrosto, e noi non vogliamo perdere clienti, vero?
Il dolore è la merce più abbondante dell’universo.
Amputare.
Dal latino, derivato di putare, ovvero “tagliare”, col prefisso amb-, “intorno”. Mozzare, tagliare, staccare. Il dito? Lo fanno in tanti, signor mio. Dieci occasioni dieci per sperimentarsi addosso il dolore della privazione. Venti, per chi poi vuol camminare con le stampelle, i più audaci, i più tosti. Dolore garantito con opzionale rimpianto per le appendici perdute. Come tengo la forchetta poi? E al ristorante giapponese, come mangio con le bacchette? Alcuni vengono qui e mi dicono che rivogliono le loro dita. Io dico loro che per riaverle, possono riaverle. Riattaccarle, là sta il problema. Tranciare. Altezza gomito per chi vuol davvero provarci fino in fondo. Cauterizzare, in fretta altrimenti un cliente in meno nell’arco di tre, due e uno. Alla spalla, solo per chi del dolore fa una professione. Andarsene in giro sbracciati, letteralmente. Meno superficie per i tatuaggi, mi vien da dire. Ride pure lei, amico? Dovrebbe vedere Hans, quello che non s’è accontentato delle spalle, è arrivato fino al bacino. Pure le gambe, eh sì. Un eroe, davvero. Un esempio. Ora rotola in giro per casa e la cosa che più rimpiange è che non gli permettono più di provare dolore. Morfina, quella puttana, morfina a gogò. Cazzi suoi, amico.
Insomma, di cosa va in cerca?
Vede quel cliente là? Quello bazzica sempre nel reparto Scorticare. Lo chiamano tutti Buccia. Mica so come si chiama, lo vedrò sulla tomba tra qualche settimana.
Scorticare.
Cotica, corteccia, corteccia di scorta. Scorticare, voce del sostantivo coltellaccio affilato. Togliersi la buccia di dosso, all’osso, come un’arancia, una banana. Siamo frutta, signor mio, frutta che soffre. E non ha mai pensato alla banana quanto urla mentre la si sbuccia? Noi non la sentiamo, ma lei il dolore lo sente eccome. E la mela? La pelle che s’alza come un’unghia torturata, se lo ricorda quanto male fa scorticarsi? Ah, non l’ha mai fatto? Davvero? Dovrebbe provarlo almeno una volta, un gioco per intenditori. La mela sbucciata come l’esploratore con i cannibali selvaggi. Una meraviglia.
Qui c’è tutta gente che vuol sentire, perché ha smesso di sentire qualcosa. Cos’è che ha smesso di sentire lei? La gioia? Beh, il dolore è la giusta risposta. La soddisfazione lavorativa? Il supplizio l’aggiusterà. Le è morto qualcuno? La sofferenza è un sacrificio utile. I suoi sensi di colpa verranno affogati nel tormento. Strappare? Unghie. Denti. Persino occhi, ma davvero lì deve starci attento. Sole due occasioni, e se poi non è ancora guarito? Niente più occhi per accecarsi. Lingua. Delinguarsi, dileguare la lingua. Delinguente, come si suol dire qui da noi. Ah no, non lo dice più quello che l’ha fatto. Al massimo lo gesticola. Ma è un cliente soddisfatto, si vede dallo sguardo. A quanto vedo, a lei non piace parlare, quindi credo non sia la soluzione giusta.
Bisogna perdere qualcosa a cui si tiene, signor mio, per un supplizio soddisfacente. Castrare? Per uno che ama scopare è davvero la panacea. Niente, eh? Infilzare? Uno spiedino, amico, come Vlad l’impalatore, una strada aperta dal culo alla bocca. Si può imparare a impalare, ma anche impalare a imparare. Asportare? Ma senza aspettare, mi raccomando. Operazione a ventre aperto senza anestesia (uh, che brutta parola “anestesia”, vero? Mi fa venire i brividi al solo pensarla). Serve un chirurgo esperto o vuol fare tutto da solo? Nel primo caso ci vuole un bel po’ di denaro, nel secondo un bel po’ di coraggio. Mi stendo sul tavolo, mi apro la pancia, ecco il fegato lucido e brillante, poi il pancreas, questo non me lo restituisce nessuno. Fa male. Questo posso assicurarlo. Forse dura troppo poco, ma i gusti son gusti. Liquefare? Un pentolone di acido e un paio di bracciate a dorso. Fino all’osso. Mi sembra incontentabile, amico.
Vede quello laggiù? Si chiama Voltaire e sta schiacciandosi una vertebra al mese con una pinza da fabbro. Lo aiuta la moglie Marianna. Ti amerò, nel dolore e nel supplizio, fino a che l’ultima vertebra non ci separi. Penso gliene restino sette, al massimo otto. Poi Marianna cercherà altre vertebre. Amore a tempo determinato. Dal dolore. Che meraviglia.
Che sbadato, non le ho chiesto se il dolore è per lei o per qualcuno che le sta a cuore.
Ma forse lei ha l’impalato fine. Niente dolore fisico, solo mentale. Privazione? Ricatto? Abbiamo un intero reparto di dolore mentale, dolore per l’anima, dolore astratto. Supplizio di memoria? Ricordare fatti che si dovrebbero dimenticare? Forse uno dei peggiori. Costa un po’, ma lei non bada a spese, vero amico? Desideri impossibili? No? Allora complessi di ogni tipo: d’inferiorità e di superiorità, d’Edipo o Rock (eh, mi scusi, non so mai resistere). Agorafobia? Claustrofobia? La barofobia, il terrore della forza di gravità? Non le piace? Peccato, ce n’è arrivata una piccola dose proprio ieri. Aracnofobia in siringa? Paura del buio in pillole? Dolore per la perdita di un figlio mai avuto in aerosol?
Insomma, amico, che cosa cerca? Un cliente difficile lei, nevvero?
Ma non si preoccupi, il dolore è la merce più meravigliosa del mondo, c’è un dolore per chiunque. Troveremo il suo.
Come dice? Pistola? Proiettile? Dritto nella nuca? Che cosa dice? Suicidio? Un momento solo, poi il buio? Un lampo e via, a vedere che cazzo c’è di là? Mi prende in giro? Io le offro il tormento e lei mi parla di dormire? Io le mostro tutto questo ben del demonio e lei mi risponde di volere il sollievo? Insomma, mi piglia per il culo? Qui c’è un intero scaffale di lame, combustibili, conduttori, un intero negozio di torture, supplizi, devastazioni per il corpo e per la mente, tutto per poter sentire più forte il mondo, il corpo, la vita, e lei mi dice che vuol sentire solo il niente, il nulla, la morte? L’ho giudicata male, amico, mi pareva un tipo a posto, amico.
Lei è nel posto sbagliato, probabilmente nel mondo sbagliato. Qui si fabbrica dolore, amico, qui siamo gente perbene, porca puttana. Quello che cerca, noi non l’abbiamo. Abbiamo solo roba buona, qui ci viene gente che si vuole bene.
Per trovare quel che cerca, se ne vada in banca, in chiesa o al municipio. Là sono tutti morti. Qui, noi, siamo più vivi che mai. Se ne vada a morire da un’altra parte.
Qui, noi, si fa la cosa più umana di tutte: il dolore.