Toc Toc

Narrativa

odinoA chi cerca le risposte in cielo io dico: ascoltate la terra sotto i piedi.
C’è un tale frastuono che imperversa tra gli intestini del pianeta, un passato che mai viene digerito e che di tanto in tanto si riversa come vomito sui fianchi delle montagne, tra le strade delle città, inondando paesini e popolazioni con la piccola follia dell’universo. Un tale marasma che si stratifica, come un demone che prende a spallate la porta di casa, che cerca di entrare, uscendo dal corpo, che cerca di sfondare la coltre di illusioni che la pace ci permette di intessere. Un tale caos di voci, vendette, innocenze, un tale inferno fatto di ipocondria, ira, rabbia, da mettere a soqquadro il ventre maledetto di questo mondo eternamente in pena.
A chi cerca di sfuggire a tutto ciò io dico: stanno arrivando.
Stanno arrivando le orde assassine che solcano gli invisibili torrenti che dal centro della Terra portano alle sue superfici, arrivano gli eserciti in groppa ai mostri di cui soltanto le leggende narrano, i mostri che hanno occhi dimenticati da generazioni, fauci che ancora assaporano il sangue dei nostri antenati, prima che tutto fosse obliato, sotterrato, rimosso. Stanno arrivando i padroni delle nostre terre e ci ruberanno ciò che ci siamo illusi di possedere, deprederanno ciò che è loro, razzieranno tutto quello che ci hanno soltanto lasciato in prestito, giusto il tempo di farci gustare un momento di libertà. Libertà fasulla, certo, solo quella che possiamo permetterci con la nostra stoltezza.
A chi resta in piedi in difesa della propria terra io dico: arrendetevi e lasciatevi abbrancare.
Lasciatevi abbrancare dai veri tiranni di questo piccolo sasso lanciato nello spazio, lasciate che i fantasmi risorgano e si riprendano ciò che appartiene loro, accogliete i demoni con grandi canti di paura, con banchetti di carne umana, con i boccali tracimanti del vostro stesso sangue, accoglieteli con una festa per la fine della civiltà perché loro stanno arrivando, gli eserciti infernali, e getteranno i dadi per rimescolare le carte, per cancellare tutto ciò che è stato fatto, scritto, pensato, compiuto, per far ricominciare tutto da zero, per dare un nuovo inizio e poi nascondersi, ancora una volta, sotto la sottile coltre delle superfici che non ci proteggeranno mai.
A chi inizia a sentire la paura io dico: tenetevi pronti a venire inghiottiti dalla terra.
A diventare fantasmi, spettri, soldati dell’inferno di domani. Tenetevi pronti a trasformarvi in quella stessa paura, a diventare identici ai vostri carnefici, ai vostri demoni, per poi ritornare negli antri bui della profondità, a dormire, in attesa che una nuova occasione giunga.
Una nuova occasione per bussare alla porta della casa d’altri.

Eliopausa

I pianeti impossibili, Narrativa

Più ti guardo e meno mi convinci.
Ti guardo tronfio e sereno, eppure so che sei così insicuro e irrequieto. Potranno chiamarti pure “sistema”, ma io so che sei un caos spuntato per caso dal niente. Sei proprio come gli uomini: immenso e angusto, splendente e inutile. Sei impossibile, come tutte le cose reali. Io che ti osservo so che c’è poco da immaginare, quando la tua fantasia è così vasta. Io sono solo un pezzo di ferro lanciato lontano, ma ti racconto per come t’ho visto.

corona solareTi osservo la corona, infuocata e dorata, e guardo tutti gli altri abitanti del cosmo invidiartela e preparare il piano perfetto per sottrartela. Ti guardo esplodere, ma forse è una risata; ti osservo bruciare, ma probabilmente stai piangendo.

mercurioPoco più in là c’è il sasso maledetto, il figlio abbronzato, il nano bollente. Ti ruota attorno cercando in tutti i modi d’allontanarsi per sentire un po’ di frescura, ma le orbite sono ferree e lui è destinato a tuffarsi nella pancia d’incendio, a urlare e sbraitare mentre la roccia viene consumata dal fuoco.

venerePoco dopo, eccola lì, con il nome che compete a ogni donna bellissima e caustica, affascinante e pericolosa. Ti danza intorno con malcelata provocazione, verdeggiante e ingannatrice, attirando lo sguardo dei poeti sognanti e attendendo il primo incauto visitatore per consumarne le carni, l’animo, l’amore. Dea solforica, acida dominatrice dei cieli, allontanati da me.

terraLa palla a macchie terracquee la conosciamo bene, s’è cantata in ogni ode dell’uomo e viene tranquillamente dimenticata persino dal sottoscritto, mentre da fuori appare come un gioco di variopinta tranquillità e al suo interno si scatena l’inferno seminascosto da nuvole stupende. Lì dentro s’è scritta la Divina Commedia e persino l’Odissea nello spazio. Eppure è così piccola e insignificante. Non so se chiamarla “casa”.

marteEcco le sabbie scarlatte della solitudine deludente, quel piccolo possibile gemello del terzo pianeta. I venti spazzano i canyon e le montagne non fanno eco ad alcuna vita urlante, come avremmo potuto sperare. C’è solo un piccolo robot incagliato da tempi immemori, che ha percorso quella mezza unità astronomica per atterrare nel mezzo del niente. Non c’è casa lassù, oppure laggiù, dipende da che punto la si guardi.

gioveIl gigante successivo, ubriaco e senza scettro, rutta con i suoi venti a millemila chilometri orari. La pancia piena di delusioni, se ne sta laggiù, stella mancata e invidiosa. La sua forza gravitazionale sconvolge ogni giorno le vuote terre che lo circondano, i suoi satelliti lo cantano come unico sovrano, ma lui non ha occhi che per la stella centrale, per quel trono che non ha mai avuto. Lo osserva, beve un po’ di spazio siderale, s’ubriaca e cerca l’oblio nel fondo di bicchieri che non esistono. Laggiù, nel buio del suo piccolo regno di niente, serberà il rancore di non poter emanare luce ma solo ombra, astro nascente e mai nato, imploso in quel gigante mai troppo gigante, tiranno del vuoto universale.

saturnoCon quegli anelli che a me parevano una collana, grande almeno come la sua spaventosa futilità, ci sei tu, immenso ornamento del cosmo. Dimmi, che te ne fai della bellezza, quando a osservarti ci sono soltanto occhi robotici e immaginazioni umane? Chi mai t’avrà visto? Dove sta lo specchio dentro cui t’osservi? Ti sei mai visto, così grande e bello, così gigante e inutile? Non rispondi? Lascerai intentato il tuo fascino, non colto il tuo potere, e continuerai a ruotarti intorno, Narciso dello spazio siderale. Dimenticata da tutti, la tua scia di polvere preziosa verrà raccolta da occhi indiscreti e classificata come vanità.

uranoE poi quel disco storto, quell’abominio cosmico che ruota a pancia in su, come se ridesse a crepapelle, rotolando sul piano orbitale senza badare al silenzio circostante. Lo vedete? Il pazzo dell’universo, la rolling stone del cosmo, con quel colore tra il grigio, l’azzurro e il verde, indeciso sul volto da prendere, tutto diverso da come potrebbe essere, storto e divertente, che s’è trascinato inspiegabilmente pure quei satelliti sbronzi che lo seguono, ridendo anch’essi dell’insensatezza del mondo. Equatore e poli squinternati, quel coglioncello rotondo e imperfetto è la presa in giro a tutti gli altri, rigidamente fermi sulla loro asse verticale. Un giorno lo aspetteranno fuori di casa e lo picchieranno, così avrà smesso una volta per tutte d’irridere l’universo.

nettunoIl gigante blu, che par placido e quieto nel suo ruotare stoico e scettico, è un subbuglio interno di dimensioni macroscopiche. Le sue domande esistenziali gli vorticano dentro, ma i dubbi degli altri gli rimbalzano contro. La stella lontana non è dissimile da qualsiasi altro punto lucente dello spazio siderale, e lui si sente così solo laggiù da non desiderare altro che la solitudine. Silenzioso e scontroso, non vuole compagnia, attende solo l’apocalisse, qualunque sia la forma in cui essa si presenterà. Nel frattempo, lui passeggia quieto, e s’incazza come una bestia quando gli altri oggetti stupidi e rumorosi incrociano la sua orbita. A volte, il gigante blu si trova a pregare di scontrarsi, durante uno di quegli incroci. Chiude gli occhi, non bada al semaforo rosso e spera, spera che il botto sia forte a sufficienza da sconquassare quella quiete insopportabile.

plutoneE poi il sasso lontano, ghiacciato e maleducato, che attraversa tutta l’orbita in maniera eccentrica, con quel suo abito stralunato, con quel passo da dandy mancato, con tutta la boria di chi non ha nulla di cui andar fiero. Eppure, è così anonimo e stolto, pensano tutti gli altri. Cos’avrà mai di così nobile da portare in giro? Eppure lui se ne passeggia senza badare alle regole, quasi scontrandosi con gli altri giganti più spaventosi di lui. Il sasso eccentrico li osserva, passa dritto senza rivolger loro parola, se la ride sotto i baffi di ghiaccio e neve, continua a camminare come se la gravità non fosse una forza così importante.

VoyagerAlla fine di tutto, altri sassi, altre forme, altri nomi poco importanti. Poi, un vuoto come nemmeno l’animo umano può eguagliare. Un vuoto così placido e mortale da essere desiderato da ogni vita intelligente. Ora c’è soltanto il niente per i prossimi duecento anni. Chissà se avrò qualche cosa da leggere.
Arrivederci e grazie per tutto il Sole.

Interstellar, la recensione

Recensioni

Un viaggio nel vuoto (della mente di Jonathan Nolan)

interstellarPerché, Cristopher?

Perché hai lasciato che delle idee così belle venissero malamente scritte da tuo fratello? Perché hai permesso che il tuo film più ambizioso, quello che ti avrebbe proiettato in una dimensione kubrickiana, fosse dato in pasto alla penna buonista, confusa e priva di talento di tuo fratello Jonathan?

Interstellar aveva tutte le carte in regola per diventare un capolavoro immortale: un’opera sul cosiddetto “paradosso dei gemelli” di Einstein, un film sulla relatività portata a livello cosmico, una narrazione spinta fino al confine ultimo dello spazio cosmico. Pianeti inesplorati (impossibili, mi verrebbe da dire), wormhole sbucati nei pressi di Saturno, galassie lontane centinaia di milioni di anni luce che invece sembrano stare proprio dietro l’angolo di casa. Da un anno attendevo questo film in maniera spasmodica.

E tu, Cristopher, tu che fai? Lo fai scrivere a tuo fratello?

Facciamo il punto: cosa capita quando prendi un potenziale capolavoro come Interstellar e lo dai in mano a tuo fratello? Ecco un piccolo elenco dei disastri interstellari:

  1. capita che alcuni tra i più esperti scienziati terrestri intrattengano tra loro dialoghi infantili nei quali si “spiegano” l’un l’altro concetti elementari come la relatività generale, la struttura di un wormhole e lo sfasamento temporale dovuto al viaggio dentro un buco nero, tutti concetti assolutamente fondamentali per il più stupido dei fisici che si occupano di spazio interstellare e che nel film sembrano invece oscuri ai più. Questo perché Jonathan Nolan non sa “raccontare” storie, ma soltanto spiegarle a un pubblico di decerebrati (almeno considerati tali);
  2. accade che la prima ora e un quarto del film trascorra senza che nulla succeda, su una Terra che rigetta gli umani, in una scuola dove si ordiscono “complotti” contro i bambini ai quali si nasconde lo sbarco sulla Luna (ma a che è servito??), dentro una fattoria dove le dinamiche familiari rimangono oscure e superficiali (e ai fini della storia servono a poco o nulla), insomma: accade che la prima ora e un quarto (di un film da tre ore, insomma, prima regola del buon narratore è: “tagliare dove si può tagliare”) sia assolutamente inutile e superflua;
  3. succede che il punto focale di tutto il film, cioè (non è uno spoiler, chi non ha visto il film non capirà una mazza) il messaggio del “fantasma” che dice STAY (“resta”) venga scritto dalla stessa persona che poi dà le coordinate per raggiungere la base NASA dove si prepara la missione nello spazio (e SCUSATE, ma questo è un problema di contraddizione TOTALE nella trama!!! Se voleva farlo restare, perché cacchio ha dato le coordinate poi???), per non entrare poi dentro la questione: a che cosa serve la formula che il protagonista “suggerisce” alla figlia attraverso il gioco con le lancette dell’orologio? Non si capirà mai nel film, né Jonathan Nolan si è ricordato di specificarlo, forse a causa dall’ingente quantità di cocaina sniffata durante la stesura;
  4. capita che una regia SPETTACOLARE (Interstellar è una gioia per gli occhi) venga completamente oscurata da una trama idiota, piena di buchi, questioni irrisolte, banalità narrative e dialoghi assurdi;
  5. e infine, signore e signori, può accadere che, dopo un viaggio all’interno di un Buco Nero Supermassiccio (gitarella in campagna, proprio), Jonathan Nolan decida NONSISACOMENONSISAPERCHÈ di salvare tutto e tutti in un finale buonista e democristiano come solo gli americani PEGGIODELPEGGIO possono desiderare. Terrificante finale, tra “Eureka!” lanciati al vento e baci buttati al cesso che non hanno alcun senso, non si capisce da dove escano, non si sa cosa raccontano.

Insomma, caro Cristopher, capita che un appassionato dei tuoi film come sono io bestemmi in sanscrito durante la proiezione di quella che avrebbe dovuto essere la tua consacrazione tra gli immortali del cinema. Capita che Interstellar sia una delle più grandi occasioni mancate nella storia della pellicola. Capita che io acquisti un biglietto per Los Angeles e venga in cerca di tuo fratello per eliminarlo dalla faccia della Terra.

Sono cose che capitano.

Caro Cristopher, la prossima volta il film fattelo tu, ti prego!

P.S.: persino la colonna sonora di Zimmer, maestro indiscusso e probabilmente uno dei più grandi compositori per il Cinema della storia, appare spesso fuori luogo, invadente e inutilmente pomposa. Peccato, pure il genio tedesco secondo me ha toppato in questa occasione.

Storia di un formicaio

Narrativa

formicaiola terra è una grande piega.

è piega nella piega, inspiegabile come sanno esserlo le mani dei vecchi che si accartocciano tra le lenzuola dell’ultimo letto, è ripiegata come la pelle dei neonati nel feto e appena fuori dalla vagina, quando la placenta pare un vestito stracciato, coacervo di pieghe che ancora si chiedono che cavolo sia mai quest’aria avida di suoni. la terra è una tovaglia gualcita, in cui anfratti s’intersecano a sentieri, ripiegati come duodeni saccenti all’interno di strette mura neurali che mandano qua e là i messaggeri della futile esistenza. la terra s’accartoccia e s’aggroviglia, meandri di membra e mandrie mimetiche si squagliano nel calore del pianeta che emana dal basso il proprio pulsare insistente. camminare a sei zampe, sei zampe e cammini, corrono, faticano, tracciano percorsi tra le pieghe di quest’ordito sconfinato, regno delle ombre che mano a mano si dispiegano e si ripiegano, dipendendo dalle direzioni di scavi sempre casuali. ripiegati, solo per dispiegarmi, immergendomi tra cunicoli senza nome e facendomi ombra delle vostre ombre. brulico tra le pieghe, m’insinuo come il fiato dopo la corsa o l’amore, travaso ogni mio passo come un buon vino riversato dentro questo sterminato formicaio, trangugio terra e altra terra, che si accumula ripiegandosi nei miei gangli digestivi. sbuffo, sbatto, scatto, in cerca della luce adesso, del buio poi, intermittente entità che pensa poco e cammina molto, organulo di organismo immenso, destino rilegato come un libro alle proprie sillabe. mastico foglie spiegate e spezzate, trasporto briciole raccolte da chissà quale pavimento dimenticato, provenienti da chissà quale lauto pasto sprecato. il mondo mi penetra, quando m’infilo tra i tunnel rivangati, dissotterrati, spellati e divorati, il mondo mi ripiega nell’oscurità degli anfratti, quando svolto l’angolo o muoio senza importanza alcuna per il ruolo in questo origami isterico. che c’è un universo là fuori, io lo so perché m’è universo persino questo micron di pane che porto alla mia regina, e alle grandezze non c’è limite quando il cosmo è un panno appallottolato. che io sia inutile e importante, io lo so perché sono universo di ogni mia parte, di ogni mia piega, anch’io ripiegata in me stessa come un fazzoletto ficcato nel taschino, più grande all’interno che all’esterno, come lo spaziotempo, come l’anima, come le parole non dette. bigger on the inside, io lo so perché mi sento futile e non necessaria, e per questo son libera scelta di un’esistenza altra. scavo e ricavo, mentre potrebbe crollarmi in testa l’ennesimo cielo fatto di terra, l’ennesima terra che mi fa da cielo. il formicaio respira e si dispiega come un polmone, e io ne sono alveolo, ape, muscolo, paradigma, frattale e immagine imperfetta. domani qualcuno calpesterà la zolla in cui ricucio la terra e ne faccio lembo di stoffa, e io morirò senza proferir piega alcuna. non mi resteranno che le zampe a correre, la bocca a rosicare, le briciole a deridermi l’universo. la storia del formicaio dura un giorno, se la ripieghi per bene, dura un’eternità, se la stendi fino ai confini ultimi delle sue mille dimensioni. domani morirà la regina e ci disperderemo, il mio compito è dispiegarmi a sufficienza da essere libera per poter essere piega. dentro di me c’è l’intero universo stipato come un segreto.

sono la piega nella terra.

L’uomo sradicato

Narrativa

YerkaNon era che non avesse i piedi per terra.

Anzi, vi dirò che Erminio Castrelli era un tipo davvero concreto, uno con il quale mica si poteva scherzare. Era uno con pesanti zavorre che lo tenevano ben piantato alla realtà, amante della logica e della matematica, esperto di ingegneria e perfettamente a suo agio nelle più solide convinzioni.

In paese tutti lo guardavano con ammirazione, ci si rivolgeva a lui quando si trattava di risolvere qualche divergenza che richiedesse un giudizio logico e imparziale. La sua era una vita guidata dalla pianificazione e da un ritmo esistenziale minuziosamente prestabilito.

Erminio Castrelli era l’ultimo da cui ci si aspetterebbe qualche colpo di testa.

Aveva cinquantatré anni quando tutto cambiò improvvisamente. Nessuno sa spiegarsi che cosa sia capitato, quel che sappiamo è che d’un tratto Erminio ha messo sottosopra ogni cosa, letteralmente.

Tutto ha avuto inizio un mattino di settembre nel negozio del panettiere, dove Erminio si recava alle ore 8.45 in punto per acquistare una baguette e due francesine. Aveva scambiato convenevoli con Enzo il fornaio e la signorina Vezze, l’estetista di via Portello, discutendo del meteo e prevedendo che nel pomeriggio la pioggia si sarebbe intensificata. Pagò i suoi due euro e dieci centesimi, ma non finì per salutare come sempre tutti i presenti per prendere la via d’uscita. Non quel mattino.

I piedi gli si staccarono da terra senza troppo badare all’autorità che il cervello avrebbe dovuto esercitare su di loro e l’espressione che attraversò il volto di Erminio fu d’uno stupore che da individui come lui non ti potresti mai aspettare. I piedi si staccarono da terra, dicevamo, e rovesciando a testa in giù il loro proprietario finirono per attaccarsi come ventose dispettose al soffitto della panetteria, mentre gli occhiali da vista di Erminio cadevano a terra, il suo cappello Panama volava tra i piedi della signorina Vezze che cacciò un urlo isterico richiamando l’attenzione del carabiniere che chiacchierava fuori dalla panetteria.

«Lei, torni subito giù!» intimò l’agente al povero Erminio, che si guardava intorno con le narici verso l’alto, cercando di capire cosa accidenti fosse successo. La panetteria tutta si era pietrificata, tutti col naso all’insù a osservare l’uomo che teneva i piedi ben saldi al soffitto e la testa rivolta verso il pavimento. «Gentile agente, c’è una spiegazione per tutto ciò, ne sono certo» rispose Erminio, non riuscendo a dissimulare una punta di panico nella voce. «Non m’interessa una spiegazione, signor Castrelli, mi interessa che ora lei scenda immediatamente!»

Ma da allora, Erminio non poté più scendere.

Voi immaginate l’angoscia di un uomo da sempre abituato a camminare con passi precisi e velocità costante, un uomo perfettamente integrato nel tessuto matematico delle leggi fisiche, un individuo che mai ha dato segno di eccentricità, immaginatene l’angoscia nello scoprirsi rovesciato, sradicato, fluttuante. Il cielo gli divenne suolo, il suolo cielo, e da allora spostarsi da un edificio all’altro non è più uno scherzo perché il pericolo di precipitare verso il vuoto celeste è sempre in agguato.

Io ve lo dico, hanno tentato in tutti i modi: hanno provato a zavorrarlo con incudini e a inchiodarlo per terra, ma nessuno è riuscito a mettere addosso a Erminio sufficiente peso da mantenerlo saldo al pavimento; hanno tentato di cospargere di colla la suola delle sue scarpe, ma le scarpe si spaccavano e il signor Castrelli ritornava dopo pochi secondi al suo stato innaturale a testa in giù; hanno provato con calamite, corde e specchi, travi, fili e piombi, ma niente da fare. Senza tener conto del fatto che il signor Castrelli, ogniqualvolta torna con i piedi per terra, comincia ad avere una forte nausea che gli causa conati di vomito e capogiri spaventosi. In men che non si dica, le travi del pavimento a cui l’hanno inchiodato si spaccano, o le scarpe incollate si strappano, o le corde che lo legano si spezzano, e così l’uomo sradicato ruzzola verso l’alto come se la gravità si fosse stancata di dargli retta.

«Chissà chi avrà mai voluto farmi questo scherzo di cattivo gusto» si ripete spesso Erminio Castrelli, l’uomo antigravitazionale. I bambini lo chiamano l’uomo ragno, gli adulti lo chiamano l’uomo sradicato, ormai nessuno lo conosce più col suo nome e ci si sta avvicinando alla resa totale nella ricerca di una soluzione.

«Non c’è una cura, la sua non è una malattia» gli rispose il dottor Medea, auscultandogli il cuore mentre sei infermiere lo tenevano fermo sul lettino per evitare che cadesse verso l’alto.

«Non saprei davvero come compilare il rapporto» rispose il comandante dei carabinieri quando Erminio gli chiese di sporgere denuncia per truffa gravitazionale nei confronti di ignoti, o forse di dio.

«Il Signore procede per vie oscure, figliolo» disse don Patella quando l’uomo sradicato si recò al confessionale, proprio lui che era ateo fin nel midollo e non entrava in chiesa da almeno trentacinque anni. E niente, manco con dio se la poteva prendere.

Quindi oggi, passeggiando in paese, non è così raro scorgere un’ombra fugace che salta dalla finestra di un edificio all’altra, aggrappandosi non al balcone ma al cornicione, con i piedi che penzolano verso il cielo e la testa che si sforza di guardare verso quello che per lei è l’alto, per gli altri il basso. Se entrate dal barbiere, potrete vedere una sedia attaccata al soffitto, e quello è il posto dove siede l’uomo sradicato quando decide di aggiustarsi l’acconciatura rovesciata, e il barbiere tiene lì vicino una scala per salire e tagliare la chioma come si deve. In panetteria ormai tutti ritengono cosa normale salutare quello che un tempo era Erminio Castrelli, quando entra a naso rovescio passeggiando tranquillamente tra i neon del soffitto, schivando i ventilatori e salutando con la mano, le dita rivolte verso quello che per tutti è il pavimento, per lui il soffitto. Lui finge che tutto sia esattamente come prima, come se a cambiare fosse stato solo un banale punto di vista, ma sa bene che in realtà non è così.

Ora lo chiamano l’uomo sradicato, anche se si guardano bene dal pronunciare questo nome in sua presenza, potrebbe prendergli un colpo e, dopo tutto quello che gli è capitato, il cuore potrebbe non reggere. Nessuno vuole vederlo stramazzare al soffitto perché nessuno ha voglia di arrampicarsi per procedere con il massaggio cardiaco (l’uomo sradicato avrà poi un cuore?) o la respirazione bocca a bocca (magari la malattia che gli ha causato il rovesciamento gravitazionale è contagiosa!), quindi tutti rimangono impassibili con lui, Enzo il fornaio e la signorina Vezze, il carabiniere e il prete, nonostante sappiano che l’uomo sradicato, l’ex signor Castrelli un tempo ammirato da tutti, è un individuo pericoloso da cui stare alla larga.

Un giorno l’uomo sradicato sarà stanco di tutta questa accondiscendenza e, varcato l’uscio della porta della sua casa rovesciata, si lascerà cadere verso il cielo, un volo infinito verso lo spazio siderale. Cadrà indefinitamente verso il vuoto celeste e imprecherà un’ultima volta contro il pavimento, le strade, il suolo, contro quella gravità che ha voluto fargli uno scherzo di cattivo gusto senza alcun motivo in particolare.

Cadrà al cielo, sparirà come un puntino e tutti diranno «guardate, il signor Castrelli vola via!», mentre il signor Castrelli dirà «guardate, precipito nell’abisso!»

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(inizialmente pubblicato qui)