Terrorismo: Percezione VS Realtà

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Una Serata Dedicata a Lovecraft!

thumb-350-236755Questa sera YouTube si fa catacomba, antro oscuro, mostra di atrocità.
Dalle ore 21.00 ci vediamo in diretta streaming sul mio canale per parlare di mostri e misteri, ignoto e terrore, in una serata buia per parlare della letteratura, del pensiero e delle paure di H.P. Lovecraft!

Non mancate!

La vergogna prometeica: Günther Anders e la paura del presente

La filosofia è invenzione di concetti.
E non esiste concetto più utile alla nostra epoca di quello coniato da Günther Anders: la “vergogna prometeica“.
La leggenda di Prometeo narra di come l’uomo, dopo la sua creazione priva di possibilità di sopravvivenza (a differenza delle altre fiere egli non aveva artigli, né armi naturali), fosse stato aiutato da Prometeo il quale, dopo aver trafugato il fuoco della conoscenza dalla casa di Zeus, lo consegnò all’umanità che da quel momento ebbe la capacità di discernere il bene dal male, ma soprattutto di manipolare la natura per la propria sopravvivenza, sottomettendola all’intelletto: in poche parole, di fare τέχνη, ovvero tecnica.
In questa metafisica della tecnologia, la macchina è separata dal corpo, la cultura dalla natura, e tutto ciò porta inevitabilmente al veloce perfezionamento delle tecnologie a discapito del lento cambiamento dell’uomo stesso che, nell’epoca odierna, si trova a dover fare i conti con la perfezione delle proprie creazioni e all’imperfezione della biologia che lo contraddistingue. Calcolatori perfetti contro una mente più lenta, macchine ultrapotenti di fronte alla fragilità del corpo. L’uomo si vergogna della propria insufficienza al cospetto della straripante perfezione delle macchine che costruisce. La cultura supera la natura, come dice Anders.
Per questo, Anders parla della grande paura del presente: le macchine prendono il sopravvento sull’anima dell’uomo, sulla sua libertà, sulla sua azione.

Voi che cosa ne pensate?

Per approfondire:
G.Anders, “L’uomo è antiquato – Vol.1”: http://amzn.to/1IlZ7Gk 
G. Anders, “L’uomo è antiquato – Vol.2”: http://amzn.to/1xWKg5k
G.Anders, “Diario di Hiroshima e Nagasaki, un testamento intellettuale”: http://amzn.to/1OZ4oH0
F.Lolli, “Günther Anders”: http://amzn.to/1OZ4oXK

La paura del fantasma

Schermata 2015-04-04 alle 21.00.27Farsi sorprendere a braghe calate non è l’idea del secolo.

Ma peggio di questo c’è il farsi sorprendere a braghe calate dal fantasma di tua moglie mentre Rita te lo sta lavorando alacremente. Questa è decisamente la peggior idea del secolo.

Guardate Carlo Vinti che inciampa e cade faccia sull’erba, mangia terra e il pisello ancora eretto gli si conficca nel fango umido di pioggia mattutina. Rita se la squaglia andando a zig zag, la bocca ancora impastata e affaticata, il cimitero tutt’intorno ulula e protesta per il mancato rispetto del riposo eterno. Ma come fai a chiamarlo riposo eterno se questi stronzi si svegliano e cercano di pigliarti per il colletto?

Carlo Vinti si rialza, ancora non è riuscito a tirare su i pantaloni, ad allacciarsi la cintura, quella maledetta trippa di birra e patatine avrebbe dovuto smaltirla come si era ripromesso, ma dopo che Maddalena era morta, dopo che il finto lutto lo aveva abbandonato, dopo che il lavoro aveva ricominciato a funzionare, aveva incontrato Rita e l’unico hobby era guardare la sua bella testolina andare su e giù mentre lui ingollava alcol e schifezze.

Quale uomo rifiuterebbe un paradiso come quello? Così cerca di giustificare l’ingiustificabile il povero Carlo Vinti, mentre incespica su una radice e cade rovinosamente su una lapide lì accanto. “Marta Costina, 1965 – 2010, tanto amata quanto rimpianta”, così recita l’epitaffio, Carlo pensa di essersi rotto la spalla contro quella grandissima puttana di roccia, no, non tu Marta, tu non sei una puttana, almeno credo.

“Come hai potuto, brutto bastardo?”

La voce di Maddalena giunge forte e chiara alle orecchie del povero diavolo. Eh no, che cazzo stai dicendo? Tu sei morta, morta ti ho detto! Che mondo è quello in cui una morta non se ne sta sottoterra? Me lo dite? Che cazzo di mondo è quello in cui uno non se lo può far succhiare in santa pace perché una defunta viene a rompere le palle? Eh? Me lo dite?

A qualche decina di metri di distanza la voce di Rita continua a cacciare urla isteriche, frasi disconnesse in cerca di una via d’uscita, ma il cimitero sembra essersi risvegliato, l’apocalisse è qui, tutti alzano il culo schiattato dalla tomba e cominciano a sgranchire l’ectoplasma.

“Sei un brutto fetente, ecco cosa sei!” sussurra il fantasma di Maddalena, mentre Carlo tenta di rialzarsi in piedi senza successo. Ricade pesantemente, il braccio è rotto per davvero, che cosa mi accadrà adesso? Devo passare al contrattacco!

“Tu non sei vera! Io sto sognando, ecco!”

“Non stai sognando, pensavo di sognare io quando ti ho visto portare quella troietta proprio sulla mia tomba! Sei impazzito?”

“Io… io sono vivo e i vivi fanno quello che gli pare, hai… hai capito?”

Rita viene sollevata da terra da forze misteriose, urla come un ossesso ma non c’è anima viva nell’arco di centinaia di metri, il comune ormai non ha più soldi per pagare un guardiano ed è proprio per quello che Carlo, sbronzo di birra e wishky, aveva detto a Rita: “Andiamo a scopare sulla tomba di mia moglie, sarà divertente!”

Divertente? Che idea del cazzo. Devo piantarla con la birra, dannazione, “anche perché la birra mi fa venire le allucinazioni, tipo te! Tu non esisti! Tu sei morta!”

Rita viene scagliata da una parte all’altra del cimitero, alcuni spiriti la stanno usando come un pallone da gioco: viene lanciata da un lato all’altro di quel luogo sinistro, lei ormai è svenuta dallo spavento, i fantasmi si divertono come pazzi a trattarla come una marionetta priva di vita. Guardate Rita che rotea nell’aria e viene abbrancata da forze invisibili, fino a pochi minuti fa stava perpetrando il pompino migliore della sua carriera e ora vola, Rita vola nella notte piena di spettri.

“A me stava pure bene vederti scopare quella sciacquetta in casa nostra, anche se forse hai superato troppo in fretta il lutto, ma portarla qui… QUI, mascalzone maledetto!” e lo spirito di Maddalena si scaglia verso Carlo Vinti attraversandolo da parte a parte, lui sente un freddo glaciale che gli rovescia gli intestini, gli stringe il cuore e i polmoni, gli riduce sensibilmente la capacità digestiva e respiratoria. Un conato di vomito sale ma viene fermato dall’esofago che si stringe, le corde vocali vibrano terribilmente, il pisello sembra ritirarsi fin dentro le budella tant’è lo spavento e il freddo che lo pervade.

“Che… che… che cosa… cosa hai fatto?”

“Assolutamente niente, io non faccio niente, io sono morta, non ti ricordi?” risponde lo spettro di Maddalena, mentre dietro di lei Rita volteggia incosciente nel cielo sopra il cimitero vuoto. Ci sono le stelle, c’è il silenzio, ci sono i fantasmi e poi c’è Carlo che si piscia addosso, almeno un po’ di calore tra quelle cosce raggrinzite dal gelo e dalla sconfitta.

Che idea del cazzo, portare la propria amante sulla tomba della moglie. Che idea del cazzo risorgere da fantasmi per far rimpiangere a tuo marito il fatto di avere delle gonadi. Carlo e Maddalena sono attraversati da medesimi pensieri, ma non lo sanno. Entrambi hanno paura, guardate la paura del vivo, fatta di sudore, tremiti e fiato corto, e guardate la paura del fantasma, fatta di niente, di pensiero, di trasparenza. Due paure così diverse, eppure così simili.

I fantasmi alle spalle (se quelle sono spalle) di Maddalena sbagliano mira e Rita cade rovinosamente sulle tombe, dalla ragguardevole altezza di quindici metri. Il suono di ossa spezzate e cranio fracassato non promette nulla di buono, gli schizzi di sangue che fanno capolino sul luogo di caduta promettono di peggio.

“Ragazzi, ma siete stupidi? L’avevamo detto: niente violenza!”

“Scusa, Maddalena…” rispondono alcune voci che però non sono voci, sono spettri. Ma tanto, cosa volete capirne voi?

La sirena della polizia giunge all’orecchio di Carlo, forse qualche incauto viandante ha sentito le urla di Rita e li ha chiamati, lui guarda d’istinto Maddalena: “Amore mio, lo sai quanto sei import…”

“Stai zitto, non credere che io ora ti aiuti a fuggire. Questo è quello che ti meriti. Addio, imbecille!” e scompare, insieme a tutti gli altri spettri.

Carlo Vinti fu condannato a quindici anni di carcere per l’omicidio di Rita Crocesi, con l’aggravante di crudeltà e violenza inaudita. Il cadavere era praticamente squartato e spezzato in più punti e fu ritrovato in un cimitero insieme al suo assassino, cosa che aveva fatto pensare a un rito satanico a sfondo sessuale (sperma dell’assassino era stato trovato nella bocca della vittima, forse inizialmente consenziente).

L’avvocato di Carlo Vinti si dimise dopo che il suo assistito aveva ripetuto alla corte che si trattava di una storia di fantasmi, era la vendetta di sua moglie, Maddalena Gelmo in Vinti, “1971 – 2014, nel ricordo del tuo amato Carlo, eternamente abbracciato a te”, così diceva il suo epitaffio.

Nella sua tomba, il dubbio di aver esagerato colse più volte lo spettro di Maddalena. Ma si sa, a nessun vivo importa nulla dei rimorsi di un fantasma.

 (racconto inizialmente pubblicato qui)

il bosco

Schermata 2015-03-20 alle 12.30.58il bosco è la lacerazione per eccellenza. è una ferita, uno squarcio nell’universo, un ambiente in cui il mondo dei morti si incontra al mondo dei vivi. nel quale il mondo dei morti ritaglia una fetta di appartenenza a questo universo. nel quale il mondo dei vivi si disperde per un istante, toccando con mano, lingua, occhi, la linfa fatale dell’universo di là. il bosco è l’esperienza della morte, l’uomo vi si disperde e vi perisce per rinascere in un corpo nuovo. il bosco pullula di fantasmi e spettri, demoni e dei, non perché uno scrittore di talento ne abbia narrato le ombre, ma perché il bosco è il regno del mistero. nel bosco si celano i segreti nei quali l’esistenza si stravolge, di epoca in epoca, e in esso l’immagine del cosmo viene rovesciata, quando i moti tellurici tra l’universo di qua e quello di là sono tali da sconquassare il tessuto stesso dello spaziotempo. il bosco conserva la storia universale della futilità e la usa contro di noi. abbiate pietà della mia ragione, urla nel silenzio l’uomo persosi nel bosco. abbiate pietà del mio punto di vista intorno alla vita e alla morte, ma gli spettri non hanno pietà, abitano il bosco per cibarsi delle vittime che s’inoltrano in questa faglia dell’inesistenza. il bosco è la vagina dentro cui il mondo si rigenera diverso, dentro cui vengono nascoste le inconfessabili menzogne dei vivi e le straordinarie verità dei morti. tutto ciò che nasce nel bosco deve poi ritornare nel bosco, dicono gli spettri che aleggiano ridicoli, ma il vivo non sa interpretare quella risata perché non conosce il destino che l’attende, non più di quanto l’albero del bosco conosca le ramificazioni infinite che compenetrano il tessuto della Terra, della realtà, dell’irrealtà. attraverso la ferita del mondo, attraverso gli occhi del bosco, si insinuano gli orrori e le nefandezze dell’universo che sta di là, e il bosco attende l’uomo per ucciderlo e rigenerarlo, facendone qualcosa di diverso: un ribelle, un partigiano, uno spettro. il bosco, parlando dal segreto della sua ambiguità cosmica, conosce il nome di ognuno di noi ed è pronto a chiamarci, per inghiottirci e vomitarci, nuovi e senza nome. e chi dimentica la sua magia ne è la vittima designata.