Storia d’Altri

Narrativa

Di storie così se ne possono leggere in ogni dove, in ogni quando, non c’è un interstizio dell’esistenza in cui questo tipo di narrazioni non possano trovare posto, non perché la storia sia così comune ma perché questo tipo di storie, proprio come il tipo di storia che sto raccontandovi, si infila nei posti più impensati, nel cappuccino a colazione, tra i documenti sulla scrivania, nella chiacchierata tra due amanti dopo il coito, ovunque queste storie gocciolano, s’insinuano, fingono e dissimulano, esattamente come l’uomo di cui la storia narra, un uomo come tanti non perché comune, ma perché ha adottato così tanti volti da perdere traccia di ogni origine, di ogni nome, un uomo che ha vissuto mille vite fino a non viverne nemmeno una, e mi direte, Ma insomma, quante volte abbiamo sentito questa storia, e io vi rispondo, Lo vedete che queste storie s’insinuano dappertutto, però ecco, ciò che non avete visto finora è la fine di un uomo che non ha origine, che tra le mille vite ne ha vissuta una da contabile, strutturando i piani fiscali di esistenze di cui non gliene importava nulla, per poi diventare agrimensore del proprio vuoto, misurando in chilometri e forse miglia l’inutilità di aver imitato, dissimulato, falsificato fino allo spasimo del perdersi tra le maschere, convincendo se stesso ma non la sua vita di quanto fosse inutile adottare un nome, un’identità, convincendo se stesso ma non la sua vita di quanto fosse inutile vivere una sola vita, al punto che durante le notti nascoste dietro identità d’altri si ripeteva nell’insonnia, E domani chi vorrò essere, si ripeteva, Un avvocato in difesa delle cause dimenticate oppure un commesso viaggiatore che percorre il mondo in cerca della prossima vita da rubare, ecco cosa si ripeteva, ma poi anche, Potrei diventare re o regina ma sarebbe una condizione troppo dittatoriale che mi impedirebbe di sparire facilmente, perché vedete quest’uomo, un uomo che ha attinto al senso e al significato di tutti fino a perdere ogni senso e ogni significato proprio, ha vissuto così tante vite da nascondersi in ognuna di esse, nascondersi da che cosa poi, questo solo dio lo sa (e non pensate che la velleità di rubare la vita di dio non l’abbia sfiorato durante le peripezie che qui vi racconto, ma valeva il medesimo ragionamento fatto sul re e la regina), ma si è insomma nascosto così bene e in così tanti nascondigli impensabili, come la vita di un giardiniere che cura cespugli a immagine e somiglianza della propria insipienza, come il marito di una donna in carriera che suggeva linfa vitale da figli avuti da chissà quale rapporto sessuale passato, in così tanti nascondigli impensabili ha perduto le trame dei proprio obiettivi che ora lo potete osservare lì, sul ciglio di un precipizio al quale non sa dare un nome, per aver camminato sul bilico di qualche cornicione anonimo, nella veste di un suicida, ma non sa più se quel suicida sia lui oppure un altro, non sa se la morte che desidera sia la morte della sua vita o della vita di qualcun altro, e allora continua a ripetersi tra denti digrignati, Ma chi è che vuol morire, sono io a volermi gettare oppure è l’ultima vita che ho imitato, così pensava ad alta voce il malcapitato, ma nemmeno sappiamo se il male sia capitato a lui oppure a un altro, chissà di chi è quella vita che parla sul precipizio, fatto sta che questa storia finisce con la morte di un uomo che non sa assolutamente capire né ha il minimo indizio se quella morte gli appartenga, esattamente come la vita che si è tolto, non sa minimamente se quell’uomo che è morto sia lui oppure non sia lui, e mentre cadeva dal cornicione rideva per la stupidità di non aver vissuto manco una vita vestendone un migliaio, mentre cadeva piangeva della comicità di essersi tolto una vita che nessuno in realtà gli aveva messo addosso, e si chiedeva, Sono io che muoio oppure è qualcun altro, ma non ha finito la frase che l’asfalto se l’era già preso, infine.

La strana rivoluzione

Narrativa

Chissà come ci ricorderà la storia.
Già l’hanno chiamata in molti modi, la nostra piccola rivoluzione. “La rivolta della Merda”, come la ricordano i più maligni. Altri, meno cinici, l’hanno denominata “La ribellione senza senso”. Ma nei libri di storia credo la chiameranno “La strana rivoluzione” perché ai telegiornali e sui quotidiani è quello il nome che le hanno dato.
Strana. Vorrei vedere voi nella nostra situazione. E non guardatemi con gli occhi strabuzzati, lo so che il nostro re era un illuminato, era uno che sembrava avere in mano tutte le carte giuste per far brillare la nostra civiltà. Lo so, il nostro era il regno con il più alto tasso di crescita economica d’Occidente perché le tasse erano le più basse del mondo e industria, commercio e turismo fiorivano di giorno in giorno. Lo so, non occorre che ci ripetiate quanto siamo stati scemi a rovesciare re Fernando. Lo sappiamo che non avremo mai un sovrano più grande di lui.
Però, insomma, vorrei aver visto voi al posto mio. Sì, proprio te che leggi le pagine del quotidiano che titola “La rivoluzione degli scemi” e si chiede quanto bisogna esser mentecatti a fare una rivoluzione quando le cose vanno così bene. Ma tu, mio caro, al posto mio avresti fatto la stessa cosa.

L’Eterno Ricorso dell’Identico

Filosofia, Recensioni

C’è Borges su una panca in riva al fiume che parla con Borges in riva al fiume su una panca. L’uno ha diciotto anni, l’altro ne ha più d’ottanta. Si rincorrono da una vita, l’uno prende la coda dell’occhio dell’altro, l’altro prende la testa e i desideri dell’uno. 

il nichilista

Narrativa

C’era una volta un nichilista, portava sempre Seneca sottobraccio e non voleva mai parcheggiare l’auto dove le istituzioni avevano predisposto, questo nichilista era alto e magro con occhiali rotondi per astigmatismo ma aveva raschiato dalla montatura la marca del produttore perché credeva nella filosofia del NoLogo ed era fermamente convinto che dare i nomi alle cose fosse un peccato mortale, aveva sempre in bocca una citazione di Nietzsche o Cioran, ma alcune le aveva appuntate sul taccuino Moleskine per evitare accuratamente di fraintendere una parola con l’altra, e un giorno capitò, come capita ogni giorno a centinaia di migliaia di persone, di incontrare una ragazza che studiava giurisprudenza, che aveva un fondoschiena notevole, che aveva quel classico carattere delle ragazzette di provincia fatto di semplice inconsapevolezza e studiata timidezza che il nichilista aveva così apprezzato nelle vivide descrizioni degli scrittori sudamericani come per esempio Galeno o Bolano, e capitò che la ragazza trovasse attraente il nichilista mentre questi leggeva alcune poesie dentro un pub irlandese con la barba incolta sporca di schiuma di birra e la camicia gualcita come le palpebre del tizio ubriaco al bancone, e capitò infine che i due passassero una serata stupenda, lei senza bere un goccio di alcol ché la linea ne avrebbe risentito, lui sull’orlo di una sbronza colossale e gli occhi languidi e in bocca una citazione di Baudrillard che poi non avrebbe mai più ricordato, ma la nostra storia non finisce perché il nichilista, che studiava lettere moderne presso un’università fiore all’occhiello delle classifiche europee, aveva ferree convinzioni riguardanti il rapporto amoroso e non credeva per niente nella longevità di una relazione qualsiasi, tutto è effimero, tutto è fragile, niente ha importanza, e così passava intere serate spaparanzato sul divano di casa senza rispondere ai molti messaggi di lei che chiedeva di uscire, di rispondere, di darle retta, perché non aveva mai avuto il ragazzo e lui OH! l’indignazione a sentir quella parola, ragazzo, come fosse una bestia irrazionale da tenere al guinzaglio, così il nichilista passò molte ore della sua vita a digitare sullo schermo dell’iPhone alcuni tweet che dicevano cose come Ehi, baby, non sono il tuo ragazzo, Ehi, baby, il giorno in cui avrò un anello sarà quello in cui dio avrà vinto e devi sapere che dio è morto, e così continuava a dare poca importanza alla ragazza e però capitò che una sera lei gli facesse incontrare i genitori e la sorella, e il papà lo osservava di sottecchi, impaurito dal nichilista e dal suo aspetto poco futuribile, il papà pensava che No, non è un investimento sicuro, e la mamma tutta ornata di perle e collane, ah, la mamma, con le tette rifatte, lui la guardava e pensava quanto avesse ragione Seneca quando insultava le donne di bell’aspetto, quanto avesse ragione Schopenhauer quando insultava le donne di bell’aspetto e quelle di brutt’aspetto, e la madre gli porse la mano e lui non capì bene cosa fare e farfugliò un Salve poco convinto, e il papà rimuginò Ma come posso pensare che la mia bambina voglia spalancare le cosce davanti a questo derelitto? e la mamma pensò Spero che almeno abbia un’arma portentosa là sotto, guardatelo il nichilista, con la sua barba incolta e gli occhiali con la marca consumata, Che cazzone, pensò lei, ma la ragazza osservava il nichilista e pensò a quanto avrebbe voluto amarlo, lui osservava la ragazza e pensava a quanto fosse in imbarazzo, ma poi la storia nel suo procedere fece sapere al nichilista che il papà della ragazza possedeva una fabbrica e molte case, possedeva una catena di ristoranti e alcune ville, e la sorella era così brava a succhiarlo, così diversa dalla ragazza, così nichilista proprio come lui, che lui pensò Quasi quasi, e invece no, non poteva farlo perché quando il nichilista e la sorella si trovavano a letto, e lei aveva appena finito di lavorarlo come si deve, lui la guardò e pensò No, se io ora me ne vado con lei il giocattolo si rompe, e pensava a quelle frasi di Kafka e Musil, quelle sul tradimento e il sotterfugio, cercando una qualche giustificazione tra le righe di Sartre e Camus, ripercorrendo le citazioni costruite in una vita di nichilismo, la sorella lo guardava e gli baciava le pudenda, lui durante l’erezione decise che avrebbe sposato la ragazza per le cose del papà, sposerà la ragazza, lo pensò proprio mentre la sorella lo prendeva in bocca, pensò che con tutte quelle cose sarebbe stato felice, pensò che anche Seneca predicava la felicità anche se un angolo della sua mente gli suggeriva che non era proprio così, ma lì capitò qualcosa, un meccanismo scattò nel cervello e il nichilista iniziò a diventare qualcosa d’altro, strinse forte la mano del papà durante un invito a cena e si presentò in cravatta, il nichilista, e la ragazza lo guardava con rinnovata ammirazione, Sta cambiando per me, pensò lei, Ti fotto l’eredità, pensò lui, e il papà lo comprese bene, lo guardò dritto negli occhi, osservando quel macchinario che si muoveva nella mente, le citazioni di Nietzsche che se ne andavano, Seneca dimenticato d’un colpo, Cioran che si scioglieva come neve al sole, il papà capì tutto, vide il nichilista che si trasformava in razziatore, in opportunista, in ipocrita, lo comprese alla perfezione ma non disse nulla, guardò la figlia felice e le tette rifatte della moglie, guardò la figlia, guardò l’ex-nichilista e rivide se stesso quando pensava di dover mettere a ferro e fuoco il pianeta, quando pensava che l’unica salvezza fosse la morte, lui mica aveva letto Seneca ma non erano così dissimili loro due, e poi scoprì il denaro, aprì la fabbrica con un socio et voilà, adesso era un imprenditore tutto d’un pezzo e la figlia ammirava felice il nichilista che non era più un nichilista, e il papà vide d’un tratto tutta la loro vita, un fuoristrada regalato per il primo lavoro vero, via quei capelli lunghi, sempre la cravatta, lei con due figli a trentatré anni, lui manager tra diciotto mesi, via Nietzsche, via Seneca, via tutte le balle della filosofia, fai spazio al denaro piccolo paffuto rincoglionito, via tutte le schifezze sulla morte e l’insensatezza della vita, abbraccia il futuro e il successo, insemina mia figlia e fai sopravvivere i miei geni, piccolo figlio di una troia, e tutto questo lo pensò durante una fugace solida stretta di mano che cambiò una piccola porzione di universo futuro, impercettibile eppure visibile, una porzione in cui un nichilista si era trasformato, di lì a pochi mesi avrebbe sentito a un quiz televisivo la domanda Di chi è questa citazione? e quella citazione era di Seneca, ma l’ex-nichilista avrebbe guardato la TV rispondendo Che ne so io? perché allora gli sarebbe convenuto mangiare l’hamburger veggy e carezzare la pancia della ragazza incinta, la mattina successiva sarebbe dovuto andare al lavoro presso le assicurazioni il cui cliente più importante era il papà della ragazza e il problema del budget pretende Niente Studio, Niente Nichilismo, Solo Molti Sì. Nessun Dubbio, Dio è vivo.
C’era una volta un nichilista.

La paura del fantasma

Narrativa

Schermata 2015-04-04 alle 21.00.27Farsi sorprendere a braghe calate non è l’idea del secolo.

Ma peggio di questo c’è il farsi sorprendere a braghe calate dal fantasma di tua moglie mentre Rita te lo sta lavorando alacremente. Questa è decisamente la peggior idea del secolo.

Guardate Carlo Vinti che inciampa e cade faccia sull’erba, mangia terra e il pisello ancora eretto gli si conficca nel fango umido di pioggia mattutina. Rita se la squaglia andando a zig zag, la bocca ancora impastata e affaticata, il cimitero tutt’intorno ulula e protesta per il mancato rispetto del riposo eterno. Ma come fai a chiamarlo riposo eterno se questi stronzi si svegliano e cercano di pigliarti per il colletto?

Carlo Vinti si rialza, ancora non è riuscito a tirare su i pantaloni, ad allacciarsi la cintura, quella maledetta trippa di birra e patatine avrebbe dovuto smaltirla come si era ripromesso, ma dopo che Maddalena era morta, dopo che il finto lutto lo aveva abbandonato, dopo che il lavoro aveva ricominciato a funzionare, aveva incontrato Rita e l’unico hobby era guardare la sua bella testolina andare su e giù mentre lui ingollava alcol e schifezze.

Quale uomo rifiuterebbe un paradiso come quello? Così cerca di giustificare l’ingiustificabile il povero Carlo Vinti, mentre incespica su una radice e cade rovinosamente su una lapide lì accanto. “Marta Costina, 1965 – 2010, tanto amata quanto rimpianta”, così recita l’epitaffio, Carlo pensa di essersi rotto la spalla contro quella grandissima puttana di roccia, no, non tu Marta, tu non sei una puttana, almeno credo.

“Come hai potuto, brutto bastardo?”

La voce di Maddalena giunge forte e chiara alle orecchie del povero diavolo. Eh no, che cazzo stai dicendo? Tu sei morta, morta ti ho detto! Che mondo è quello in cui una morta non se ne sta sottoterra? Me lo dite? Che cazzo di mondo è quello in cui uno non se lo può far succhiare in santa pace perché una defunta viene a rompere le palle? Eh? Me lo dite?

A qualche decina di metri di distanza la voce di Rita continua a cacciare urla isteriche, frasi disconnesse in cerca di una via d’uscita, ma il cimitero sembra essersi risvegliato, l’apocalisse è qui, tutti alzano il culo schiattato dalla tomba e cominciano a sgranchire l’ectoplasma.

“Sei un brutto fetente, ecco cosa sei!” sussurra il fantasma di Maddalena, mentre Carlo tenta di rialzarsi in piedi senza successo. Ricade pesantemente, il braccio è rotto per davvero, che cosa mi accadrà adesso? Devo passare al contrattacco!

“Tu non sei vera! Io sto sognando, ecco!”

“Non stai sognando, pensavo di sognare io quando ti ho visto portare quella troietta proprio sulla mia tomba! Sei impazzito?”

“Io… io sono vivo e i vivi fanno quello che gli pare, hai… hai capito?”

Rita viene sollevata da terra da forze misteriose, urla come un ossesso ma non c’è anima viva nell’arco di centinaia di metri, il comune ormai non ha più soldi per pagare un guardiano ed è proprio per quello che Carlo, sbronzo di birra e wishky, aveva detto a Rita: “Andiamo a scopare sulla tomba di mia moglie, sarà divertente!”

Divertente? Che idea del cazzo. Devo piantarla con la birra, dannazione, “anche perché la birra mi fa venire le allucinazioni, tipo te! Tu non esisti! Tu sei morta!”

Rita viene scagliata da una parte all’altra del cimitero, alcuni spiriti la stanno usando come un pallone da gioco: viene lanciata da un lato all’altro di quel luogo sinistro, lei ormai è svenuta dallo spavento, i fantasmi si divertono come pazzi a trattarla come una marionetta priva di vita. Guardate Rita che rotea nell’aria e viene abbrancata da forze invisibili, fino a pochi minuti fa stava perpetrando il pompino migliore della sua carriera e ora vola, Rita vola nella notte piena di spettri.

“A me stava pure bene vederti scopare quella sciacquetta in casa nostra, anche se forse hai superato troppo in fretta il lutto, ma portarla qui… QUI, mascalzone maledetto!” e lo spirito di Maddalena si scaglia verso Carlo Vinti attraversandolo da parte a parte, lui sente un freddo glaciale che gli rovescia gli intestini, gli stringe il cuore e i polmoni, gli riduce sensibilmente la capacità digestiva e respiratoria. Un conato di vomito sale ma viene fermato dall’esofago che si stringe, le corde vocali vibrano terribilmente, il pisello sembra ritirarsi fin dentro le budella tant’è lo spavento e il freddo che lo pervade.

“Che… che… che cosa… cosa hai fatto?”

“Assolutamente niente, io non faccio niente, io sono morta, non ti ricordi?” risponde lo spettro di Maddalena, mentre dietro di lei Rita volteggia incosciente nel cielo sopra il cimitero vuoto. Ci sono le stelle, c’è il silenzio, ci sono i fantasmi e poi c’è Carlo che si piscia addosso, almeno un po’ di calore tra quelle cosce raggrinzite dal gelo e dalla sconfitta.

Che idea del cazzo, portare la propria amante sulla tomba della moglie. Che idea del cazzo risorgere da fantasmi per far rimpiangere a tuo marito il fatto di avere delle gonadi. Carlo e Maddalena sono attraversati da medesimi pensieri, ma non lo sanno. Entrambi hanno paura, guardate la paura del vivo, fatta di sudore, tremiti e fiato corto, e guardate la paura del fantasma, fatta di niente, di pensiero, di trasparenza. Due paure così diverse, eppure così simili.

I fantasmi alle spalle (se quelle sono spalle) di Maddalena sbagliano mira e Rita cade rovinosamente sulle tombe, dalla ragguardevole altezza di quindici metri. Il suono di ossa spezzate e cranio fracassato non promette nulla di buono, gli schizzi di sangue che fanno capolino sul luogo di caduta promettono di peggio.

“Ragazzi, ma siete stupidi? L’avevamo detto: niente violenza!”

“Scusa, Maddalena…” rispondono alcune voci che però non sono voci, sono spettri. Ma tanto, cosa volete capirne voi?

La sirena della polizia giunge all’orecchio di Carlo, forse qualche incauto viandante ha sentito le urla di Rita e li ha chiamati, lui guarda d’istinto Maddalena: “Amore mio, lo sai quanto sei import…”

“Stai zitto, non credere che io ora ti aiuti a fuggire. Questo è quello che ti meriti. Addio, imbecille!” e scompare, insieme a tutti gli altri spettri.

Carlo Vinti fu condannato a quindici anni di carcere per l’omicidio di Rita Crocesi, con l’aggravante di crudeltà e violenza inaudita. Il cadavere era praticamente squartato e spezzato in più punti e fu ritrovato in un cimitero insieme al suo assassino, cosa che aveva fatto pensare a un rito satanico a sfondo sessuale (sperma dell’assassino era stato trovato nella bocca della vittima, forse inizialmente consenziente).

L’avvocato di Carlo Vinti si dimise dopo che il suo assistito aveva ripetuto alla corte che si trattava di una storia di fantasmi, era la vendetta di sua moglie, Maddalena Gelmo in Vinti, “1971 – 2014, nel ricordo del tuo amato Carlo, eternamente abbracciato a te”, così diceva il suo epitaffio.

Nella sua tomba, il dubbio di aver esagerato colse più volte lo spettro di Maddalena. Ma si sa, a nessun vivo importa nulla dei rimorsi di un fantasma.

 (racconto inizialmente pubblicato qui)