Inventare la Ribellione

L’ultimo pezzo che ho scritto per Dolce Vita Magazine.
Altri miei interventi li trovate sul loro SITO.
DolceVitasettembre

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La strana rivoluzione

Chissà come ci ricorderà la storia.
Già l’hanno chiamata in molti modi, la nostra piccola rivoluzione. “La rivolta della Merda”, come la ricordano i più maligni. Altri, meno cinici, l’hanno denominata “La ribellione senza senso”. Ma nei libri di storia credo la chiameranno “La strana rivoluzione” perché ai telegiornali e sui quotidiani è quello il nome che le hanno dato.
Strana. Vorrei vedere voi nella nostra situazione. E non guardatemi con gli occhi strabuzzati, lo so che il nostro re era un illuminato, era uno che sembrava avere in mano tutte le carte giuste per far brillare la nostra civiltà. Lo so, il nostro era il regno con il più alto tasso di crescita economica d’Occidente perché le tasse erano le più basse del mondo e industria, commercio e turismo fiorivano di giorno in giorno. Lo so, non occorre che ci ripetiate quanto siamo stati scemi a rovesciare re Fernando. Lo sappiamo che non avremo mai un sovrano più grande di lui.
Però, insomma, vorrei aver visto voi al posto mio. Sì, proprio te che leggi le pagine del quotidiano che titola “La rivoluzione degli scemi” e si chiede quanto bisogna esser mentecatti a fare una rivoluzione quando le cose vanno così bene. Ma tu, mio caro, al posto mio avresti fatto la stessa cosa. Continua a leggere “La strana rivoluzione”

Cogito Ergo Tube – Nuovi sentieri

Le sfide del nostro tempo ci impongono audacia.
Il “che fare?” risuona forte, e la filosofia è l’arte del FARE per eccellenza. Quindi, Cogito Ergo Tube muta, si evolve, cresce, e diventa una rubrica in cui FACCIAMO filosofia, senza speranza e senza paura.

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Sopravvivenza e Rivoluzione

Di quale forza oscura vuol essere vittima oggi, signore?

sopravvivere-300x156Ogni giorno un uomo a una dimensione si sveglia e sceglie l’istanza malvagia della quale essere vittima per poter rimanere perfettamente immobile. Questo enorme vittimificio che chiamiamo “società” produce ininterrottamente vittime immaginarie provenienti dai più disparati campi del sapere: psicologia, politica, economia. La lezione di Vico, ovvero che “questo nichilismo che ci piove sulla testa è risultato del mondo così come ce lo siamo costruito noi” passa inosservata, inascoltata, ignorata.
Qui non si tratta solo di restituire il dubbio privilegio alle vere vittime, quelle che ogni giorno vengono realmente mutilate della capacità di raccontarsi. Qui si tratta di mettere in discussione un paradigma sociale che ha radici molto più profonde rispetto al nostro quotidiano sentimento.
Il vittimismo trascendentale risponde infatti a tre bisogni primari: l’identità (se sono una vittima so perfettamente da dove vengo), la verità (la vittima ha per statuto divino la verità in tasca e non può per nessun motivo essere contraddetta) e innocenza (se sono vittima è perché un malvagio mi ha fatto diventare tale senza che ne avessi colpa). Il vittimismo trascendentale, sia ben chiaro, esula dal concetto di “vittima della storia” così come viene proposto. Anzi, il vittimismo trascendentale è proprio ciò che favorisce la creazione di nuove vittime della storia. Infatti, da dove nasceva la fabbrica di cadaveri nazista se non dal concetto di “recuperare qualche cosa che ci hanno sottratto”? Proprio nel concetto di “vittima” si annidava la retorica hitleriana (i tedeschi umiliati con Weimar, la germanicità mutilata con l’internazionalismo, i risarcimenti iniqui dopo la Prima Guerra Mondiale). In questo modo, ogni atrocità nasce dal “sentirsi depredati da qualche cosa”, da innocenti, e dalla volontà di ricercare in quella mancanza un’identità che ha come fondamento la verità inalienabile della vittima.
Non siamo più sopravvissuti, ma vittime. In quanto tali, non vogliamo più la Rivoluzione, ma un Risarcimento.
Non è forse tutta la retorica politica contemporanea figlia di questo concetto? Ogni comizio avvenuto negli ultimi cento anni (sì, a partire dal balcone mussoliniano) è impregnato del Discorso della Vittima: “Ci hanno ingannati/truffati/defraudati e NOI siamo qui per riprenderci ciò che è nostro, da vittime!”, discorso peraltro sempre più presente nella bocca dei carnefici.
Nietzsche aveva ben chiaro questo meccanismo e proprio in questo corto-circuito si riconosce la “morale dello schiavo”, quella secondo cui non si agisce soltanto nel nome di una castrazione: “Subisco, dunque sono” sembra dire la vittima trascendentale, diffondendo il contagio che impedisce all’uomo di trovare la sua vera vocazione, ovvero: “Agisco, dunque sono”. La “morale dello schiavo” è l’atteggiamento nei confronti della realtà che ci vede eternamente succubi di un significante universale, di una legge divina, di un peccato originale e che il cristianesimo, lungi dall’averci sollevato da questo fardello con la crocifissione, ha impresso indelebilmente nella nostra anima trattandoci come i figli ritardati della creazione: “Faccio io, voi non siete capaci” sembra dire Gesù prima di spirare per i nostri peccati. Ancora una volta, la storia si dipana come la sottrazione di una sovranità, persino quella di sacrificarci per una colpa, di pagare per un debito.
Nel 2015 la retorica è rimasta la stessa. Slogan come “Riprendiamoci ciò che è nostro” sottintendono che qualcuno diverso da noi ce l’abbia sottratto (lo straniero, Satana, il cinese o il malvagio operatore di Wall Street, icone intercambiabili); “Restiamo umani” è pregno di una critica alla tecnologia, come se la tecnologia non fosse emanazione del nostro stesso essere umani; infine, “L’Italia cambia verso”, in cui ogni declinazione dello slogan è stata improntata sull’incolpare “altri” che hanno rovinato chissà quale paradiso perduto. E la lista è lunghissima, dalle motivazioni che spinsero tanto Berlusconi quanto Grillo a scendere in politica, fino ad arrivare ai casi di Corona o dell’11 settembre. La vittima trascendentale è ovunque.
La crisi economica, ultimo esempio, costantemente mitizzata come un tuono celeste voluto dagli dei dell’alta finanza dei quali noi, innocenti e ignari, saremmo le vittime. La retorica della vittima trascendentale pervade ogni discorso pubblico e ormai inizia a contagiare anche la vita privata, cosa che rende sempre più difficile ragionare con chi è intimamente convinto di essere nel giusto nonostante ogni evidenza critica ci esponga tutti, nessuno escluso, come colpevoli. La vittima non conosce contraddittorio.
Bisognerebbe ritornare a quel capolavoro inaccettabile intitolato “I sommersi e i salvati”, testamento spirituale di Primo Levi che si sottrasse, prima di gettarsi tra le braccia della morte, alla retorica della vittima, proprio lui che era stato vittima del sopruso dei soprusi, ovvero l’olocausto nazista. Bisognerebbe insegnare a scuola il concetto di “zona grigia” per evitarci l’incombenza di considerarci “bianchi” in un mondo di “neri” (o viceversa, e non solo con un connotato razziale). Bisognerebbe renderci conto che il mondo lo facciamo e lo disfiamo noi, ma che per “rifarlo” c’è bisogno di una presa di coscienza: il vittimismo trascendentale ci impedisce di agire, e l’agire è l’unico modo per rimettere insieme i pezzi di un mondo disintegrato dalla stasi.
Non siamo vittime, siamo sopravvissuti. E un sopravvissuto ha persino la possibilità di essere colpevole, inaccettabile, maledetto e forse dannato. Non abbiamo bisogno di identità, ma di Rivoluzione, perché l’identità, che sia della vittima o del carnefice, ci spinge a reiterare i meccanismi che ci rendono ciò che crediamo di essere, abbandonandoci quindi in una stasi metafisica. Non vogliamo la verità assoluta che arriva sempre troppo tardi per poter fare qualcosa, vogliamo le verità frammentarie e parcellizzate che entrano in conflitto tra loro per rimettere in movimento il discorso della storia. E se quelle verità risulteranno inaccettabili, brutte, parziali, allora ci penserà la storia stessa a ricucirle tra loro per darci un nuovo destino, una nuova immagine del mondo (ancora meglio: un’immagine del mondo nuovo). Non vogliamo l’innocenza poiché non siamo innocenti e, guardando bene a come funziona l’universo, oserei dire che l’innocenza assoluta non esiste se non nella fantasia degli scrittori. Vogliamo sporcarci le mani, vogliamo mettere le dita nei meccanismi del mondo, deviarli, vedere cosa succede dopo che abbiamo sovvertito gli ingranaggi. Vogliamo sperimentare liberamente, cambiare, mutare. Vogliamo “diventare” umani, non restare tali, perché umano non è ciò che subisce passivamente e che nel ruolo vittima re-agisce; umano è ciò che si trasforma agendo, ciò che sopravvive, che rivolge, stravolge, sconvolge.
Se davvero vogliamo fare qualcosa durante questa breve permanenza in un’epoca così disgraziata, dobbiamo smetterla col sentirci succubi di un dio onnipotente, da schiavi, guardare verso l’alto e, sentendoci figli illegittimi di un dio inconsistente, urlare: “Sono ancora qui!”
Insomma, sopravvivere e fare la Rivoluzione, prendendoci sulle spalle tutte le conseguenze che questo inaccettabile e pericolosissimo gesto comporta.
Nel frattempo, se possibile, farci una risata colpevole.

I Cyborghesi (1)

“I Cyborghesi, tecnodramma famigliare ai tempi del microchip” è una rubrica narrativa a puntate che verrà pubblicata ogni martedì, dal 2 dicembre 2014, sul blog di Daniele Barbieri, e il giorno seguente riportata qui. Si tratta non di una semplice storia a puntate, ma di Tolstoj ai tempi del silicio, di zio Vania ai tempi dei circuiti senzienti. Insomma, la solita storia del cambiare tutto, cosicché non cambi nulla. 

cyborghesiL’immancabile tè elettrico delle cinque.
Poi i soprammobili meccanoplastici e i quadri olografici un po’ ovunque. Non lasciare mai uno spazio vuoto, lo spazio vuoto dà vita a domande, le domande fanno danni. Riempi tutto, figlio mio, riempi il riempibile e combatti il vuoto.
Ma Pberto non è un cyborg come tutti, no. Pberto è un roboadolescente di quelli problematici, quelli che hanno strane idee per la testa, chissà che cavolo è successo durante la digigravidanza: un ingranaggio fuori posto, poco olio nella sacca meccafetale, una tecnomaestra un po’ troppo liberale all’asilo, ed ecco che un cyborghese impeccabile come Frankrak si ritrova un figlio dissidente, un robomarxista senza cervello, un maledetto protettore dei digitalmente deboli.
L’inevitabile tè elettrico delle cinque. Vieni qui a berlo pure tu, Pberto!
Col quazzo, mamma! Non ci vengo a bere il tuo tè cyborghese!
Che cosa avranno mai fatto Frankrak e Magdelettra per meritare un figlio così ingrato? Lui, un appassionato digimpiegato al Ministero della Cibernautica; lei, una tecnocasalinga che ha abbandonato una promettente carriera da robotanica (specializzazione: felci olografiche e stelle marine meccaniche) presso l’Accademia Automatica di New Vicenza.
E ora, dopo una vita di sobrietà binaria, ecco che Pberto dice cose così: “Col quazzo! VaffanCooler! Siete due Sci-fascisti!”
Chi gli avrà messo in testa idee del genere? Noi, no di certo!
Questo si ripetono sempre Frankrak e Magdelettra, seduti a tavola ad ascoltare il tecnogiornale, ogni giorno alle ore dodic’ettrenta. E Pberto? Pberto non ascolta mai il tecnogiornale, “disinformazione di roboregime”, così lo chiama.
Chi gli avrà mai messo in testa queste idee? Chi lo sa. I programmatori sono così imprecisi, oggidì. “Quando c’era lui i circuiti rigavano dritti” dice Frankrak, e la cybermoglie annuisce con decisione, sorseggiando il tè elettrico delle cinque.
I Cyborghesi vivono bene.
New Vicenza è il luogo perfetto per una cyberfamiglia come si deve.
Ma la storia di Pberto, quella è tutta un’altra storia.
Ve la raccontiamo noi.

inizialmente pubblicato qui