Libro del Mese di agosto

Uno dei progetti filosofici più interessanti del Novecento fu la “Storia del Sentimento” di Günther Anders. Purtroppo, quel progetto non vide mai la luce perché l’autore si impegnò politicamente per trent’anni sulle tematiche del disarmo atomico, della non-violenza, del diritto internazionale.
Nonostante questo, Anders ci ha lasciato molte tracce sparse di quella ricerca affascinante, che partiva dal presupposto secondo cui “un uomo del Cinquecento amava in modo differente rispetto a un uomo dell’Ottocento; e così l’odio e l’ammirazione, la paura e la meraviglia, tutti i sentimenti hanno vissuto un percorso di mutamento che li ha trasformati. Nessuna epoca ha avuto lo stesso odio.”
“L’odio è antiquato” è una di quelle tracce, un testo fulmineo e profondo, che resta dentro come una cicatrice e che mette in discussione il nostro rapporto con questo sentimento così socialmente significativo. E lo sappiamo bene: oggi si odia in modo diverso da come si odiava ieri. 
Il Libro del Mese è un’iniziativa legata al mio Programma Patreon, il modo con cui una comunità di più di ottanta persone sostiene economicamente il mio progetto di divulgazione filosofica sul web. In cambio del sostegno economico, i miei Mecenati ricevono servigi commisurati al loro contributo: racconti mensili inediti e partecipazione a videoconferenze mensili, libri e magliette, iscrizione a forum privati di discussione e tante altre cose!
I Mecenati di livello 6 o superiore riceveranno il testo, da me acquistato e corredato da una scheda di lettura che faciliti la comprensione, direttamente a casa! 
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QUI trovate anche l’elenco dei Libri del Mese da gennaio in poi!
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I volti della sconfitta

Seguendo la logica di Hegel, dovremmo ammettere che nell’osservazione del presente è sempre possibile riconoscere i semi del disastro.

Ci sono volti, nel corso della storia, che nel fulgore del successo tengono in sé il progetto del proprio fallimento, che solitamente significa fallimento per tutti e non solo per loro. Esiste una qual certa sensazione, che ha a che fare non con l’empirico ma con l’invisibile, che mostra chiaramente i segni dello sfacelo proprio perché proiettati verso il più miserabile dei successi. Sono quei volti della storia che sorridono e vengono acclamati, ma che negli occhi tengono la consapevolezza mai confessata di star deragliando. Sono quegli occhi che accusando un nemico evitano di trovarlo dentro di sé. Sono quelle parole che, urlate, schivano la consapevolezza dei silenzi. Uno sguardo che abbiamo visto molte volte nel tempo, ma che si ripresenta puntuale per ricordarci la fragilità del nostro benessere e della pace.

Marine Le Pen è uno di quei volti: dietro la sicurezza, le parole, la voce e le idee è innegabile la presenza di una sconfitta, di una resa incondizionata, che sarà la sconfitta e la resa dell’Europa. Temo che la futura vittoria della Le Pen sarà il ripetersi di quel “travaglio del negativo” che, per dirla ancora con Hegel, impregna la storia e ci getta tutti nella più luminosa delle débâcle.

Temo che la domanda da porci ormai non sia più: “Come possiamo evitarlo?”, ma: “Ne saremo all’altezza?

Serata su Marx (10 novembre)

In queste ore di fermento politico è importante andare a ritrovare alcuni punti fondamentali che hanno costruito questo mondo contemporaneo.
Perciò, vi invito alla Serata dedicata a Karl Marx, in diretta streaming sul mio canale Youtube, giovedì 10 novembre dalle ore 21: tra filosofia politica e teoria economica, tra materialismo dialettico e destino. Parleremo del pensiero di uno tra i più anomali e influenti pensatori della filosofia moderna e contemporanea, quindi non mancate!

Che Nome Dare Ai Confini

ce ne faremo una ragione.
di che cosa, mi chiedi? del filo ininterrotto che ci disegna e ci definisce, nonostante tutte le nostre corbellerie, nonostante gli smartphone e i sacchetti di plastica, nonostante le serie tv e i viaggi interspaziali. ce ne faremo una ragione, di questo mare ribollente che non sta in un bicchiere, figuriamoci nel cosmo. ci faremo una ragione di questa sensazione d’essere sempre qualcosa d’altro rispetto a ciò che gli altri ci dicono, rispetto a ciò che noi stessi ci diciamo. ce ne faremo una ragione, componendo il prossimo numero di telefono, scaricando la prossima app, osservando l’ennesimo dito rivolto alla luna. ce ne faremo una ragione, insegnando agli altri ciò che non abbiamo mai voluto imparare.
ce ne faremo una ragione.
a che scopo, mi chiedi? allo scopo di non soccombere, che domande? allo scopo di non perderci, anche se ci siamo perduti, anche se le strade hanno preso un bivio infinito, una tangente asintotica verso qualcosa che potremmo chiamare persino un universo parallelo. allo scopo di ritrovarci, anche se non incroceremo mai più le strade, anche se non ci sapremo più vedere, nemmeno guardandoci. allo scopo di non varcare più i limiti, nonostante siano saltati tutti, come le colline, come le montagne, come il mare ribollente che c’è, nonostante tutto, nonostante i calendari, nonostante il tempo, nonostante i neutrini e le pagine mai scritte.
ce ne faremo una ragione.
ma per chi, mi chiedi? una ragione per i folli che non hanno voce, per i nostri genitori che non hanno futuro, per i nostri figli che non hanno possibilità. una ragione per il lavoro che non avremo, per gli hobby che non incontreremo, per i video che non gireremo. una ragione per te che sei da un’altra parte che pensi d’aver capito, una ragione per me che ho scelto un’altra parte che non ho capito, una ragione per noi che non ci siamo mai incontrati.
ce ne faremo una ragione.
e passeremo la vita nel dare un nome a questi confini.

Storia d’Altri

Di storie così se ne possono leggere in ogni dove, in ogni quando, non c’è un interstizio dell’esistenza in cui questo tipo di narrazioni non possano trovare posto, non perché la storia sia così comune ma perché questo tipo di storie, proprio come il tipo di storia che sto raccontandovi, si infila nei posti più impensati, nel cappuccino a colazione, tra i documenti sulla scrivania, nella chiacchierata tra due amanti dopo il coito, ovunque queste storie gocciolano, s’insinuano, fingono e dissimulano, esattamente come l’uomo di cui la storia narra, un uomo come tanti non perché comune, ma perché ha adottato così tanti volti da perdere traccia di ogni origine, di ogni nome, un uomo che ha vissuto mille vite fino a non viverne nemmeno una, e mi direte, Ma insomma, quante volte abbiamo sentito questa storia, e io vi rispondo, Lo vedete che queste storie s’insinuano dappertutto, però ecco, ciò che non avete visto finora è la fine di un uomo che non ha origine, che tra le mille vite ne ha vissuta una da contabile, strutturando i piani fiscali di esistenze di cui non gliene importava nulla, per poi diventare agrimensore del proprio vuoto, misurando in chilometri e forse miglia l’inutilità di aver imitato, dissimulato, falsificato fino allo spasimo del perdersi tra le maschere, convincendo se stesso ma non la sua vita di quanto fosse inutile adottare un nome, un’identità, convincendo se stesso ma non la sua vita di quanto fosse inutile vivere una sola vita, al punto che durante le notti nascoste dietro identità d’altri si ripeteva nell’insonnia, E domani chi vorrò essere, si ripeteva, Un avvocato in difesa delle cause dimenticate oppure un commesso viaggiatore che percorre il mondo in cerca della prossima vita da rubare, ecco cosa si ripeteva, ma poi anche, Potrei diventare re o regina ma sarebbe una condizione troppo dittatoriale che mi impedirebbe di sparire facilmente, perché vedete quest’uomo, un uomo che ha attinto al senso e al significato di tutti fino a perdere ogni senso e ogni significato proprio, ha vissuto così tante vite da nascondersi in ognuna di esse, nascondersi da che cosa poi, questo solo dio lo sa (e non pensate che la velleità di rubare la vita di dio non l’abbia sfiorato durante le peripezie che qui vi racconto, ma valeva il medesimo ragionamento fatto sul re e la regina), ma si è insomma nascosto così bene e in così tanti nascondigli impensabili, come la vita di un giardiniere che cura cespugli a immagine e somiglianza della propria insipienza, come il marito di una donna in carriera che suggeva linfa vitale da figli avuti da chissà quale rapporto sessuale passato, in così tanti nascondigli impensabili ha perduto le trame dei proprio obiettivi che ora lo potete osservare lì, sul ciglio di un precipizio al quale non sa dare un nome, per aver camminato sul bilico di qualche cornicione anonimo, nella veste di un suicida, ma non sa più se quel suicida sia lui oppure un altro, non sa se la morte che desidera sia la morte della sua vita o della vita di qualcun altro, e allora continua a ripetersi tra denti digrignati, Ma chi è che vuol morire, sono io a volermi gettare oppure è l’ultima vita che ho imitato, così pensava ad alta voce il malcapitato, ma nemmeno sappiamo se il male sia capitato a lui oppure a un altro, chissà di chi è quella vita che parla sul precipizio, fatto sta che questa storia finisce con la morte di un uomo che non sa assolutamente capire né ha il minimo indizio se quella morte gli appartenga, esattamente come la vita che si è tolto, non sa minimamente se quell’uomo che è morto sia lui oppure non sia lui, e mentre cadeva dal cornicione rideva per la stupidità di non aver vissuto manco una vita vestendone un migliaio, mentre cadeva piangeva della comicità di essersi tolto una vita che nessuno in realtà gli aveva messo addosso, e si chiedeva, Sono io che muoio oppure è qualcun altro, ma non ha finito la frase che l’asfalto se l’era già preso, infine.