I nuovi “Elogio dell’idiozia” e “Pianeti Impossibili”

elogio dell'idiozia, I pianeti impossibili, Narrativa

Ho il piacere di annunciare che da qualche giorno è possibile pre-ordinare le nuove edizioni dell'”Elogio dell’idiozia” e del mio primo romanzo “I Pianeti Impossibili”! Se acquistati in bundle, sarà possibile avere un forte sconto, oltre ad un gadget esclusivo, il tutto direttamente spedito a casa! 

copertinaFBelogio

La Debolezza all’assalto del Congresso USA

Da non perdere, Filosofia, Riflessioni Politiche

Nella società della debolezza, l’uomo cretino è l’unico rappresentante dell’uomo forte. E ciò che è accaduto al Congresso ieri ne è la perfetta rappresentazione.
Sarà che in questi giorni sto rileggendo Jung, Nietzsche e Freud, ma mi balza all’occhio in modo chiarissimo il nesso tra gli eventi dei nostri giorni e le nevrosi che questi tre giganti hanno analizzato all’inizio dello scorso secolo. E mi fa un po’ ridere quando leggo chi è convinto che le radici di questi avvenimenti siano da ricercarsi nei social-network, nel trumpismo o nella “società dello spettacolo”: tutti questi sono effetti, non cause, e confondere le cause con gli effetti ci porta poco lontano nella comprensione di quel che avviene.

Jung, seguendo le orme di Nietzsche e andando contro Freud, diceva che la morte di Dio non poteva che trovare risposta in una rinascita di Dio nell’animo degli uomini, degli individui: un Dio che non sia più lassù, distante e traducibile dai preti, ma un Dio che sia qui, dentro di me, e che dia dignità alla mia vita senza ricercarla fuori da essa. Senza questo necessario passaggio avremmo vissuto decenni di debolezza, mancanza di senso, perdita di riferimenti, e avremmo vissuto una catastrofe. La catastrofe ci fu, e si incarnò nelle due guerre mondiali, nei totalitarismi del nazi-fascismo e del comunismo, ma non si limitò a risolversi lì, semplicemente perché la fine della guerra portò ad un nuovo equilibrio basato sulla cooperazione internazionale e sulla crescita economica. E in quell’equilibrio, i problemi analizzati da Jung, Nietzsche e Freud poterono permanere, silenziosi.

Nel frattempo, un mondo in cui Dio era morto si trasformò nella più grande paura di Nietzsche: un mondo in cui l’essere umano, convinto della propria debolezza, è più facilmente manipolabile poiché meno propenso a “dare” un senso alla propria esistenza (in questo, i libri di Viktor Frankl fanno scuola). Ecco dove la visione di Freud ha avuto il suo maggior trionfo, una visione meccanicista dell’uomo, una narrazione che racconta l’individuo come mero “effetto” di concause ritrovabili nel suo passato più prossimo e quindi leggibile, comprensibile e manipolabile in quanto creatura “semplice”, un uomo privo di “scopo” poiché quest’ultimo è sempre il risultato di forze che valicano la sua capacità di disegnare la propria esistenza. Il razionalismo freudiano ci ha convinti che l’uomo sia un piccolo fascio di fibre rispondenti a stimoli di corto raggio, e di conseguenza trattabile e studiabile come il più semplice dei transistor: “Sì/No, Zero/Uno”. E chi ha letto lo Zarathustra sa bene come questo tipo di uomo, “l’ultimo uomo” che si ammanta di razionalità quando invece è pervaso dal timore di Sé, è destinato a finire. Spoiler: MALE.

Ciò che abbiamo visto ieri al Congresso non è diverso da quel che è accaduto nelle piazze con gli assembramenti anti-Covid e il generale Pappalardo, non è dissimile dai movimenti che contro ogni possibile logica rifiutano il discorso scientifico tacciandolo di complotto mondiale, non è dissimile dalle follie dell’irrazionale che sempre più di sovente emergono davanti ai nostri occhi e che abbiamo dimenticato albergare nel cuore di ognuno di noi. E la miglior risposta che abbiamo saputo dare a fenomeni tipo QAnon et similia è una risata sarcastica accompagnata da un meme, marchio di fabbrica dell’uomo debole e privo di senso.
A far erompere in modo così eclatante tutto ciò non è stata la pandemia, né la crisi economica: anch’essi sono effetti o mere concause. La vera radice sta nella cultura della debolezza, dell’uomo pacificato, di quel razionalismo stantio che ha voluto a tutti i costi tradurre l’uomo in pezzo di un puzzle di cui nessuno (tantomeno i razionalisti) vedono i confini. La vera causa sta nella cultura meccanicista che vuole l’uomo come semplice conseguenza di cose a noi oscure, piccolo ingranaggio smussato di piani universali che stanno al di fuori del nostro animo. Gli uomini e le donne al Congresso, ieri, testimoniano la fallacia dell’uomo debole e pacificato, l’individuo asservito al gruppo, alla collettività, alla ragione, l’uomo politicamente corretto che non offende, non rompe le scatole, l’uomo da lockdown che si chiude in casa tranquillo come una vacca indù e non contraddice le scelte che altri fanno sulla sua pelle, l’uomo che non ridicolizza l’idea di “anima bella” che abbiamo di noi stessi. E quegli individui al Congresso fanno cose idiote, dicono cose idiote, sono cretini, eppure sono gli ultimi a rigurgitare la nevrosi di cui a inizio secolo Jung, Nietzsche e Freud hanno parlato in modi diversi. Sono gli ultimi tristi testimoni di uomo forte, eroico, che confondono la forza con la demenza precoce, come i migliori protagonisti di Dostoevskij.

La crisi è spirituale, signore e signori, è la crisi di chi non sa più dare un senso alla propria esistenza poiché, convinto della propria debolezza e impotenza da una cultura castrante, cerca qualcuno che ci salvi. E la cultura della debolezza è quella che vuole l’uomo pacificato e privo di fastidi, l’uomo ridotto a centrotavola di buone maniere, suppellettile dell’esistenza che non disturbi troppo quando lo si redarguisce. L’uomo è privo di Dio e questo lo rende più esposto a chi vuole giocarsi bene la carta del piccolo potere che si è concesso in assenza degli Dei. E quando Dio è morto, cercarne un altro al di fuori di noi significa mettersi nelle mani del caos: il Duce, il Führer, il Grande Timoniere, Trump o chi altri, tutto questo è parte del caos.
L’uomo infine sfugge alla gabbia della razionalità imposta con la politica e sparge molte fiamme intorno a Sé.

“Vi ripeto per la centesima volta che c’è soltanto un caso, uno solo, in cui l’uomo può augurarsi apposta, coscientemente, perfino ciò che è dannoso, ciò che è sciocco, perfino ciò che è sciocchissimo, e precisamente per avere il diritto di augurarsi perfino ciò che è sciocchissimo e non essere legato dall’obbligo di augurarsi soltanto ciò che è intelligente. Infatti questo fatto sciocchissimo, questo nostro capriccio, signori, può davvero essere più vantaggioso per noi di tutto quel che c’è sulla terra, specialmente in certi casi. E in particolare può essere più vantaggioso di tutti i vantaggi, perfino nel caso in cui ci rechi un danno manifesto e contraddica alle più sane conclusioni della nostra ragione intorno ai vantaggi, perché in ogni caso ci conserva la cosa più importante e più cara, cioè la nostra personalità e la nostra individualità.”
Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo

Stasera alle 21: Live su KARL POPPER

daily cogito, Filosofia, podcast, Twitch, YouTube

Questa sera alle 21 una Live Monografica da non perdere! Finalmente parleremo di Karl Popper, delle sue opere e del suo pensiero, della concezione scientifica e di quella politica, della vita e delle contraddizioni. Un pensatore straordinario, un gigante che troppo spesso viene dimenticato. Una serata importante.
Alle 21, in diretta sul canale Twitch!

ABBONATI A TWITCH
ENTRA NELLA COMMUNITY DI PATREON

RASSEGNATO STAMPA: da oggi alle 12, su Twitch

Da non perdere, daily cogito, Twitch

Da oggi inizia una nuova avventura su Twitch: dal lunedì al venerdì alle 12 “Rassegnato Stampa“, mezz’ora di lettura e commento delle principali notizie provenienti dai maggiori quotidiani italiani. Un momento di informazione e pensiero critico, con il taglio che tanto apprezzi su Daily Cogito, nel tentativo di combattere la zombificazione anche usando la stampa.
Gli appuntamenti quindi raddoppiano: alle 12 Rassegnato Stampa e nel pomeriggio (a orari variabili) il Daily Cogito. Al contrario del podcast però, “Rassegnato Stampa” è un’esclusiva di Twitch: chiunque può seguirla liberamente in live, ma solo gli abbonati potranno recuperarla in differita. E le puntate non verranno ricaricate su Spotify, né su Youtube.

L’urlo di Pattinson in “The Lighthouse”

Da non perdere, Filosofia, Narrativa, Recensioni, YouTube

Non riesco a smettere di guardare l’urlo di Thomas Howard di fronte alla luce del faro di “The Lighthouse”. Un urlo lungo e sordo che all’inizio è una risata e alla fine si trasforma in un collasso. Un urlo che ho guardato e riguardato, ogni volta sentendo un brivido scendermi lungo la schiena. Un urlo che ha continuato a riproporsi per giorni e giorni. 

Un urlo che non riesco a smettere di guardare. Qualcuno potrebbe dirmi: “Non riesci a smettere di guardare il film, insomma?” ma no, è proprio la scena dell’urlo da cui non so staccarmi, e voglio capire il perché.  

“The Lighthouse” è un film del 2019, diretto da Robert Eggers, che racconta la storia di due marinai stanziati su un’isola sperduta nel mezzo dell’oceano a guardia di un faro. La storia mette insieme alcune leggende del mare, come quella secondo cui i gabbiani conservano dentro di sé le anime dei marinai morti durante i loro viaggi, e l’immaginario di autori quali Howard Philips Lovecraft, Edgar Allan Poe e William Hope Hodgson. Il regista dice che in questo film l’atmosfera è tutto: l’oscurità e il dominio delle ombre, la fragilità di un luogo dimenticato dagli dei, l’incertezza di due esistenze legate eppure aliene, quella di Thomas Howard, interpretato da Robert Pattinson, e di Thomas Wake, un magistrale Willem Defoe. Il film calca sull’importanza dell’atmosfera anche grazie alle tecniche di ripresa e la composizione dell’immagine: il formato Movietone che richiama le riprese di inizio Novecento e contribuisce alla sensazione di claustrofobia su cui il film gioca; un bianco e nero che solo ad un occhio superficiale può sembrare minimalista, quando invece è una scelta quasi barocca; una recitazione che a singhiozzo passa dall’essere strascicata e faticosa ad acquisire toni che si rifanno direttamente all’espressionismo tedesco, con monologhi sopra le righe, trasformazioni nella voce e nell’uso del corpo, momenti di pura follia visiva. 

“The Lighthouse” è un film bellissimo, ma la scena dell’urlo di Thomas Howard vale tutto il film. 

Esistono anfratti dell’esistenza nei quali l’unica cosa che possiamo fare è urlare. Si urla per gettare fuori, per disfarci di ciò che gli occhi ci hanno mostrato, si urla per allontanare coloro che stanno avvicinandosi, si urla per dire al mondo “ehi, io sono ancora qui”, spesso appena prima di scomparire. La serenità perduta, la soglia dell’abisso, l’imponderabile alle porte, tutto questo scatena le nostre urla, e di urla ce ne sono molte al mondo, ma solo poche sono memorabili. 

C’è l’urlo dell’androide di Philip K. Dick, il replicante che scopre di essere una copia, di non essere l’originale, di non esistere se non in virtù della volontà altrui. È simile all’urlo di Munch: “Il quadro mostrava una creatura calva e angosciata, con la testa che pareva una pera rovesciata, le mani premute sulle orecchie e la bocca aperta in un immenso urlo muto. Onde contorte del tormento della creatura, echi del suo grido, fluttuavano nell’aria che la circondava; l’uomo, o la donna, qualunque cosa fosse, aveva finito per essere contenuta nel proprio urlo. Si era coperto le orecchie proprio per non sentirlo. La creatura era in piedi su un ponte e non c’era nessun altro presente; urlava nell’isolamento più totale. Tagliata fuori dal suo sfogo, oppure, nonostante il suo sfogo”. È un urlo disperato, quello di chi si sveglia e si accorge che potrebbe non avere un’anima, di chi raggiunge l’insopportabile consapevolezza di essere soltanto un guscio privo di contenuto. Un guscio destinato alla rottamazione, al disuso, all’obsolescenza. Dietro a questo urlo c’è un’inquietante scoperta su di sé, è l’angoscia di conoscere se stessi per ciò che siamo davvero, un passo a cui pochi sono pronti. 

Poi c’è l’urlo di Marion Crane, la bionda che in Psycho si trova faccia a faccia con il proprio assassino. La tenda della doccia viene divelta e l’immagine inattesa della fine imprime lo spavento sul volto della vittima. È un urlo di sorpresa, la peggior sorpresa possibile ovvero quella che d’un tratto disvela il momento del trapasso e che, come uno specchio messo di fronte al sé, mostra il riflesso della propria impreparazione. Dietro a questo urlo c’è un’inquietante scoperta sul mondo, sugli altri: i mostri esistono e hanno preparato la mia morte senza rendermi partecipe di questo piano orribile. L’urlo è l’estremo tentativo di creare una lontananza tra il sé è l’imponderabile, tra il proprio corpo e quello dell’aguzzino. 

Infine c’è l’urlo di Thomas Howard in The Lighthouse, un urlo come mai ne avevo visti al cinema.

Tomas Howard si affaccia sulla luce del faro, una luce proibita e insopportabile che solo un iniziato può affrontare. In effetti, durante l’intero film, Thomas Wake si reca in cima al faro, di notte, e dimostra di avere tutte le carte in regola per rimanere in presenza della luce: la relazione tra Wake e la luce del faro è al tempo stesso quella che esiste tra un adepto e la sua divinità e quella che intercorre tra un dominato e la sua dominatrice. I richiami alla sessualità sono molteplici, presupponendo che per sopportare la presenza di quella luce proibita si debba passare attraverso un lungo rito di corteggiamento. A Wake è concesso di rimanere davanti alla luce perché egli è un iniziato, e la gelosia con cui custodisce quella relazione è la stessa che un amante insicuro mostrerebbe nei confronti del proprio amore impossibile. 

Thomas Howard si affaccia sulla luce proibita e ne viene sconvolto. 

Quella che inizialmente sembra una risata artificiale, quasi forzata, certamente non nutrita da umorismo o gaiezza, si trasforma velocemente in un urlo angoscioso, incontenibile, prorompente. E questa scena non racchiude soltanto il film in sé, ma anche riflessioni che conducono lo spettatore alla domanda fondamentale che alberga al fondo della narrazione: “Che cos’è la vita e che cos’è la morte?” 

Siamo istintivamente dualisti in questo genere di questioni e pensiamo che la vita stia accanto alla morte, che la vita sia una cosa e la morte la sua fine. Siamo in qualche modo convinti che vivere e morire siano due eventi differenti, solo incidentalmente connessi, e mentre viviamo non sarebbe il caso di pensare alla morte. La narrazione biblica si apre proprio con questo genere di dualismi: la superficie e il cielo, la terra e il mare, la luce e l’ombra, tutti dualismi nettamente separati i cui confini sono l’eccezione che dà forma alla loro consistenza e realtà. La terra e il mare sono diversi proprio perché tra loro esiste un sottile confine; la luce e l’ombra sono elementi distinti proprio perché noi riusciamo a discernere il luogo in cui l’una termina e l’altra inizia; e così la vita e la morte sono cose diverse perché siamo programmati per riconoscerne i limiti. 

“The Lighthouse” mette in discussione tutto questo mostrandoci che la più grande illusione dell’uomo è proprio l’esistenza di quel confine. 

La scena dell’urlo racconta infatti una storia diversa sulla relazione tra luce ed ombra, tra suono e silenzio, tra vita e morte. Essa ha inizio quando Thomas Howard apre l’anta che contiene la luce del faro e ne contempla il contenuto divino. In quel momento, non è solo la luce a riempire in modo innaturale il campo visivo dello spettatore, ma anche un suono, un ruvido e alieno rumore di fondo simile a quello captato dai radiotelescopi che ascoltano i confini dell’universo, un suadente stridore ancestrale, un disturbo proveniente da chissà dove, privo di significato eppure pregno di immagini, quel suono pervade l’orecchio di chi guarda e ascolta rendendo tutto il resto sordo e privo di importanza. Mano a mano che l’incerta risata di Howard si trasforma in un’angosciata espressione di terrore estatico, quel suono inizia a ritirarsi, come se venisse scavato, cesellato, da uno scultore voglioso di mostrare ciò che l’informe ha sempre tenuto dentro di sé. Quel disturbo di fondo, quel suono che probabilmente esiste dall’eternità, venendo ridotto a colpi di scalpello, si trasforma pian piano nella voce urlante di Thomas Howard. L’urlo emerge dal rumore di fondo, la voce era come intrappolata all’interno di un suono privo di forma o significato, e il regista compie un lavoro di cesellatura ritagliando l’urlo da quel suono alieno. Proprio come se fosse Michelangelo che, da un anonimo ed informe pezzo di marmo riesce a trarre il profilo del David. Solo che qui il marmo è un divino e antico rumore di fondo e il David è il grido deforme di un uomo incauto. 

Tutta la scena si costruisce sulla sottrazione: si sottrae potenza al suono eterno e disumano facendone emergere l’urlo umano; si sottrae dominio all’oscurità e la luce cresce sempre di più, manifestando ciò che era nascosto; si ritira per un momento il dominio alla morte per mostrare cosa sia la vita, in fin dei conti. 

Non c’è differenza tra il marmo e il David. Non c’è differenza tra il suono alieno e l’urlo di Thomas Howard. Non c’è differenza tra la luce e l’oscurità. Non c’è differenza tra la vita e la morte. 

Tutto è fatto della medesima polpa eterna, e dall’informe, in alcuni strani eoni, emerge la forma, ciò che il nostro occhio può riconoscere come familiare e vicino. Se volessimo usare il tedesco diremmo “Unheimlich”, se volessimo usare l’inglese pronunceremmo la parola “Eldritch”. Ma è l’atto del riconoscimento ad essere la vera illusione: ciò che vediamo, l’espressione umana di Thomas Howard, e ciò che sentiamo, la voce roca del suo urlo, altro non sono che il prodotto di scarto di un atto artificiale, quello del regista, che fa emergere dall’eterno ciò che timidamente possiamo considerare a noi somigliante. 

Questa è la triste esistenza degli uomini, costretti a ritagliare dal Cosmo alcune forme tangibili e significative, pronte ad essere spazzate via nuovamente dalla forza di ciò che ne sovrasta la potenza e i significati. 

Cos’altro è la vita se non un fugace e sottile istante che emerge dall’eternità della morte? In effetti, io passerò qualche decennio in vita per poi trascorrere miliardi di anni in morte. Cos’altro è la luce se non un ritaglio sensoriale nel mezzo di un nero mare di elettromagnetismo? Cos’è la voce di un uomo, del proprio compagno di sventura, della propria amata, se non un’eccezione risibile nel mezzo dello stridore universale che il cosmo erutta mentre si espande verso l’infinito? Stridore che non differisce in nulla da un silenzio sconfinato. 

La vita emerge dalla morte, diventandone la ridicola eccezione, allo stesso modo in cui la voce di Thomas Howard emerge dal disturbo sonoro che pervade l’interezza dell’espansione cosmica. Il senso emerge dal caos poiché l’uomo lo ritaglia dalla vastità di ciò che lo circonda, e ne fa emergere un’isola circondata dai neri mari d’infinito, e può persino porre una luce in cima a quell’isola, ma questo non lo salverà dal momento in cui l’informe, l’indistinto, l’eterno inghiottirà nuovamente ogni cosa, ogni voce, ogni luce, ogni vita. 

Perché non riesco a smettere di pensare all’urlo di Thomas Howard? 

Credo che la risposta dipenda dal fatto che non avevo mai visto tanta potenza filosofica e artistica racchiusa in così pochi fotogrammi. In quell’urlo ho visto il sublime, che è al tempo stesso l’estasi del mistico che contempla il divino e il terrore dell’incauto che inciampa nel mostruoso; ho visto narrata la coesistenza angosciante della vita e della morte, della luce e dell’oscurità, della voce e del silenzio; ho visto descritta l’azione del pensiero umano, sempre indaffarato a ritagliare, scavare, ricavare significati, immagini e parole dal caos indistinto che corrisponde al cosmo di cui siamo figli e contemporaneamente prodotti di scarto. In quell’urlo ho riconosciuto la potente idea del monismo, quella secondo cui non esiste differenza reale tra i molteplici elementi che i nostri occhi, le nostre orecchie, il nostro cervello ritagliano nella Realtà, e che in fin dei conti siamo fatti della stessa polpa degli dei, ma al tempo stesso non possiamo avvicinarci ad essi perché ne verremmo sconvolti. 

Di fronte all’urlo di The Lighthouse sono al tempo stesso attratto e diffidente: vorrei lanciarlo almeno una volta nella vita perché esso nasce dalla contemplazione della Verità, ma al tempo stesso non vorrei mai doverlo lanciare perché ciò significherebbe l’annichilamento della mia stessa esistenza. E non c’è alcuna reale differenza tra questi due impulsi: io sono il risultato del loro continuo avvicendamento. 

Non smetto di pensare a quell’urlo perché è la dimostrazione che la paura e il desiderio, l’attrazione e la repulsione che provo nel mio intimo, sono la stessa cosa. Sono io, eppure non sono io, sono l’eterno eppure sono limitato, sono ricavato da qualcosa di sconfinato, eppure sono qui a pronunciare parole inutili che si perderanno nel cosmo come qualsiasi altra opera compiuta da un essere umano, compreso l’urlo di Thomas Howard in The Lighthouse. 

Ma nel frattempo, mi godo nuovamente questa scena. E ne vengo terrorizzato.