Martedì Sberle: non essere zio Vania

Filosofia, Martedì Sberle

Mercoledì 6 giugno esce in tutte le librerie il mio nuovo libro “Elogio dell’idiozia”. QUI puoi prenotare la tua copia. Inoltre, domenica 3 giugno sarò a Roma per presentarlo in anteprima assoluta, QUI puoi prenotare il posto per non mancare. A Milano il libro verrà presentato invece venerdì 8 giugno, QUI l’evento. 
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Non sei mai abbastanza.
Questa frase più che una sberla potrebbe sembrare un pugno di rottura del setto nasale. Quante volte sono atterrito dalla possibilità di non essere mai abbastanza? Quante volte sono bloccato, immobilizzato dalla consapevolezza che, non essendo mai abbastanza, non riuscirò nell’intento che mi sono prefissato?

È una fretta insana. Vuol dire cercare di fare in migliaia di anni quello che dovrebbe richiederne milioni e milioni, ammesso e non concesso che debba andare così, e io lo ritengo altamente improbabile. Nessuno è mai stato concepito per tenere questo ritmo, che è fatale! E non dirmi che è evoluzione, Edward, non sta certo a te decidere se continuare a evolvere o no. Quelle che fai tu, per tua stessa ammissione, è qualcosa di ben diverso. Tu, mi dispiace moltissimo dirlo, stai cercando di migliorare te stesso. E questo è innaturale, disobbediente, presuntuoso, e potrei aggiungere volgare, piccolo borghese e materialistico.

Con queste parole lo zio Vania, nello spassoso Il più grande uomo scimmia del Pleistocene di Roy Lewis, redarguisce Edward, indaffarato in quel millenario intento che chiamiamo “migliorare se stesso”. Zio Vania detesta chi cerca di migliorare se stesso, semplicemente perché è convinto che esistano forze che faranno il loro dovere al posto suo, ma soprattutto determinato nell’affermare l’impotenza dell’individuo nei confronti della natura e il primato di quest’ultima negli accadimenti del mondo.
Sia lo zio Vania che Edward si pongono incessantemente il problema da cui abbiamo iniziato: non sei mai abbastanza. Non sei mai abbastanza bravo da poter controllare la tua vita, non sei mai abbastanza in alto da poter comprendere tutto quello che ti sta attorno, non sei mai abbastanza da riuscire a raggiungere gli obiettivi che ti sei posto. Ma la reazione che essi mettono in atto nei confronti di queste considerazioni è diametralmente opposta.
Se da un lato infatti zio Vania resta immobile, convinto che quel “non essere mai abbastanza” sia un limite invalicabile del mondo, un ostacolo insormontabile che impedirà qualsiasi possibile azione legittima e di successo, Edward non smette di dimenarsi e di muoversi nel tentativo di scalare quella montagna infinita che è il progresso umano. Ma la vera differenza tra i due sta nel racconto consolatorio che lo zio Vania pone a giustificazione della sua immobilità. Infatti, egli resta immobile in “contemplazione” del mondo, fermo nella sua decisione di non fare alcun passo in nessuna direzione, semplicemente perché racconta a se stesso che la natura non può essere vinta, che ad essa non ci si possa sostituire. Quante volte sentiamo questa giustificazione? “Dobbiamo fermarci perché non possiamo giocare a fare dio!” Ma ovviamente, tra l’essere una divinità e il contemplare la natura immobile come una betulla ce ne passa. Edward, al contrario di zio Vania, non vuole affatto sostituirsi a dio, scavalcare la natura ed entrare in controllo del mondo, non è questo ciò che lo spinge a scoprire il fuoco e tentare di domarlo, costruire la ruota e imparare ad usarla, esplorare le terre circostanti per vedere che cosa c’è nel mondo. Non è al fine di diventare dominatore dell’universo, ma al semplice scopo di raggiungere uno spicchio di felicità.
Ciò che spicca dal discorso di zio Vania è infatti un rancore infinito, dovuto forse a qualche fallimento mai metabolizzato nel corso della vita. Vania non può più mettersi alla ricerca di qualcosa poiché, in quell’unica occasione nella quale ha tentato, egli ha fallito miseramente. Allora è vero che “non siamo mai abbastanza”: è sempre il fallimento ad attenderci dietro l’angolo. Il problema è che se il nostro intento è quello di raggiungere d’un sol salto ogni traguardo, il fallimento diventerà la scusa buona per non tentare mai più, per convincersi anzi che nessuno dovrebbe tentare mai più. Zio Vania è infelice poiché dai suoi fallimenti (che il libro non ci narra, ma che possiamo certamente intuire) ha imparato non solo che non si può avere successo, ma che nessuno dovrebbe mai più tentare di avere successo.
La spensierata idiozia di Edward è invece aria fresca, quando lo vediamo tentare e ritentare, continuamente fermato da fallimenti straordinari, costantemente colpito dall’evidenza di non essere mai abbastanza, ma voglioso di rilanciare ancora una volta per raggiungere quel poco di felicità che ogni essere sulla Terra deve potersi conquistare. Edward sa perfettamente di non poter avverare d’un solo colpo tutti quanti i suoi desideri, anzi: sa che il 99,7% dei suoi tentativi verrà frustrato da fallimenti ridicoli ed eroici. Ma gli sta bene così: la felicità sta in quello 0,3% e il suo compito non sarà quello di aumentare quella percentuale, ma di riviverla continuamente, più volte possibile, ritagliandosi indefinitamente una piccola felicità in mezzo ai fallimenti della vita.
Non sei mai abbastanza, questa è una verità incontrovertibile.
Chiediti se sei zio Vania, e di fronte a quella considerazione sentirti autorizzato all’infelicità e a desiderare il fallimento altrui o se sei Edward, e di fronte all’evidenza continuare gaiamente a ritagliarti i piccoli momenti di felicità che la vita riserva a chi non contempla il mondo come un vegetale.
Per questo compito io credo di essere abbastanza.

Dal fuoco all’ICBM

Recensioni

roylewisProgredire per rimanere perfettamente immobili.

Quando trovi un romanzo la cui introduzione scritta da Terry Pratchett definisce “uno dei libri più divertenti degli ultimi cinquecentomila anni” non puoi che tuffartici senza chiedere spiegazioni.

E quando ti tuffi nel Pleistocene, visto con gli occhi dell’uomo scimmia Ernest, il mondo che ti si apre davanti si burla di te, facendoti zompare giocosamente tra la familiarità di un ambiente che sembra non troppo estraneo e le centinaia di secoli che ci separano da quell’era così remota e aliena.

Distante eppure vicino, sembra dirci Roy Lewis che, attraverso quest’opera decisamente inetichettabile, ci racconta le vicende di una famiglia di uomini scimmia, le difficoltà nell’affrontare lo stato di natura, l’arretratezza degli strumenti e gli ostacoli ambientali. Ma la tecnica narrativa scelta dall’autore, cioè un anacronismo magico, ci proietta in un linguaggio e in un modo di pensare molto affini ai nostri, quasi venissimo presi in giro al fine di farci sentire non così evoluti come vorremmo credere.

In questa compagine di amici pelosi dalla fronte sporgente incontriamo il padre di Ernest, il capo della tribù, vero protagonista della vicenda. Caparbio e iperattivo, è sempre alla ricerca del modo giusto per migliorare le condizioni di vita della sua famiglia, attraverso idee e innovazioni. La sua figura (che dà anche il titolo al romanzo, “Il più grande uomo scimmia del Pleistocene”, maldestra traslazione del titolo originale “The Evolution Man”) ci accompagna per tutto il racconto, mentre di volta in volta un evento casuale oppure un’intuizione geniale permette al suo cervello di comprendere i meccanismi della natura con il fine di manipolarne le potenzialità: il fuoco, le armi, l’arte, le manifatture, tutto procede in una “tecnologizzazione” della vita tribale.

In mezzo all’entusiasmo per le nuove scoperte che pian piano permettono alla tribù di versare in condizioni di maggior agio incontriamo zio Vania, forse la figura più emblematica del romanzo. Zio Vania è un conservatore, un naturista che guarda con manifesta diffidenza ai progressi tecnologici della tribù: «Tu, mi dispiace dirlo, stai cercando di migliorare te stesso» dice zio Vania rivolto al papà capo-tribù, «e questo è innaturale, disobbediente, presuntuoso, e potrei aggiungere volgare, piccolo-borghese e materialistico!»

Il linguaggio di questi uomini scimmia è moderno, parlano di industria, progresso, elettricità, scienza, e l’anacronismo linguistico ci mette sempre nella scomoda posizione di sentirci fin troppo vicini a questi ominidi normalmente considerati come un’antica traccia di ciò che siamo diventati. Di certo, oltre a essere un elemento originale e divertente, questo è anche il contenuto più emblematico e direi politico del romanzo: l’eterna questione tra legittimità etica e progresso, il rapporto tra l’origine e il futuro, il mito di Prometeo riscritto con un tono di amara comicità. Il confine tra la manipolazione della natura e la conoscenza del mondo, di tutto questo si discute nel romanzo “The Evolution Man”, classe 1960 e cinquantaquattro anni portati davvero alla grande.

Ritroveremo noi stessi in zio Vania oppure nel grande capo-tribù, nei talenti di Oswald e Alexander oppure nello sguardo filosofico di Ernest, il protagonista e narratore? Saremo sufficientemente intelligenti da sentirci uomini scimmia o abbastanza ottusi da non riscontrare nessuna somiglianza con questi nostri eccentrici antenati? Sotto la coltre di sarcasmo narrativo, il messaggio di Roy Lewis è molto forte: che cosa è legittimo, che cosa no? Dove stanno i confini e quali vanno valicati? Il mondo è davvero cambiato così tanto, dalla selce che sprizza scintille per fare il fuoco alle testate atomiche in attesa del lancio, oppure siamo sempre i soliti ominidi che ignorano i moniti dello zio Vania di turno, sottraendo il fuoco agli dei e dimenticandoci di dubitare delle nostre certezze, proiettandoci verso il disastro?

Un romanzo che non lascia per niente indifferenti.

E se lo fa, significa che il più grande uomo scimmia del Pleistocene era davvero molto più evoluto del più intelligente tra i nostri contemporanei.

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(precedentemente pubblicato qui)