Eventi di Agosto!

Da non perdere, Filosofia

Finalmente ad agosto debutta il mio nuovo monologo “Quanti GIGA pesa Dio?“, un racconto tra filosofia e letteratura, tra finzione e realtà, tutto incentrato sulla geniale mente di Philip K. Dick!

E in autunno si fa un bel giro in tante altre città! 😉

Intanto, QUI il calendario completo che verrà presto aggiornato con le prossime date.

AGOSTO

L’urlo di Pattinson in “The Lighthouse”

Da non perdere, Filosofia, Narrativa, Recensioni, YouTube

Non riesco a smettere di guardare l’urlo di Thomas Howard di fronte alla luce del faro di “The Lighthouse”. Un urlo lungo e sordo che all’inizio è una risata e alla fine si trasforma in un collasso. Un urlo che ho guardato e riguardato, ogni volta sentendo un brivido scendermi lungo la schiena. Un urlo che ha continuato a riproporsi per giorni e giorni. 

Un urlo che non riesco a smettere di guardare. Qualcuno potrebbe dirmi: “Non riesci a smettere di guardare il film, insomma?” ma no, è proprio la scena dell’urlo da cui non so staccarmi, e voglio capire il perché.  

“The Lighthouse” è un film del 2019, diretto da Robert Eggers, che racconta la storia di due marinai stanziati su un’isola sperduta nel mezzo dell’oceano a guardia di un faro. La storia mette insieme alcune leggende del mare, come quella secondo cui i gabbiani conservano dentro di sé le anime dei marinai morti durante i loro viaggi, e l’immaginario di autori quali Howard Philips Lovecraft, Edgar Allan Poe e William Hope Hodgson. Il regista dice che in questo film l’atmosfera è tutto: l’oscurità e il dominio delle ombre, la fragilità di un luogo dimenticato dagli dei, l’incertezza di due esistenze legate eppure aliene, quella di Thomas Howard, interpretato da Robert Pattinson, e di Thomas Wake, un magistrale Willem Defoe. Il film calca sull’importanza dell’atmosfera anche grazie alle tecniche di ripresa e la composizione dell’immagine: il formato Movietone che richiama le riprese di inizio Novecento e contribuisce alla sensazione di claustrofobia su cui il film gioca; un bianco e nero che solo ad un occhio superficiale può sembrare minimalista, quando invece è una scelta quasi barocca; una recitazione che a singhiozzo passa dall’essere strascicata e faticosa ad acquisire toni che si rifanno direttamente all’espressionismo tedesco, con monologhi sopra le righe, trasformazioni nella voce e nell’uso del corpo, momenti di pura follia visiva. 

“The Lighthouse” è un film bellissimo, ma la scena dell’urlo di Thomas Howard vale tutto il film. 

Esistono anfratti dell’esistenza nei quali l’unica cosa che possiamo fare è urlare. Si urla per gettare fuori, per disfarci di ciò che gli occhi ci hanno mostrato, si urla per allontanare coloro che stanno avvicinandosi, si urla per dire al mondo “ehi, io sono ancora qui”, spesso appena prima di scomparire. La serenità perduta, la soglia dell’abisso, l’imponderabile alle porte, tutto questo scatena le nostre urla, e di urla ce ne sono molte al mondo, ma solo poche sono memorabili. 

C’è l’urlo dell’androide di Philip K. Dick, il replicante che scopre di essere una copia, di non essere l’originale, di non esistere se non in virtù della volontà altrui. È simile all’urlo di Munch: “Il quadro mostrava una creatura calva e angosciata, con la testa che pareva una pera rovesciata, le mani premute sulle orecchie e la bocca aperta in un immenso urlo muto. Onde contorte del tormento della creatura, echi del suo grido, fluttuavano nell’aria che la circondava; l’uomo, o la donna, qualunque cosa fosse, aveva finito per essere contenuta nel proprio urlo. Si era coperto le orecchie proprio per non sentirlo. La creatura era in piedi su un ponte e non c’era nessun altro presente; urlava nell’isolamento più totale. Tagliata fuori dal suo sfogo, oppure, nonostante il suo sfogo”. È un urlo disperato, quello di chi si sveglia e si accorge che potrebbe non avere un’anima, di chi raggiunge l’insopportabile consapevolezza di essere soltanto un guscio privo di contenuto. Un guscio destinato alla rottamazione, al disuso, all’obsolescenza. Dietro a questo urlo c’è un’inquietante scoperta su di sé, è l’angoscia di conoscere se stessi per ciò che siamo davvero, un passo a cui pochi sono pronti. 

Poi c’è l’urlo di Marion Crane, la bionda che in Psycho si trova faccia a faccia con il proprio assassino. La tenda della doccia viene divelta e l’immagine inattesa della fine imprime lo spavento sul volto della vittima. È un urlo di sorpresa, la peggior sorpresa possibile ovvero quella che d’un tratto disvela il momento del trapasso e che, come uno specchio messo di fronte al sé, mostra il riflesso della propria impreparazione. Dietro a questo urlo c’è un’inquietante scoperta sul mondo, sugli altri: i mostri esistono e hanno preparato la mia morte senza rendermi partecipe di questo piano orribile. L’urlo è l’estremo tentativo di creare una lontananza tra il sé è l’imponderabile, tra il proprio corpo e quello dell’aguzzino. 

Infine c’è l’urlo di Thomas Howard in The Lighthouse, un urlo come mai ne avevo visti al cinema.

Tomas Howard si affaccia sulla luce del faro, una luce proibita e insopportabile che solo un iniziato può affrontare. In effetti, durante l’intero film, Thomas Wake si reca in cima al faro, di notte, e dimostra di avere tutte le carte in regola per rimanere in presenza della luce: la relazione tra Wake e la luce del faro è al tempo stesso quella che esiste tra un adepto e la sua divinità e quella che intercorre tra un dominato e la sua dominatrice. I richiami alla sessualità sono molteplici, presupponendo che per sopportare la presenza di quella luce proibita si debba passare attraverso un lungo rito di corteggiamento. A Wake è concesso di rimanere davanti alla luce perché egli è un iniziato, e la gelosia con cui custodisce quella relazione è la stessa che un amante insicuro mostrerebbe nei confronti del proprio amore impossibile. 

Thomas Howard si affaccia sulla luce proibita e ne viene sconvolto. 

Quella che inizialmente sembra una risata artificiale, quasi forzata, certamente non nutrita da umorismo o gaiezza, si trasforma velocemente in un urlo angoscioso, incontenibile, prorompente. E questa scena non racchiude soltanto il film in sé, ma anche riflessioni che conducono lo spettatore alla domanda fondamentale che alberga al fondo della narrazione: “Che cos’è la vita e che cos’è la morte?” 

Siamo istintivamente dualisti in questo genere di questioni e pensiamo che la vita stia accanto alla morte, che la vita sia una cosa e la morte la sua fine. Siamo in qualche modo convinti che vivere e morire siano due eventi differenti, solo incidentalmente connessi, e mentre viviamo non sarebbe il caso di pensare alla morte. La narrazione biblica si apre proprio con questo genere di dualismi: la superficie e il cielo, la terra e il mare, la luce e l’ombra, tutti dualismi nettamente separati i cui confini sono l’eccezione che dà forma alla loro consistenza e realtà. La terra e il mare sono diversi proprio perché tra loro esiste un sottile confine; la luce e l’ombra sono elementi distinti proprio perché noi riusciamo a discernere il luogo in cui l’una termina e l’altra inizia; e così la vita e la morte sono cose diverse perché siamo programmati per riconoscerne i limiti. 

“The Lighthouse” mette in discussione tutto questo mostrandoci che la più grande illusione dell’uomo è proprio l’esistenza di quel confine. 

La scena dell’urlo racconta infatti una storia diversa sulla relazione tra luce ed ombra, tra suono e silenzio, tra vita e morte. Essa ha inizio quando Thomas Howard apre l’anta che contiene la luce del faro e ne contempla il contenuto divino. In quel momento, non è solo la luce a riempire in modo innaturale il campo visivo dello spettatore, ma anche un suono, un ruvido e alieno rumore di fondo simile a quello captato dai radiotelescopi che ascoltano i confini dell’universo, un suadente stridore ancestrale, un disturbo proveniente da chissà dove, privo di significato eppure pregno di immagini, quel suono pervade l’orecchio di chi guarda e ascolta rendendo tutto il resto sordo e privo di importanza. Mano a mano che l’incerta risata di Howard si trasforma in un’angosciata espressione di terrore estatico, quel suono inizia a ritirarsi, come se venisse scavato, cesellato, da uno scultore voglioso di mostrare ciò che l’informe ha sempre tenuto dentro di sé. Quel disturbo di fondo, quel suono che probabilmente esiste dall’eternità, venendo ridotto a colpi di scalpello, si trasforma pian piano nella voce urlante di Thomas Howard. L’urlo emerge dal rumore di fondo, la voce era come intrappolata all’interno di un suono privo di forma o significato, e il regista compie un lavoro di cesellatura ritagliando l’urlo da quel suono alieno. Proprio come se fosse Michelangelo che, da un anonimo ed informe pezzo di marmo riesce a trarre il profilo del David. Solo che qui il marmo è un divino e antico rumore di fondo e il David è il grido deforme di un uomo incauto. 

Tutta la scena si costruisce sulla sottrazione: si sottrae potenza al suono eterno e disumano facendone emergere l’urlo umano; si sottrae dominio all’oscurità e la luce cresce sempre di più, manifestando ciò che era nascosto; si ritira per un momento il dominio alla morte per mostrare cosa sia la vita, in fin dei conti. 

Non c’è differenza tra il marmo e il David. Non c’è differenza tra il suono alieno e l’urlo di Thomas Howard. Non c’è differenza tra la luce e l’oscurità. Non c’è differenza tra la vita e la morte. 

Tutto è fatto della medesima polpa eterna, e dall’informe, in alcuni strani eoni, emerge la forma, ciò che il nostro occhio può riconoscere come familiare e vicino. Se volessimo usare il tedesco diremmo “Unheimlich”, se volessimo usare l’inglese pronunceremmo la parola “Eldritch”. Ma è l’atto del riconoscimento ad essere la vera illusione: ciò che vediamo, l’espressione umana di Thomas Howard, e ciò che sentiamo, la voce roca del suo urlo, altro non sono che il prodotto di scarto di un atto artificiale, quello del regista, che fa emergere dall’eterno ciò che timidamente possiamo considerare a noi somigliante. 

Questa è la triste esistenza degli uomini, costretti a ritagliare dal Cosmo alcune forme tangibili e significative, pronte ad essere spazzate via nuovamente dalla forza di ciò che ne sovrasta la potenza e i significati. 

Cos’altro è la vita se non un fugace e sottile istante che emerge dall’eternità della morte? In effetti, io passerò qualche decennio in vita per poi trascorrere miliardi di anni in morte. Cos’altro è la luce se non un ritaglio sensoriale nel mezzo di un nero mare di elettromagnetismo? Cos’è la voce di un uomo, del proprio compagno di sventura, della propria amata, se non un’eccezione risibile nel mezzo dello stridore universale che il cosmo erutta mentre si espande verso l’infinito? Stridore che non differisce in nulla da un silenzio sconfinato. 

La vita emerge dalla morte, diventandone la ridicola eccezione, allo stesso modo in cui la voce di Thomas Howard emerge dal disturbo sonoro che pervade l’interezza dell’espansione cosmica. Il senso emerge dal caos poiché l’uomo lo ritaglia dalla vastità di ciò che lo circonda, e ne fa emergere un’isola circondata dai neri mari d’infinito, e può persino porre una luce in cima a quell’isola, ma questo non lo salverà dal momento in cui l’informe, l’indistinto, l’eterno inghiottirà nuovamente ogni cosa, ogni voce, ogni luce, ogni vita. 

Perché non riesco a smettere di pensare all’urlo di Thomas Howard? 

Credo che la risposta dipenda dal fatto che non avevo mai visto tanta potenza filosofica e artistica racchiusa in così pochi fotogrammi. In quell’urlo ho visto il sublime, che è al tempo stesso l’estasi del mistico che contempla il divino e il terrore dell’incauto che inciampa nel mostruoso; ho visto narrata la coesistenza angosciante della vita e della morte, della luce e dell’oscurità, della voce e del silenzio; ho visto descritta l’azione del pensiero umano, sempre indaffarato a ritagliare, scavare, ricavare significati, immagini e parole dal caos indistinto che corrisponde al cosmo di cui siamo figli e contemporaneamente prodotti di scarto. In quell’urlo ho riconosciuto la potente idea del monismo, quella secondo cui non esiste differenza reale tra i molteplici elementi che i nostri occhi, le nostre orecchie, il nostro cervello ritagliano nella Realtà, e che in fin dei conti siamo fatti della stessa polpa degli dei, ma al tempo stesso non possiamo avvicinarci ad essi perché ne verremmo sconvolti. 

Di fronte all’urlo di The Lighthouse sono al tempo stesso attratto e diffidente: vorrei lanciarlo almeno una volta nella vita perché esso nasce dalla contemplazione della Verità, ma al tempo stesso non vorrei mai doverlo lanciare perché ciò significherebbe l’annichilamento della mia stessa esistenza. E non c’è alcuna reale differenza tra questi due impulsi: io sono il risultato del loro continuo avvicendamento. 

Non smetto di pensare a quell’urlo perché è la dimostrazione che la paura e il desiderio, l’attrazione e la repulsione che provo nel mio intimo, sono la stessa cosa. Sono io, eppure non sono io, sono l’eterno eppure sono limitato, sono ricavato da qualcosa di sconfinato, eppure sono qui a pronunciare parole inutili che si perderanno nel cosmo come qualsiasi altra opera compiuta da un essere umano, compreso l’urlo di Thomas Howard in The Lighthouse. 

Ma nel frattempo, mi godo nuovamente questa scena. E ne vengo terrorizzato.  

#philipKweek: dal 3 al 9 febbraio su Daily Cogito

Da non perdere, daily cogito, Narrativa

È arte somma: il mondo è orribile. Una summa perfetta. È per questo che paghiamo compositori e pittori e grandi scrittori: perché ce lo dicano. Si guadagnano da vivere grazie al fatto di essere arrivati a questa consapevolezza. Quale comprensione geniale, incisiva. Quale penetrante intelligenza. Un topo di fogna potrebbe dirti la stessa cosa, se sapesse parlare. Se i topi sapessero parlare, io farei tutto quello che dicono.
P.K.D. 

Se non hai mai letto Philip K. Dick ti stai perdendo un intero universo di ipotesi, mitologie, colpi di genio, follie abissali, terrori cosmici, desideri innominabili, malattie senza patria, divinità cieche e creature distorte. Se non hai mai letto Philip K. Dick la tua vita mentale è meno ricca di come potrebbe essere, ma è anche un posto meno rischioso: leggere la sua opera apre ad un baratro di consapevolezza e con questo monito ti invito alla #philipKweek, la settimana tematica che Daily Cogito dedica a questo grande genio del nostro tempo, per farlo conoscere ai più, per esplorarlo in modo incauto, per imparare a vedere il mondo con occhi nuovi: non migliori, non peggiori, semplicemente occhi più strani.
Non perderti questa settimana tematica!

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Roma, 3 giugno: L’Alieno Dentro (conferenza)

elogio dell'idiozia, Filosofia, Narrativa

Domenica 3 giugno due eventi stupendi a Roma: la conferenza “L’alieno dentro” e la prima presentazione in anteprima nazionale del mio nuovo libro “Elogio dell’Idiozia”. 
La prenotazione per entrambi gli eventi è consigliata e si può fare da QUESTO link e da QUEST’ALTRO link!
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La fantascienza rappresenta il genere che più di tutti è riuscito a toccare corde filosofiche, nel corso degli ultimi decenni. Tra letteratura e serie TV, cinema e libri, la questione sollevata dalla fantascienza è la stessa che attanaglia da sempre i filosofi: “Chi sono mai, io?”
Un viaggio tra Philip K. Dick e Lovecraft, Solaris e Cthulhu, per scoprire i veri tesori filosofici che stanno sotto la coltre delle storie fantastiche. Due ore di conferenze che ti permetteranno di cambiare l’idea che hai della fantascienza e dell’immaginazione.

La conferenza si terrà domenica 3 giugno 2018 dalle 16 alle 18 a Roma, presso la Libreria Teatro Tlon. Il costo di partecipazione è di 10 euro e i partecipanti avranno un interessante sconto sull’acquisto del mio nuovo libro “Elogio dell’idiozia” (che sarà presentato subito dopo la conferenza, alle ore 19. La prenotazione è consigliabile e si può fare da QUESTO link.

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Consigli di lettura: dicembre 2017

Filosofia, Narrativa, Recensioni

Come sempre durante i periodi di pausa del canale Youtube, i consigli di lettura non li troverete in formato video, ma qui, in un articolo veloce per darvi qualche dritta su cosa leggere durante questa pausa invernale!

Senza perderci in ulteriori chiacchiere, direi di tuffarci nei cinque libri che recentemente ho letto e che dovete assolutamente recuperare!

  1. “L’Avversario”, Emmanuel Carrère – Questo è un autore che ho incontrato un po’ per caso quando stavo preparando la mia Live su Philip K. Dick: cercavo una biografia originale sullo scrittore americano e mi sono imbattuto in “Io sono vivo, voi siete morti” e me ne sono perdutamente innamorato. Non solo del libro in sé (piccolo gioiello, ve lo consiglio, anche se non siete affiatati lettori di Dick), ma soprattutto l’idea e l’ispirazione narrativa: Carrère parte da storie quasi sempre vere per costruirci (o estrapolare?) romanzi di altissima letteratura. “L’Avversario” segue questo principio e, partendo da un orribile fatto di cronaca accaduto in Francia negli anni 90, estrae un piccolo capolavoro della letteratura psicologica e criminale. Un romanzo inadatto a chi ha il cuore debole, si tratta di un vero viaggio nelle profondità della devianza comportamentale umana, ma ancora di più è un viaggio che ci dimostra incontrovertibilmente che l’assassino, il malvagio, il mostro, è nell’animo di ognuno di noi quando ci abbandoniamo alla normalità.
  2. Teoria della classe disagiata“, di Raffaele Alberto Ventura – Di questo libro ho parlato brevissimamente in questo video, ma nonostante il mio sguardo fortemente critico (e a inizio 2018 uscirà un mio articolo dal titolo “Teoria della classe rassegnata”, state all’erta), credo sia un testo da leggere per comprendere certe dinamiche e per avere uno sguardo certamente originale e disincantato sull’industria culturale contemporanea. Di certo un libro che rispecchierà paure e disillusioni di una generazione, la mia, che molto spesso si dimentica la differenza tra reale e immaginario, con tutti i danni che questo porta con sé.
  3. Cervello. Manuale dell’utente“, di Marco Magrini – Sono sempre piuttosto scettico su quei libri che desiderano trattare le neuroscienze in modo “simpatico” e accattivante poiché molto spesso questo comporta una semplificazione talmente bassa degli argomenti da renderli quasi indigesti. Ma non è questo il caso di questo bellissimo libro, chiaro e scorrevole, che non pecca mai di banalizzazione e riesce a spiegare (“for dummies”) in modo piacevole le più recenti scoperte nel campo della neurobiologia e neuropsicologia. Per chi desidera saperne di più su come funziona l’organo più vicino a ciò che chiamiamo “io”, beh, questo è un testo consigliatissimo!
  4. Menti sospettose“, di Rob Brotherton – Siamo tutti complottisti? No, direi di no, ma ciò che possiamo affermare senza tema di smentita è che il complottismo è parte integrante di un comportamento che tutti noi nutriamo. Perciò, tutti noi siamo complottisti in potenza. Questo splendido testo di Brotherton (di cui ho parlato anche QUI) fa luce, in modo brillante, sulla natura della mentalità del complotto, quella che ci porta a vedere, dietro la complessità del mondo, una fitta rete di poteri, volontà e intenzioni che in realtà… non esistono! Un bellissimo excursus che tocca filosofia politica e scienze cognitive, socialità e psicologia, e che consiglio di leggere a tutti coloro che si considerano molto più intelligenti di un terrapiattista!
  5. Difendere l’indifendibile“, di Walter Block – Una lettura POCO natalizia che parla di filosofia dell’economia in modo dissacrante e crudo. Perché un economista dovrebbe difendere figure professionali come quella della prostituta, dell’usuraio e dello spacciatore? Perché dovremmo leggere un libro che difende il “porco maschilista” o il ricattatore? Block ha una risposta che ci spiazza: “Perché sono eroi”. E questa non è solo satira, ma è un logico ragionamento che poggia le sue basi su un concetto di “libero mercato” che molto spesso fraintendiamo, facendone una caricatura. Un libro che va letto mettendo da parte moralismi e pregiudizi, poiché mira ad aprire la mente su uno degli aspetti più sordidi della nostra società. Consigliatissimo, divertente e intelligente, anche se non sarete d’accordo con l’analisi!

Con questi consigli io vi lascio alla vostra pausa (se siete in ferie) oppure ai vostri lavori, e vi auguro di passare una serena fine d’anno, tenendo sempre conto che non è tutto noia ciò che pensa!