La misura della paura

Narrativa

fear-of-the-dark-2come si misura la paura di un uomo?
si misura con i pollici di buio che lo separano dalla porta invisibile, il fiato che s’addensa, le poche speranze che svaniscono come le urla di qualcuno che precipita nel vuoto. si misura in tremiti quadrati, brividi cubici, al tocco di un polpastrello sulla schiena fredda del torturato, la lama che accarezza l’epidermide, le setole di un ciglio che perdono l’ennesima goccia di sudore. la paura di un uomo si misura senza metro né bilancia, non ha peso né lunghezza, non conosce unità perché manda in frantumi, né convenzione perché è arma non convenzionale. come si misura la paura di un uomo che si accorge di trovarsi in un sentiero senza fine? un sentiero di cui non ricorda l’inizio né vede il termine? come si misurano l’ignoto, il timore, l’incertezza finale del suo passo prima del baratro? si misura in dilatazione d’occhi, in accelerazione di battiti, in accorciamento del respiro? si misura in sangue che scorre più veloce oppure in condensa del sebo sulla pelle? la paura si misura in paranoico voltarsi indietro, in conseguente brancolare nella notte, come in un bosco privo di sentieri, come in città priva di anime. la paura attende e non si fa vedere, parla una matematica strana, ridicolizza i centimetri e le tonnellate, rende leggera la gravità aggravando ciò che non ha corpo. la paura sovverte la fisica e si misura in paradosso, ma non si può quantificare con la velocità di fuga della preda dall’aguzzino, ma nemmeno dai millimetri d’affondo del coltello tra le scapole. non si misura in volt dopo la scarica elettrica dentro i testicoli, né con i decibel crollati a zero prima del morso alla gola. la paura non ha misura, non conosce sensi, non ha forma né quantità. la paura di un uomo si misura solo se l’uomo non ne diviene il metro. perché la paura è un essere a sé.

Ti diranno

Narrativa

Ti diranno di seguire
e tu fatti inseguire.

Ti diranno di obbedire
e tu fai un’obiezione.

Ti diranno di crederci
e tu dubita.

Ti diranno di adattarti
e tu dì loro che non sei adatto.

Ti diranno di restare serio
e tu deridili di gusto.

Ti diranno di conformarti
e tu cambia forma.

Ti diranno che non si può
e tu fallo nonostante tutto.

Ti diranno di stare zitto
e tu raccontalo, dillo, ripetilo.

Ti diranno di restare calmo
e tu balla, muoviti, corri.

Ti diranno che era un errore
e tu mostra loro cosa hai imparato.

Ti diranno che è impossibile
e tu immaginalo in tutti i modi possibili.

Ti diranno di stare al tuo posto
e tu non farti trovare quando ti braccheranno.

Ti diranno che è importante
e tu non prenderlo davvero sul serio,
ti diranno che non è importante
e tu prendilo sul serio.

Ti diranno di accontentarti
e tu dì loro che non si può essere contenti mai.

Ti diranno di fermarti
e tu rispondi che fermarsi è un’illusione.

Ti diranno di piantarla
e tu mostra che non hai radici da piantare.

Ti diranno che hai un grande destino
e tu rispondi loro che preferisci una piccola libertà.

Ti diranno che è finita
e tu dimostra loro che è appena iniziata.

Ti diranno che sei a casa
e tu dì loro che casa è sempre un passo più in là.

Ti diranno che è tutto perduto
e tu mostra come ci si ritrova, quando ci si è persi.

Ti diranno che devi avere paura
e tu invece rispondi loro “Niente panico“.

Ti diranno di avere fede
e tu invece abbi il coraggio.

***

Il Gondoliere

Narrativa

il gondoliereEpilogo – 1903

Le arterie di Venezia stanno pulsando.
Un denso fumo grigio si mischia alla nebbia che percorre le strette vie della città, mentre un capannello di curiosi segue quell’acre odore di cenere che si diffonde veloce. Alcuni sono in pigiama, buttati giù dal letto durante una notte di inquietudini. Altri sono i pellegrini del buio, troppo indaffarati ad ammirare la notte di Venezia per cercare il sonno.
Il fumo disegna un percorso che, dalle calli frastagliate attorno al cuore della città, porta i curiosi fino alla fonte di quel fenomeno così insolito. Piazza San Marco d’un tratto si spalanca sotto i piedi della folla che accorre, gli occhi puntati su quella che sembra essere la sorgente dell’odore. La notte trattiene il respiro insieme ai testimoni, che si fermano di colpo, i nervi tesi e i muscoli contratti nello spavento di chi osserva un orrore senza nome.
Dal centro della piazza, una densa nube si alza nell’aria priva di vento, le sue spire si diramano dolcemente verso tutte le direzioni, come a voler raggiungere ogni angolo della città addormentata, lanciando un grido privo di voce. Al centro di san Marco, una croce brucia.
La piccola folla si tiene a debita distanza, mentre l’uomo appeso al legno che arde caccia un ultimo conato di vita, accorgendosi troppo tardi degli uomini che l’hanno raggiunto, ma che non sembrano avere intenzione di soccorrerlo. Quando lo sguardo annebbiato dal dolore scorge due ombre fugaci, che si dileguano nell’oscurità di uno dei tanti vicoli che escono dalla piazza, un ultimo grido sale, insieme al fumo: «Tepes!» Dopodiché, la piccola folla a venti metri di distanza osserva le fiamme gonfiarsi, consumando ciò che rimane del corpo martoriato della vittima.
«Guardate, lì, per terra!» Una donna punta il dito verso quella che sembra essere una pergamena, e uno dei presenti, cautamente, si avvicina al documento, raccogliendolo. Dopo averlo srotolato con cura, legge: «Questi è il gondoliere di Venezia, il cui corpo arde insieme alla sua maledizione. Possa la Serenissima tornare a dormire sonni tranquilli. Firmato: Gershon»
Mentre la croce brucia, le arterie di Venezia pulsano di un ritmo irrefrenabile.
Si racconterà a lungo, del rogo di piazza san Marco.
Ma forse, non abbastanza a lungo.

I capillari della città trasportano l’imbarcazione, attraverso le piatte acque dei canali. Solo il pigro remare del gondoliere disturba la tranquillità di quelle superfici, mentre la luce viene meno e l’oscurità affonda il proprio coltello tra le vie di Venezia.
Che cosa ne sanno, i due innamorati, del destino che li attende? Loro sono assorti nei baci, sussurrano l’uno all’orecchio dell’altro le stranezze della complicità, e concedono le spalle al loro silenzioso cocchiere, che spinge il legno galleggiante nel silenzio di quel romantico incedere. Poco ci importa di come si chiamano, i due turisti che, mano nella mano, vivono il loro amore come una barriera protettiva, contro la quale ogni male s’infrange.
Il gondoliere gracchia alcune parole, come a risvegliarli dal torpore: «Serata da pipistrelli questa, non vi pare, signori?» I due amanti si voltano malvolentieri, rompendo il filo tra i loro sguardi, e scrutano quella figura in ombra. Lui si schiarisce la voce, tradendo disagio: «Dite… dite bene, messere.» Il silenzio non dura più di qualche istante, e la voce stridula del marinaio torna a farsi sentire: «Di dove siete, voi due? Non siete di qui, mi pare…»

Tristano se ne sta nel suo minuscolo appartamento, la pergamena aperta di fronte a sé. La penna viene intinta frettolosamente nel calamaio, alcune parole sono stese freneticamente alla fioca luce di una lampada ad olio, quasi fossero rincorse da qualche anima in pena: «L’aiuto dovrà arrivare presto, la situazione precipita e la caccia volge al suo tragico epilogo, ma ancora non posso dire con quale esito, perché ciò che non ci aspettavamo capitasse è in realtà capitato.»
Tristano sobbalza sul suo sgabello, quando sente uno scricchiolio sulle scale, fuori dalla porta. Il sudore gli cola sulla faccia, rigandogli la pelle contratta in una smorfia di paura. Il silenzio cade nuovamente, e il ragazzo torna con la testa sul foglio: «Chiedo l’intervento immediato, come mi è stato promesso. Il Nemico sa tutto, ma nonostante questo si crede al sicuro e continua a operare nell’ombra. La sua attività è aumentata esponenzialmente, e io temo per la vita mia e degli abitanti di questa città.»
Si alza in piedi di scatto, come avesse sentito qualche fantasma sussurrargli un anatema. Gli occhi spalancati, la chioma di capelli gli cade sulle spalle, una coda di cavallo disfatta e quasi irriconoscibile è appiccicata alla schiena. Si avvicina alla finestra, unica via d’uscita di quella piccola dimora, la apre, e guarda giù: proprio nel mezzo di uno dei mille canali della città, una gondola passa, silenziosa come il vento, l’acqua increspata la lascia transitare senza obiezioni. Tristano la osserva inquieto, la segue con lo sguardo atterrito fino a che non sparisce dietro una svolta, nascosta dai palazzi che sembrano volerne celar i segreti.
Una volta richiusa la finestra, torna a sedere, intingendo nuovamente la penna nell’inchiostro, e scrive: «Ogni ombra è un pericolo, il mostro potrebbe colpire da un momento all’altro. Fate in fretta. In fretta. In fretta! Tristano.»

L’acqua sembra sangue, questa notte.
Dietro uno degli angoli di Calle Tron, Oberto “el frutaròlo” lancia un urlo che si sente fin quasi alla Giudecca. Sono appena le 6 di mattina, e alcune proteste da parte di chi ancora dorme cadono dai balconi chiusi.
Oberto si china per raccogliere da terra una mano esanime, coperta di sangue ancora fresco, una mano giovane di donna, si direbbe. Una pozza rossa scorre tra i ciottoli, colando senza riguardo nell’acqua del canale adiacente. Oberto osserva i due corpi privati della vita, ammucchiati per terra come immondizia, e pensa velocemente al da farsi. Il Sole deve ancora sorgere, gennaio è iniziato da poco, e ancora la sbronza delle serate fredde deve passare.
«Quasi quasi ciàmo el Gramo» dice tra sé Oberto, ma sa che “el Gramo” è troppo distante da lì, almeno venti minuti a piedi, ai Botteri. Tomaso, così come “el Fetente”, a quell’ora è già di lavoro sul traghetto, e non può aiutare Oberto. Perciò, egli decide di caricare sul carretto della frutta i due cadaveri, rovinando con il sangue il poco da vendere che aveva da consegnare quel giorno al mercato. Chi se ne frega, ripete l’uomo, “tanto xé un lavoro de merda”.
Appena adagiati i due malcapitati sul piccolo mezzo di trasporto, Oberto el frutaròlo sente un fiato, e un sussurro che sembra dire: «Bentrovato, amico mio.» Alle spalle dell’uomo, un artiglio gli afferra la faccia, soffocando un grido, e un’ombra esce repentina dall’ombra, affondando l’invisibile volto nel gargarozzo della vittima. Zampilli neri schizzano qua e là, mentre un rumore di risucchio si diffonde nel silenzio ritrovato di Calle Tron.
Appena il Sole inizia a bagnare le superfici di Venezia, l’ombra si dilegua, lasciando dietro a sé tre cadaveri, un lago di sangue e un canale rosso di paura.
Una gondola si allontana in fretta, lontana da occhi indiscreti.

Tristano corre, si lascia alle spalle i misteri delle calli come nervi scoperti, fiancheggia le vene succulente della città, senza badare al Sole che sorge. La luce lo tiene al sicuro, ma la sua è una paura che non conosce riposo.
Bussa con forza a una porta, il pugno sconquassa il legno marcio che lo separa dall’atrio di un palazzo antico: «Apri, maledizione, apri! Sono io, sono Tristano! Apri!!» La voce è spezzata dal pianto, tiene in mano una pergamena gualcita, i vestiti puzzano di sudore e aglio, sono dieci giorni che non si lava, i capelli sembrano un cespuglio di vermi.
Un uomo gracile e bianco in volto apre uno spiraglio, osservando con sospetto il ragazzo ansimante. L’occhio è iniettato di sangue, vispo, la bocca nascosta dietro il legno parla con una voce spettrale: «Che cosa vuoi? Non saresti dovuto venire qui, idiota!»
«Mentre seguiamo le sue stupide cautele, la gente muore, e tra poco anche io sarò un cadavere! Dov’è? Dov’è lui?»
«Devi pazientare, giovane stolto. Tutto sarà compiuto, a tempo debito…»
«Ma quale tempo debito? Io devo vederlo, dannazione, fammi parlare con Gershon!!»
Al suono di quel nome, l’occhio si spalanca ancora di più, e una mano esce dall’ombra per attaccarsi al collo del giovane, che viene trascinato all’interno da una forza inaspettata. «Che cosa succede, pensa Tristano, da dove gli arriva tutta questa forza?» Sbattuto contro la parete ammuffita, i piedi sollevati da terra, il volto di Tristano si trova a meno di due centimetri dal naso adunco del misterioso uomo, che lo ammonisce: «Osa ancora pronunciare il suo nome là fuori, dove le orecchie di Venezia aspettano solo un nostro passo falso, e giuro che la protezione che il mio Signore ti ha concesso non mi impedirà di impalarti e appenderti alla mercé di questa città!»
Lanciato con poco garbo fuori dalla porta, Tristano si rialza, osservando di sbieco lo spettro. «Ti prego, sussurra, consegnagli questa» e gli porge la pergamena scritta di suo pugno. Lo spettro, indossate nuovamente le sembianze del decrepito, la afferra senza cura, e richiude la porta, evitando qualsiasi tipo di risposta.
Il canto di un mattiniero gondoliere fa trasalire Tristano, che si volta di scatto verso la fonte di quella melodia. Il marinaio, divertito, lo incalza: «Ghetu i nervi tesi, giovine? Sta calmo, va’ che bela giornata…» E ricomincia a cantare e remare, seguito dallo sguardo del ragazzo che, bagnato dalla luce del Sole, può sentirsi finalmente al sicuro, almeno per qualche ora.

Quando il giorno è l’unica salvezza, il Sole tramonta sempre troppo in fretta.
Una nera figura si staglia tra le ombre delle calli, i pochi passanti la evitano, l’aura che emana non rassicura nessuno. Si muove come un fantasma, arriva alla porta che sta cercando, ma bussare non le è necessario. Si fa avanti l’inquilino, che con il candido derma della mano spalanca l’uscio velocemente, e dice: «Benvenuto, padrone.»
Nella stanza domina fioca una luce di candela, l’ospite lascia cadere il cappuccio e osserva il cadaverico aiutante. «Che cosa è successo? Perché quella pergamena, Lucius?» Il gracile uomo evita di guardare negli occhi il suo interlocutore, biascica parole come «sono aumentati», ghignando qua e là come volesse nascondere qualche cosa. Ma l’uomo in nero troneggia su di lui, e velocemente si stanca della sua evasività: «Lucius! Guardami negli occhi, sudicia creatura. Non è l’immunità dal contagio che ti terrà distante dalla mia collera! Perché il ragazzo è così inquieto? Dimmelo! Ora!»
Il verme ai suoi piedi è spaventato, ma dopo una pausa di respiri corti e brontolii, finalmente parla: «Sono… sono aumentati, padrone…»
«Che cosa? Cosa sono aumentati?» La voce dell’uomo in nero tuona nella piccola stanza, e il gracile anfitrione si raggomitola in un angolo, terrorizzato. Ma l’uomo incalza: «Se ora non parli subito, se ora non dici a Gershon che cosa sta succedendo in questa maledetta città, giuro che ti spellerò vivo! Parla!» E in un urlo straziante, lo spettro fa eco alla minaccia dell’uomo: «Sono aumentati! Gli omicidi! Ha sete, è violento, non ha rispettato le regole! È fuori controllo…!» Detto questo, Lucius si chiude in un pianto lagnoso, mentre Gershon percorre a grandi passi la stanza che li circonda, rimuginando sulle parole del poveraccio. Il suo aspetto da gentiluomo mal si accosta all’aberrante figura che trema in posizione fetale e continua a gemere inutilmente, ma i pensieri dell’uomo sono già distanti: «Così, il nostro amico non ha rispettato i patti, eh? Quante vittime?» Ma la risposta non arriva, e così Gershon si scaglia contro Lucius, prendendolo per il bavero: «Dimmelo, immediatamente! Quante vittime?»
«Almeno d-dodici… negli… negli ultimi cinque giorni…»
Gershon lascia cadere la carcassa che tiene tra le mani, spalancando gli occhi, fissando con malcelato disgusto ciò che ha appena toccato. La sua voce ora è debole, tradisce lo stupore per ciò che ha appena sentito: «Tu, piccolo bastardo, che cosa ti ha promesso Tepes in cambio del tuo silenzio?»
Lucius è preda di tremori incontrollati, non riesce a pronunciare alcuna parola, ma dopo svariati tentativi, dalla sua gola ributtante fuoriesce una confessione: «A-a-alcune… a-a-a-anime g-g-g-giovani, p-padrone…»
Negli occhi incolleriti di Gershon si riflette la luce della notte, la cui luna non può vedere la punizione, inflitta per mezzo di quell’accetta che tanti vampiri si è portata via, e che ancora uno, a quanto pare, dovrà esorcizzare. I rantoli di Lucius si mescolano all’acqua che scorre come sangue, nelle vene di Venezia. Un antico nemico attende ora, su quelle superfici, mentre azzanna altri due malcapitati, chissà dove, chissà in quale angolo della laguna, spargendo un’anima rosso scarlatto tra i fondali della città.

Tristano, poco distante da lì, prepara le proprie armi, in attesa che il suo Maestro si faccia vivo. Ha ancora molto da imparare, su come si uccide un demonio, ma sa che ora tocca a lui, e affila il suo paletto d’argento, aspettando il momento giusto.
Nella speranza che, in una notte come quella, il momento giusto possa davvero arrivare.
Visto dall’alto, il canale che in quel punto prende il nome di Rio di San Luca, sembra una pulsante arteria femorale, tanto è rosso il liquido che vi scorre.
La gondola è ferma, si lascia cullare in silenzio dall’acqua pregna del sangue che cola dal bordo dell’imbarcazione, il vampiro è chino su tre corpi inerti, il disgustoso suono del risucchio farebbe venire la pelle d’oca al più abietto tra gli uomini, ma nessun orecchio è in ascolto, a quest’ora della notte.
A qualche centinaio di metri in linea d’aria, Tristano sta legando alcune assi di frassino, mentre Gershon accumula nel centro di piazza San Marco cataste di legna e sacchetti imbevuti di un liquido odoroso che parrebbe alcol. I due mormorano parole incomprensibili, mentre portano a termine i rispettivi compiti. Questa è la notte in cui tutto deve aver fine. Gershon lega con lacci il cumulo di morte che attende il mostro di Venezia, Tristano si assicura che la croce sia ben salda, pronta a tenere sollevato il condannato. L’acre odore di liquido infiammabile si diffonde nell’aria otturata dalla morte, e i due uomini sanno che si tratterà di un processo senza appello.
«Torneremo vivi noi due, ragazzo, altrimenti nessuno tornerà vivo.» Tristano non dà alcun cenno di risposta, il cuore gli batte forte, e sa che quello scorrere veloce del sangue gioca a suo sfavore. Ogni battito è un boccone prelibato per Tepes, ogni fiotto di sangue acuisce la sua brama di anime, la sua violenza. Il ragazzo conficca la punta della croce nel cumulo pronto a bruciare, e Gershon, con un cenno del capo, lo invita a seguirlo: «Una gondola ci aspetta.»

I canali sono percorsi da una quiete mistica, la nebbia nasconde l’acqua che ribolle, nonostante la completa assenza di onde che poco rassicura i due cacciatori. Tristano rema in silenzio, mentre Gershon scruta il poco di visibilità che quell’atmosfera gli concede.
I palazzi a strapiombo sul canale sono perfetti nascondigli dai quali il vampiro potrebbe tendere un agguato. Gershon sussurra: «Tepes sa che lo stiamo cercando. Ormai sono secoli che questa storia si ripete: lui rompe i patti, e qualcuno tenta di fermarlo. Ma, a quanto pare, sono secoli che chi si cimenta in quest’impresa fallisce miseramente.» Pronunciando l’ultima parola, sfila da sotto la giacca la sua amata accetta, percorrendo con la punta dell’indice il filo letale. «Che ne ha fatto di Lucius, Maestro?»
«Non ho potuto averne pietà. Quando il vampiro adesca l’anima, non c’è alcuna possibilità di tornare indietro per la vittima. Il Maligno ha molti modi per corrompere, e il morso di Tepes è solo uno dei tanti, forse neanche il peggiore…» Il silenzio cala profondo, proprio quando i due incontrano un’altra gondola abbandonata. Una volta affiancati all’imbarcazione, ecco che Gershon si accorge di essere molto vicino alla meta: due cadaveri sgozzati giacciono sul fondo della gondola, alcuni altri pezzi appartenenti a un’altra vittima sono sparsi tutt’intorno. Tristano ferma il legno, estraendo con l’altra mano il paletto d’argento che attende il cuore del mostro.
«Non farti ingannare da questo silenzio, ragazzo. Lui ci sta guardando.» Gershon non fa in tempo a finire la frase, che una risata malvagia raggiunge il suo orecchio, e proprio in quel momento un’ombra sale dall’acqua, quasi ribaltando la gondola. Tristano e il suo maestro rovinano sul piccolo ponte che oscilla, mentre una figura atterra delicata al suo centro, e con un calcio spazza via dalle mani del giovane il paletto argenteo. Gershon si rialza di scatto, facendo calare la propria arma, ma un altro calcio raggiunge il suo petto, e lui vola indietro, finendo supino sulla banchina dove è attraccata la gondola abbandonata.
«Voi, inutili mortali, credete davvero di poter sopraffare me?» Tepes allunga gli artigli verso Tristano, il quale si divincola e gli sferra un pugno al volto, ma il vampiro risponde ridendo: «Sei tenace, piccolo idiota», e lo afferra per il bavero, sollevandolo da terra. «Ora io vi ucciderò entrambi.» Tristano cerca una croce nella tasca, non la trova, ma proprio quando le zanne del demone stanno per affondare sulla sua faccia, ecco che due, tre, quattro spari esplosi alle sue spalle attraversano il costato di Tepes, che lascia la presa, facendo cadere a peso morto il suo ostaggio.

«D-dove mi trovo?»
«Sei morto, stupido.» La voce penetra le orecchie di Tristano, che in realtà non sono orecchie, è come se quella tremenda tonalità parlasse alla sua coscienza.
«Ma… com’è possibile che io sia morto? Tutt’intorno c’è ancora… c’è ancora Venezia!» Il ragazzo si guarda attorno, di fronte a lui sta Tepes, maestoso e nero, le affilate zanne aperte in un sorriso spaventoso. Ma Gershon è immobile, dietro a lui, la pistola a ripetizione ha appena finito di esplodere i colpi che, trapassando il vampiro senza ucciderlo, hanno tolto la vita a lui. Che ingiustizia!
«Gershon… Gershon mi ha appena ammazzato… Ma…»
«Eppure lui sapeva che quei colpi non mi avrebbero ucciso, ma ha sparato lo stesso. Lui forse ti temeva, perché tu sei più potente di lui, hai la gioventù che lui ormai ha perduto, e ha desiderato ardentemente la tua morte.»
Tristano se ne sta fermo ad ascoltare, confuso, la sua camicia è imbrattata di sangue. Lui è cadavere, il tempo dei mortali è dilatato, e l’unica anima con cui può parlare è quella di Tepes, anch’egli da tempo deceduto, ma con un piede di qua e uno di là. Dopo un lungo silenzio, che per noi uomini è durato in realtà meno di un istante, Tepes prende la parola: «Io ora posso lasciarti andare, nel limbo che ti attende, oppure aiutarti a tornare, come me, a dominare questa città fatta di sangue e anime pronte a diventare tue. La morte nell’anonimato, oppure la gloria dell’immortalità? A te la scelta, messer Tristano.»
Tristano lo ascolta, senza respirare, poi chiude gli occhi, e in un attimo compie la propria scelta.

Gershon lascia andare la pistola ancora fumante, appena si rende conto di aver ucciso il proprio aiutante, il cui corpo è immobile sul fondo della gondola, privo di vita. «No! Tristano! No!» urla al cielo, ma solo Tepes è lì ad ascoltarlo, e si volta, osservandolo con gli occhi iniettati del fresco sangue delle sue vittime.
«Hai ucciso un innocente, un ingenuo che ha creduto ciecamente in te, tu sei più maledetto di me!»
«Sei tu il dannato, qui, Tristano è una tua vittima, sei tu che lo hai ucciso, tu che ci hai condotti a questa follia! Maledetto! Maledetto! Maledetto!» Gershon urla tre volte quella parola, e Tepes ride di gusto, avventandosi improvvisamente sull’uomo disperato per il gesto che ha causato la morte del giovane. Il vampiro cinge il collo di Gershon, disarmato, impotente di fronte a quella forza sovrumana. Soffoca, il più grande cacciatore di demoni del suo tempo sta per morire, ma il diavolo lo guarda, allentando la presa, e dice: «No, per te ho in mente qualcosa di meglio.»
Gershon, sul ciglio dello svenimento, sembra vedere Tristano rialzarsi, e si convince di star morendo. Quando cade a terra, privo di sensi, sente le parole del giovane che accompagnano l’oblio: «Appicchiamo il fuoco, Tepes. Lasciamo che il suo corpo bruci, mio padrone.»
E il buio cade sul cacciatore di vampiri, aspettando che il fuoco dell’inganno ne illumini nuovamente il volto, per un’ultima volta.

Epilogo – 1904

Le arterie di Venezia vengono percorse da timide gondole, questa sera, così come ogni altra sera. Innamorati si scambiano baci di affetto sincero, a volte maturo, altre volte ancora acerbo.
I canali ospitano la luce della luna, riflettendola tra le mura dei palazzi vecchi a strapiombo sull’acqua, e l’atmosfera è perfetta per una poesia, così come per la morte.
«Pensavo che piazza San Marco si raggiungesse svoltando a destra, amore mio», la voce della giovane ragazza mette in allarme l’uomo che s’irrigidisce, voltandosi verso il gondoliere. Questi, impassibile, continua a remare, solcando la quiete dell’acqua con delicatezza.
«Senta, lei, le avevamo chiesto di portarci verso la piazza, dove sta andando?»
«In un luogo molto più interessante, non si preoccupi…» La voce è giovane, melliflua, esce dall’ombra e quasi convince l’innamorato a non protestare ancora. Ma lui si ribella e insiste: «Mi dica il suo nome, immediatamente, lei sta spaventando la mia compagna e io la denuncerò! Qual è il suo nome, maledetto garzone?»
Occhi di fuoco calano sul piccolo uomo, che non sa davvero chi ha di fronte a sé. Le ultime parole che sente, non le comprenderà mai appieno: «Io sono Tristano, il gondoliere di Venezia.»
Poi le zanne, e infine, il buio.

***

illustrazione di Marco Pasin
inizialmente pubblicato qui

Raccontarti

Narrativa

raccontartiraccontami tutto.

raccontami come se fosse possibile raccontarmi tutto. raccontamelo scrivendolo dicendolo ridendolo temendolo. raccontalo piangendolo per dolo o negligenza, inventandolo per incoerenza o innocenza. raccontami tutto e il suo contrario, come una quarta di copertina, una seconda occasione, la prima volta che non si scorda, la terza corda che non si svolta, la quinta pioggia e poi basta. raccontamelo, abbi il coraggio, dal possibile all’improbabile, da ciò che era a ciò che non sarà mai. racconta tutto quel che non ricordi, tutto ciò che non prevedi, per cecità o troppa paura. racconta intessendomi a nuovo, dandomi un tessuto completamente impossibile che vuoi farti mio. racconta il niente dicendomi tutto ciò che sai e che non vuoi, raccontami l’invalidità delle verità e la relatività di ogni realtà. raccontami gli occhi d’altri che ti riguardano e gli unonessunocentomila modi in cui non ti sei mai desiderata. raccontati a me, le volte in cui hai perduto partite mai giocate, scommesse mai sapute, corse perfettamente immobili dietro le ombre delle inconfessabilità. raccontati smontando pezzo per pezzo le incertezze di cui ti sei convinta e conpersa, ogni singola occasione sprecata acchiappandola, ogni necessità sublimata soddisfandola. raccontami le matasse ingarbugliate e i fili d’arianna annodati e tagliati, le briciole di pane divorate da tordi fantasma, i boschi in cui hai perso l’orizzonte e il cielo, le spiagge a contare i granelli come mi piacerebbe contarti i capelli, raccontandomeli. racconta tutto ciò che non hai, tutto ciò che non sapremo mai dell’universo e delle piccole cose che ci capitano, invano d’ascensore a salire per lanciarci dal settecentesimo piano fallito da escogitare. raccontami le rapine che hai subito, quelle dei sentimenti e delle idee, quelle degli occhi e delle cecità. raccontami i soprusi che non hai confessato e quelli che desideri perpetrare contro ogni illogica possibile. raccontati le dita sulle mani, raccontandomi i nei sul collo e le braccia, narrando di volta in volta le onde che arrivano dai confini dello spazio per spettinarci i capelli e i sorrisi, panchine alla mano e cieli al fulmicotone prima del diluvio universale che attende di essere raccontato nuovamente. rifacciamo il mondo raccontandone ogni cosa mai creata o inventata, lasciandoci alle spalle il futuro che tanto non ci racconteremo, se non disfacendolo con minuziosa crudeltà. nel frattempo, che ne dici di temerci per mano senza quiete alcuna?

raccontami niente.

Il neonato atomico

Narrativa

LindnerSi sta muovendo!

Quel piccolo paffutello figlio di puttana si sta muovendo! Guardatelo, come gattona innocente in mezzo alla strada deserta, facendo finta di nulla. Guardatelo, morbido e tenero come solo gli angioletti sanno essere.

Ma quel tizzone d’inferno in carne soffice e ossa frolle non ha nulla d’angelico.

È il figlio del demonio, è il parto del diavolo, anche se il diavolo in questo caso è la povera Mariagrazia Pagnaschi, moglie del senatore Augusto Svanzi, eminente autorità del nostro piccolo povero paesino colpito dalla peggior calamità dell’universo.

Mentre quel mostro si muove, tutto il centro è un fuggi-fuggi, uno sgombra-sgombra, per evitare di finire in mezzo alla deflagrazione imminente. Un ginocchietto alla volta, una manina dopo l’altra, quell’infante apocalittico avanza, i ciuffi biondi che gli cingono il cranio vellutato, la bocca che sbrodola bava e risatine, sembra un qualsiasi bimbo di qualsiasi pubblicità di pannolini, e invece è la fine di tutto, la distruzione del mondo, il Ragnarök delle nostre speranze!

Il neonato atomico avanza, ma nessuno sa che cosa fare.

Eppure nulla aveva fatto presagire una tale sventura. La signora Pagnaschi era una mamma ammirata da tutti, le ecografie non avevano dato cenno di pericolo, la gestazione era stata serena e amorevole come ci si aspetterebbe da una famiglia così perfetta.

Ma ora il bimbo termonucleare avanza e l’esercito studia il da farsi.

Il centro di Colletrento è completamente vuoto come in una di quelle scene di cinema catastrofico, in attesa che il meteorite si schianti. Nel completo silenzio, i vagiti di quell’abominio raggiungono facilmente anche me, che me ne sto rintanato in casa, le pareti rinforzate con lastre di piombo, uno spiraglio alla finestra per osservare gli sviluppi del disastro. Lui gattona, prendendoci in giro.

Quando la signora Pagnaschi ha partorito, l’allarme dell’ospedale è scattato subito e le sue innumerevoli porte hanno vomitato medici, pazienti e infermieri colti dal panico più nero. Ci hanno detto che il bambino emetteva una vibrazione e un calore, alcuni hanno affermato persino di aver sentito un ticchettio. Il medico ginecologo l’hanno ritrovato in un angolo a piangere, si teneva la testa, ripeteva: «Esploderà. Quel maledetto esploderà e non ci sarà niente da fare! Niente, vi dico!»

Il livello di radiazioni provenienti dal neonato atomico era superiore a quello di una “H-Bomb”, quelle utilizzate ad Alamogordo, hanno detto gli specialisti accorsi. Probabilmente tutti in paese erano stati già contagiati dal morbo radioattivo, hanno ripetuto gli esperti. Era solo questione di minuti prima che l’infante mostruoso saltasse, e con lui tutta Colletrento, hanno avvertito gli scienziati.

Eppure, guardatelo, lui se ne gattona laggiù spensieratamente, la pelle ancora in parte ricoperta dal sangue del parto, chissà poi come avrà fatto a trovare la via d’uscita, «di certo qualche potere strano quella bestia ce l’ha» mi legge nel pensiero Katia, mia moglie, anche lei impegnata a osservare il Distruttore che imperversa nel centro del paese.

Nel frattempo arrivano gli elicotteri, i carri armati, le vedette della polizia, i pompieri, la Guardia Nazionale e chissà cos’altro, ma si tengono tutti a distanza, si nascondono nei vicoli, circolano lontani dal Punto Zero che striscia sull’asfalto deridendo la nostra paura adulta. Fa persino una pernacchia e se la ride, tant’è sfrontata l’Apocalisse.

Nessuno sa che cosa fare, Colletrento è in diretta nazionale e il giornalista dice che né generali né politici sanno se intervenire per disinnescarlo oppure trasportarlo lontano per farlo deflagrare. Dice che nessuno è certo se il neonato atomico esploderà o meno. Dice di evacuare, poi avvisa che le strade sono bloccate, ché mica nessuno sa quale velocità potrebbe prendere l’infante esplosivo per uscire dal paese. Quindi, come facciamo a evacuare, scusi?

D’un tratto, da una delle finestre del condominio Bianchi parte un colpo di fucile diretto al neonato che viene mancato di pochi metri. Un parapiglia dall’appartamento di provenienza del colpo, grida e colluttazione, la polizia irrompe e tutto s’acquieta. Chissà cosa sarebbe successo se avessero colpito quel succhialatte infernale. Sarebbe esploso?

«I generali non sanno come si disinnesca un infante» dice la televisione, «perciò a nessuno è permesso intervenire mentre il neonato atomico avanza!»

Dove sono finiti i bambini di una volta? Vi pare mai possibile che una madre così perbene come la signora Pagnaschi non possa partorire in santa pace senza accorgersi di aver dato alla luce il Devastatore Della Terra? Non ci sono più gli Anticristo di una volta, almeno contro quelli c’era l’acqua santa! Adesso no, devono uscire i bambini al plutonio, gli infanti esplosivi, i Cavalieri dell’Apocalisse sotto forma di bambolotti paffutelli! Che tempi, dico io.

«Ma guardalo, Tommaso, è soltanto un piccolo bimbo indifeso» mi interrompe i pensieri Katia. Il neonato atomico ha smesso di gattonare e si è seduto, tutto nudo, in mezzo all’asfalto. Si guarda intorno, «forse ha solo fame» dice mia moglie, «chissà com’è spaventato», le faccio eco io. La televisione si zittisce, lo zoom dell’operatore valica la cortina di panico dello schermo e avvicina lo sguardo degli spettatori al viso dell’infante mostruoso, del Devastatore di Mondi, della Grande Paura Bambina. Se ne sta lì, le manine sante dentro cui scorre la morte, il pisellino moscio dal quale potrebbe uscire il nuovo Big Bang. Il labbro inferiore trema sotto i colpi del freddo e della paura. Il neonato atomico carica lacrime radioattive negli occhi, li riempie di liquido letale, tutta Colletrento osserva, muta, forse commossa.

Prima che io possa accorgermene, Katia esce di casa. Il mio «amore, dove cazzo vai?» non la fa esitare per un istante. Altre persone sono uscite di casa, attirate dal tenero bimbo abominevole che a stento trattiene il pianto di fronte al panico dell’umanità. Che cosa gli passa per la testa? Lui nemmeno sa il motivo per il quale lo osserviamo così, guardandolo come la cosa più terribile mai apparsa al mondo. Eppure, è solo un bimbo, indifeso, tenero, piccolo. Noi siamo i mostri, noi che lo odiamo ancor prima di averlo capito! Il neonato atomico non vuole esplodere, il bambino è innocente, questo passa per la testa di tutti coloro che lo scrutano adesso, nudo come un verme, in mezzo alla strada. L’esercito sta fermo, gli elicotteri quasi si immobilizzano in cielo, io rincorro Katia che ormai è a cinque metri dal figlio del demonio, si avvicina con passo sereno, certa di star facendo la cosa giusta.

«C’è così tanto di peggio al mondo, piccolo mio» dice Katia, e il lampo di maternità che vedo nei suoi occhi mi fa sciogliere, quel bambino ha solo bisogno di una madre, di un padre, di amore, è così ovvio. Altre persone si avvicinano al Ground Zero, ma Katia è più veloce, si china e accoglie tra le braccia il neonato atomico, l’Abominio Bambino, il Mostro Termonucleare. Dalle finestre di ogni appartamento esce un suono rassicurante, un sospiro di sollievo collettivo che invade i cuori di tutti, mentre poliziotti, generali e militari escono dai propri nascondigli, consapevoli che il pericolo non c’è mai stato.

Katia mi guarda, gli occhi pieni di gioiose lacrime, cullando il neonato atomico, caldo come un tizzone ardente, ma ora quieto. «Tommaso, voglio un bambino, è giunto il momento» mi dice lei con la voce spezzata dalla commozione. Carezzo la fronte di mia moglie, la bacio sulle labbra, mi volto verso il viso innocente del bambino termonucleare, i nostri occhi si osservano per un secondo, il mondo pare un posto migliore. Ci aspetta un futuro radioso, mi dico.

L’esplosione è così violenta e repentina che mi resta solo il tempo di raccontarvi il lampo negli occhi del neonato atomico, quando il sorriso di Katia scompare e un ghigno malefico attraversa il viso del bimbo esplosivo. Tutto si svolge prima di un istante, e mentre ancora i miei pensieri bruciano al fuoco incandescente dell’esplosione atomica mi dico che non c’è alcun senso, in niente, mentre Katia sparisce, l’esercito viene incenerito, il condominio Bianchi spazzato via, io vengo polverizzato, la strada sbriciolata e Colletrento diventa un tizzone d’inferno privo di vita.

Il bambino atomico è esploso.

Di noi restano solo un fungo atomico e un istinto genitoriale ridotto a brandelli.

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(inizialmente pubblicato qui)