Terrorismo: Percezione VS Realtà

terrorismo

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Una Serata Dedicata a Lovecraft!

thumb-350-236755Questa sera YouTube si fa catacomba, antro oscuro, mostra di atrocità.
Dalle ore 21.00 ci vediamo in diretta streaming sul mio canale per parlare di mostri e misteri, ignoto e terrore, in una serata buia per parlare della letteratura, del pensiero e delle paure di H.P. Lovecraft!

Non mancate!

La misura della paura

fear-of-the-dark-2come si misura la paura di un uomo?
si misura con i pollici di buio che lo separano dalla porta invisibile, il fiato che s’addensa, le poche speranze che svaniscono come le urla di qualcuno che precipita nel vuoto. si misura in tremiti quadrati, brividi cubici, al tocco di un polpastrello sulla schiena fredda del torturato, la lama che accarezza l’epidermide, le setole di un ciglio che perdono l’ennesima goccia di sudore. la paura di un uomo si misura senza metro né bilancia, non ha peso né lunghezza, non conosce unità perché manda in frantumi, né convenzione perché è arma non convenzionale. come si misura la paura di un uomo che si accorge di trovarsi in un sentiero senza fine? un sentiero di cui non ricorda l’inizio né vede il termine? come si misurano l’ignoto, il timore, l’incertezza finale del suo passo prima del baratro? si misura in dilatazione d’occhi, in accelerazione di battiti, in accorciamento del respiro? si misura in sangue che scorre più veloce oppure in condensa del sebo sulla pelle? la paura si misura in paranoico voltarsi indietro, in conseguente brancolare nella notte, come in un bosco privo di sentieri, come in città priva di anime. la paura attende e non si fa vedere, parla una matematica strana, ridicolizza i centimetri e le tonnellate, rende leggera la gravità aggravando ciò che non ha corpo. la paura sovverte la fisica e si misura in paradosso, ma non si può quantificare con la velocità di fuga della preda dall’aguzzino, ma nemmeno dai millimetri d’affondo del coltello tra le scapole. non si misura in volt dopo la scarica elettrica dentro i testicoli, né con i decibel crollati a zero prima del morso alla gola. la paura non ha misura, non conosce sensi, non ha forma né quantità. la paura di un uomo si misura solo se l’uomo non ne diviene il metro. perché la paura è un essere a sé.

Il Gondoliere

il gondoliereEpilogo – 1903

Le arterie di Venezia stanno pulsando.
Un denso fumo grigio si mischia alla nebbia che percorre le strette vie della città, mentre un capannello di curiosi segue quell’acre odore di cenere che si diffonde veloce. Alcuni sono in pigiama, buttati giù dal letto durante una notte di inquietudini. Altri sono i pellegrini del buio, troppo indaffarati ad ammirare la notte di Venezia per cercare il sonno.
Il fumo disegna un percorso che, dalle calli frastagliate attorno al cuore della città, porta i curiosi fino alla fonte di quel fenomeno così insolito. Piazza San Marco d’un tratto si spalanca sotto i piedi della folla che accorre, gli occhi puntati su quella che sembra essere la sorgente dell’odore. La notte trattiene il respiro insieme ai testimoni, che si fermano di colpo, i nervi tesi e i muscoli contratti nello spavento di chi osserva un orrore senza nome.
Dal centro della piazza, una densa nube si alza nell’aria priva di vento, le sue spire si diramano dolcemente verso tutte le direzioni, come a voler raggiungere ogni angolo della città addormentata, lanciando un grido privo di voce. Al centro di san Marco, una croce brucia.
La piccola folla si tiene a debita distanza, mentre l’uomo appeso al legno che arde caccia un ultimo conato di vita, accorgendosi troppo tardi degli uomini che l’hanno raggiunto, ma che non sembrano avere intenzione di soccorrerlo. Quando lo sguardo annebbiato dal dolore scorge due ombre fugaci, che si dileguano nell’oscurità di uno dei tanti vicoli che escono dalla piazza, un ultimo grido sale, insieme al fumo: «Tepes!» Dopodiché, la piccola folla a venti metri di distanza osserva le fiamme gonfiarsi, consumando ciò che rimane del corpo martoriato della vittima.
«Guardate, lì, per terra!» Una donna punta il dito verso quella che sembra essere una pergamena, e uno dei presenti, cautamente, si avvicina al documento, raccogliendolo. Dopo averlo srotolato con cura, legge: «Questi è il gondoliere di Venezia, il cui corpo arde insieme alla sua maledizione. Possa la Serenissima tornare a dormire sonni tranquilli. Firmato: Gershon»
Mentre la croce brucia, le arterie di Venezia pulsano di un ritmo irrefrenabile.
Si racconterà a lungo, del rogo di piazza san Marco.
Ma forse, non abbastanza a lungo.

I capillari della città trasportano l’imbarcazione, attraverso le piatte acque dei canali. Solo il pigro remare del gondoliere disturba la tranquillità di quelle superfici, mentre la luce viene meno e l’oscurità affonda il proprio coltello tra le vie di Venezia.
Che cosa ne sanno, i due innamorati, del destino che li attende? Loro sono assorti nei baci, sussurrano l’uno all’orecchio dell’altro le stranezze della complicità, e concedono le spalle al loro silenzioso cocchiere, che spinge il legno galleggiante nel silenzio di quel romantico incedere. Poco ci importa di come si chiamano, i due turisti che, mano nella mano, vivono il loro amore come una barriera protettiva, contro la quale ogni male s’infrange.
Il gondoliere gracchia alcune parole, come a risvegliarli dal torpore: «Serata da pipistrelli questa, non vi pare, signori?» I due amanti si voltano malvolentieri, rompendo il filo tra i loro sguardi, e scrutano quella figura in ombra. Lui si schiarisce la voce, tradendo disagio: «Dite… dite bene, messere.» Il silenzio non dura più di qualche istante, e la voce stridula del marinaio torna a farsi sentire: «Di dove siete, voi due? Non siete di qui, mi pare…»

Tristano se ne sta nel suo minuscolo appartamento, la pergamena aperta di fronte a sé. La penna viene intinta frettolosamente nel calamaio, alcune parole sono stese freneticamente alla fioca luce di una lampada ad olio, quasi fossero rincorse da qualche anima in pena: «L’aiuto dovrà arrivare presto, la situazione precipita e la caccia volge al suo tragico epilogo, ma ancora non posso dire con quale esito, perché ciò che non ci aspettavamo capitasse è in realtà capitato.»
Tristano sobbalza sul suo sgabello, quando sente uno scricchiolio sulle scale, fuori dalla porta. Il sudore gli cola sulla faccia, rigandogli la pelle contratta in una smorfia di paura. Il silenzio cade nuovamente, e il ragazzo torna con la testa sul foglio: «Chiedo l’intervento immediato, come mi è stato promesso. Il Nemico sa tutto, ma nonostante questo si crede al sicuro e continua a operare nell’ombra. La sua attività è aumentata esponenzialmente, e io temo per la vita mia e degli abitanti di questa città.»
Si alza in piedi di scatto, come avesse sentito qualche fantasma sussurrargli un anatema. Gli occhi spalancati, la chioma di capelli gli cade sulle spalle, una coda di cavallo disfatta e quasi irriconoscibile è appiccicata alla schiena. Si avvicina alla finestra, unica via d’uscita di quella piccola dimora, la apre, e guarda giù: proprio nel mezzo di uno dei mille canali della città, una gondola passa, silenziosa come il vento, l’acqua increspata la lascia transitare senza obiezioni. Tristano la osserva inquieto, la segue con lo sguardo atterrito fino a che non sparisce dietro una svolta, nascosta dai palazzi che sembrano volerne celar i segreti.
Una volta richiusa la finestra, torna a sedere, intingendo nuovamente la penna nell’inchiostro, e scrive: «Ogni ombra è un pericolo, il mostro potrebbe colpire da un momento all’altro. Fate in fretta. In fretta. In fretta! Tristano.»

L’acqua sembra sangue, questa notte.
Dietro uno degli angoli di Calle Tron, Oberto “el frutaròlo” lancia un urlo che si sente fin quasi alla Giudecca. Sono appena le 6 di mattina, e alcune proteste da parte di chi ancora dorme cadono dai balconi chiusi.
Oberto si china per raccogliere da terra una mano esanime, coperta di sangue ancora fresco, una mano giovane di donna, si direbbe. Una pozza rossa scorre tra i ciottoli, colando senza riguardo nell’acqua del canale adiacente. Oberto osserva i due corpi privati della vita, ammucchiati per terra come immondizia, e pensa velocemente al da farsi. Il Sole deve ancora sorgere, gennaio è iniziato da poco, e ancora la sbronza delle serate fredde deve passare.
«Quasi quasi ciàmo el Gramo» dice tra sé Oberto, ma sa che “el Gramo” è troppo distante da lì, almeno venti minuti a piedi, ai Botteri. Tomaso, così come “el Fetente”, a quell’ora è già di lavoro sul traghetto, e non può aiutare Oberto. Perciò, egli decide di caricare sul carretto della frutta i due cadaveri, rovinando con il sangue il poco da vendere che aveva da consegnare quel giorno al mercato. Chi se ne frega, ripete l’uomo, “tanto xé un lavoro de merda”.
Appena adagiati i due malcapitati sul piccolo mezzo di trasporto, Oberto el frutaròlo sente un fiato, e un sussurro che sembra dire: «Bentrovato, amico mio.» Alle spalle dell’uomo, un artiglio gli afferra la faccia, soffocando un grido, e un’ombra esce repentina dall’ombra, affondando l’invisibile volto nel gargarozzo della vittima. Zampilli neri schizzano qua e là, mentre un rumore di risucchio si diffonde nel silenzio ritrovato di Calle Tron.
Appena il Sole inizia a bagnare le superfici di Venezia, l’ombra si dilegua, lasciando dietro a sé tre cadaveri, un lago di sangue e un canale rosso di paura.
Una gondola si allontana in fretta, lontana da occhi indiscreti.

Tristano corre, si lascia alle spalle i misteri delle calli come nervi scoperti, fiancheggia le vene succulente della città, senza badare al Sole che sorge. La luce lo tiene al sicuro, ma la sua è una paura che non conosce riposo.
Bussa con forza a una porta, il pugno sconquassa il legno marcio che lo separa dall’atrio di un palazzo antico: «Apri, maledizione, apri! Sono io, sono Tristano! Apri!!» La voce è spezzata dal pianto, tiene in mano una pergamena gualcita, i vestiti puzzano di sudore e aglio, sono dieci giorni che non si lava, i capelli sembrano un cespuglio di vermi.
Un uomo gracile e bianco in volto apre uno spiraglio, osservando con sospetto il ragazzo ansimante. L’occhio è iniettato di sangue, vispo, la bocca nascosta dietro il legno parla con una voce spettrale: «Che cosa vuoi? Non saresti dovuto venire qui, idiota!»
«Mentre seguiamo le sue stupide cautele, la gente muore, e tra poco anche io sarò un cadavere! Dov’è? Dov’è lui?»
«Devi pazientare, giovane stolto. Tutto sarà compiuto, a tempo debito…»
«Ma quale tempo debito? Io devo vederlo, dannazione, fammi parlare con Gershon!!»
Al suono di quel nome, l’occhio si spalanca ancora di più, e una mano esce dall’ombra per attaccarsi al collo del giovane, che viene trascinato all’interno da una forza inaspettata. «Che cosa succede, pensa Tristano, da dove gli arriva tutta questa forza?» Sbattuto contro la parete ammuffita, i piedi sollevati da terra, il volto di Tristano si trova a meno di due centimetri dal naso adunco del misterioso uomo, che lo ammonisce: «Osa ancora pronunciare il suo nome là fuori, dove le orecchie di Venezia aspettano solo un nostro passo falso, e giuro che la protezione che il mio Signore ti ha concesso non mi impedirà di impalarti e appenderti alla mercé di questa città!»
Lanciato con poco garbo fuori dalla porta, Tristano si rialza, osservando di sbieco lo spettro. «Ti prego, sussurra, consegnagli questa» e gli porge la pergamena scritta di suo pugno. Lo spettro, indossate nuovamente le sembianze del decrepito, la afferra senza cura, e richiude la porta, evitando qualsiasi tipo di risposta.
Il canto di un mattiniero gondoliere fa trasalire Tristano, che si volta di scatto verso la fonte di quella melodia. Il marinaio, divertito, lo incalza: «Ghetu i nervi tesi, giovine? Sta calmo, va’ che bela giornata…» E ricomincia a cantare e remare, seguito dallo sguardo del ragazzo che, bagnato dalla luce del Sole, può sentirsi finalmente al sicuro, almeno per qualche ora.

Quando il giorno è l’unica salvezza, il Sole tramonta sempre troppo in fretta.
Una nera figura si staglia tra le ombre delle calli, i pochi passanti la evitano, l’aura che emana non rassicura nessuno. Si muove come un fantasma, arriva alla porta che sta cercando, ma bussare non le è necessario. Si fa avanti l’inquilino, che con il candido derma della mano spalanca l’uscio velocemente, e dice: «Benvenuto, padrone.»
Nella stanza domina fioca una luce di candela, l’ospite lascia cadere il cappuccio e osserva il cadaverico aiutante. «Che cosa è successo? Perché quella pergamena, Lucius?» Il gracile uomo evita di guardare negli occhi il suo interlocutore, biascica parole come «sono aumentati», ghignando qua e là come volesse nascondere qualche cosa. Ma l’uomo in nero troneggia su di lui, e velocemente si stanca della sua evasività: «Lucius! Guardami negli occhi, sudicia creatura. Non è l’immunità dal contagio che ti terrà distante dalla mia collera! Perché il ragazzo è così inquieto? Dimmelo! Ora!»
Il verme ai suoi piedi è spaventato, ma dopo una pausa di respiri corti e brontolii, finalmente parla: «Sono… sono aumentati, padrone…»
«Che cosa? Cosa sono aumentati?» La voce dell’uomo in nero tuona nella piccola stanza, e il gracile anfitrione si raggomitola in un angolo, terrorizzato. Ma l’uomo incalza: «Se ora non parli subito, se ora non dici a Gershon che cosa sta succedendo in questa maledetta città, giuro che ti spellerò vivo! Parla!» E in un urlo straziante, lo spettro fa eco alla minaccia dell’uomo: «Sono aumentati! Gli omicidi! Ha sete, è violento, non ha rispettato le regole! È fuori controllo…!» Detto questo, Lucius si chiude in un pianto lagnoso, mentre Gershon percorre a grandi passi la stanza che li circonda, rimuginando sulle parole del poveraccio. Il suo aspetto da gentiluomo mal si accosta all’aberrante figura che trema in posizione fetale e continua a gemere inutilmente, ma i pensieri dell’uomo sono già distanti: «Così, il nostro amico non ha rispettato i patti, eh? Quante vittime?» Ma la risposta non arriva, e così Gershon si scaglia contro Lucius, prendendolo per il bavero: «Dimmelo, immediatamente! Quante vittime?»
«Almeno d-dodici… negli… negli ultimi cinque giorni…»
Gershon lascia cadere la carcassa che tiene tra le mani, spalancando gli occhi, fissando con malcelato disgusto ciò che ha appena toccato. La sua voce ora è debole, tradisce lo stupore per ciò che ha appena sentito: «Tu, piccolo bastardo, che cosa ti ha promesso Tepes in cambio del tuo silenzio?»
Lucius è preda di tremori incontrollati, non riesce a pronunciare alcuna parola, ma dopo svariati tentativi, dalla sua gola ributtante fuoriesce una confessione: «A-a-alcune… a-a-a-anime g-g-g-giovani, p-padrone…»
Negli occhi incolleriti di Gershon si riflette la luce della notte, la cui luna non può vedere la punizione, inflitta per mezzo di quell’accetta che tanti vampiri si è portata via, e che ancora uno, a quanto pare, dovrà esorcizzare. I rantoli di Lucius si mescolano all’acqua che scorre come sangue, nelle vene di Venezia. Un antico nemico attende ora, su quelle superfici, mentre azzanna altri due malcapitati, chissà dove, chissà in quale angolo della laguna, spargendo un’anima rosso scarlatto tra i fondali della città.

Tristano, poco distante da lì, prepara le proprie armi, in attesa che il suo Maestro si faccia vivo. Ha ancora molto da imparare, su come si uccide un demonio, ma sa che ora tocca a lui, e affila il suo paletto d’argento, aspettando il momento giusto.
Nella speranza che, in una notte come quella, il momento giusto possa davvero arrivare.
Visto dall’alto, il canale che in quel punto prende il nome di Rio di San Luca, sembra una pulsante arteria femorale, tanto è rosso il liquido che vi scorre.
La gondola è ferma, si lascia cullare in silenzio dall’acqua pregna del sangue che cola dal bordo dell’imbarcazione, il vampiro è chino su tre corpi inerti, il disgustoso suono del risucchio farebbe venire la pelle d’oca al più abietto tra gli uomini, ma nessun orecchio è in ascolto, a quest’ora della notte.
A qualche centinaio di metri in linea d’aria, Tristano sta legando alcune assi di frassino, mentre Gershon accumula nel centro di piazza San Marco cataste di legna e sacchetti imbevuti di un liquido odoroso che parrebbe alcol. I due mormorano parole incomprensibili, mentre portano a termine i rispettivi compiti. Questa è la notte in cui tutto deve aver fine. Gershon lega con lacci il cumulo di morte che attende il mostro di Venezia, Tristano si assicura che la croce sia ben salda, pronta a tenere sollevato il condannato. L’acre odore di liquido infiammabile si diffonde nell’aria otturata dalla morte, e i due uomini sanno che si tratterà di un processo senza appello.
«Torneremo vivi noi due, ragazzo, altrimenti nessuno tornerà vivo.» Tristano non dà alcun cenno di risposta, il cuore gli batte forte, e sa che quello scorrere veloce del sangue gioca a suo sfavore. Ogni battito è un boccone prelibato per Tepes, ogni fiotto di sangue acuisce la sua brama di anime, la sua violenza. Il ragazzo conficca la punta della croce nel cumulo pronto a bruciare, e Gershon, con un cenno del capo, lo invita a seguirlo: «Una gondola ci aspetta.»

I canali sono percorsi da una quiete mistica, la nebbia nasconde l’acqua che ribolle, nonostante la completa assenza di onde che poco rassicura i due cacciatori. Tristano rema in silenzio, mentre Gershon scruta il poco di visibilità che quell’atmosfera gli concede.
I palazzi a strapiombo sul canale sono perfetti nascondigli dai quali il vampiro potrebbe tendere un agguato. Gershon sussurra: «Tepes sa che lo stiamo cercando. Ormai sono secoli che questa storia si ripete: lui rompe i patti, e qualcuno tenta di fermarlo. Ma, a quanto pare, sono secoli che chi si cimenta in quest’impresa fallisce miseramente.» Pronunciando l’ultima parola, sfila da sotto la giacca la sua amata accetta, percorrendo con la punta dell’indice il filo letale. «Che ne ha fatto di Lucius, Maestro?»
«Non ho potuto averne pietà. Quando il vampiro adesca l’anima, non c’è alcuna possibilità di tornare indietro per la vittima. Il Maligno ha molti modi per corrompere, e il morso di Tepes è solo uno dei tanti, forse neanche il peggiore…» Il silenzio cala profondo, proprio quando i due incontrano un’altra gondola abbandonata. Una volta affiancati all’imbarcazione, ecco che Gershon si accorge di essere molto vicino alla meta: due cadaveri sgozzati giacciono sul fondo della gondola, alcuni altri pezzi appartenenti a un’altra vittima sono sparsi tutt’intorno. Tristano ferma il legno, estraendo con l’altra mano il paletto d’argento che attende il cuore del mostro.
«Non farti ingannare da questo silenzio, ragazzo. Lui ci sta guardando.» Gershon non fa in tempo a finire la frase, che una risata malvagia raggiunge il suo orecchio, e proprio in quel momento un’ombra sale dall’acqua, quasi ribaltando la gondola. Tristano e il suo maestro rovinano sul piccolo ponte che oscilla, mentre una figura atterra delicata al suo centro, e con un calcio spazza via dalle mani del giovane il paletto argenteo. Gershon si rialza di scatto, facendo calare la propria arma, ma un altro calcio raggiunge il suo petto, e lui vola indietro, finendo supino sulla banchina dove è attraccata la gondola abbandonata.
«Voi, inutili mortali, credete davvero di poter sopraffare me?» Tepes allunga gli artigli verso Tristano, il quale si divincola e gli sferra un pugno al volto, ma il vampiro risponde ridendo: «Sei tenace, piccolo idiota», e lo afferra per il bavero, sollevandolo da terra. «Ora io vi ucciderò entrambi.» Tristano cerca una croce nella tasca, non la trova, ma proprio quando le zanne del demone stanno per affondare sulla sua faccia, ecco che due, tre, quattro spari esplosi alle sue spalle attraversano il costato di Tepes, che lascia la presa, facendo cadere a peso morto il suo ostaggio.

«D-dove mi trovo?»
«Sei morto, stupido.» La voce penetra le orecchie di Tristano, che in realtà non sono orecchie, è come se quella tremenda tonalità parlasse alla sua coscienza.
«Ma… com’è possibile che io sia morto? Tutt’intorno c’è ancora… c’è ancora Venezia!» Il ragazzo si guarda attorno, di fronte a lui sta Tepes, maestoso e nero, le affilate zanne aperte in un sorriso spaventoso. Ma Gershon è immobile, dietro a lui, la pistola a ripetizione ha appena finito di esplodere i colpi che, trapassando il vampiro senza ucciderlo, hanno tolto la vita a lui. Che ingiustizia!
«Gershon… Gershon mi ha appena ammazzato… Ma…»
«Eppure lui sapeva che quei colpi non mi avrebbero ucciso, ma ha sparato lo stesso. Lui forse ti temeva, perché tu sei più potente di lui, hai la gioventù che lui ormai ha perduto, e ha desiderato ardentemente la tua morte.»
Tristano se ne sta fermo ad ascoltare, confuso, la sua camicia è imbrattata di sangue. Lui è cadavere, il tempo dei mortali è dilatato, e l’unica anima con cui può parlare è quella di Tepes, anch’egli da tempo deceduto, ma con un piede di qua e uno di là. Dopo un lungo silenzio, che per noi uomini è durato in realtà meno di un istante, Tepes prende la parola: «Io ora posso lasciarti andare, nel limbo che ti attende, oppure aiutarti a tornare, come me, a dominare questa città fatta di sangue e anime pronte a diventare tue. La morte nell’anonimato, oppure la gloria dell’immortalità? A te la scelta, messer Tristano.»
Tristano lo ascolta, senza respirare, poi chiude gli occhi, e in un attimo compie la propria scelta.

Gershon lascia andare la pistola ancora fumante, appena si rende conto di aver ucciso il proprio aiutante, il cui corpo è immobile sul fondo della gondola, privo di vita. «No! Tristano! No!» urla al cielo, ma solo Tepes è lì ad ascoltarlo, e si volta, osservandolo con gli occhi iniettati del fresco sangue delle sue vittime.
«Hai ucciso un innocente, un ingenuo che ha creduto ciecamente in te, tu sei più maledetto di me!»
«Sei tu il dannato, qui, Tristano è una tua vittima, sei tu che lo hai ucciso, tu che ci hai condotti a questa follia! Maledetto! Maledetto! Maledetto!» Gershon urla tre volte quella parola, e Tepes ride di gusto, avventandosi improvvisamente sull’uomo disperato per il gesto che ha causato la morte del giovane. Il vampiro cinge il collo di Gershon, disarmato, impotente di fronte a quella forza sovrumana. Soffoca, il più grande cacciatore di demoni del suo tempo sta per morire, ma il diavolo lo guarda, allentando la presa, e dice: «No, per te ho in mente qualcosa di meglio.»
Gershon, sul ciglio dello svenimento, sembra vedere Tristano rialzarsi, e si convince di star morendo. Quando cade a terra, privo di sensi, sente le parole del giovane che accompagnano l’oblio: «Appicchiamo il fuoco, Tepes. Lasciamo che il suo corpo bruci, mio padrone.»
E il buio cade sul cacciatore di vampiri, aspettando che il fuoco dell’inganno ne illumini nuovamente il volto, per un’ultima volta.

Epilogo – 1904

Le arterie di Venezia vengono percorse da timide gondole, questa sera, così come ogni altra sera. Innamorati si scambiano baci di affetto sincero, a volte maturo, altre volte ancora acerbo.
I canali ospitano la luce della luna, riflettendola tra le mura dei palazzi vecchi a strapiombo sull’acqua, e l’atmosfera è perfetta per una poesia, così come per la morte.
«Pensavo che piazza San Marco si raggiungesse svoltando a destra, amore mio», la voce della giovane ragazza mette in allarme l’uomo che s’irrigidisce, voltandosi verso il gondoliere. Questi, impassibile, continua a remare, solcando la quiete dell’acqua con delicatezza.
«Senta, lei, le avevamo chiesto di portarci verso la piazza, dove sta andando?»
«In un luogo molto più interessante, non si preoccupi…» La voce è giovane, melliflua, esce dall’ombra e quasi convince l’innamorato a non protestare ancora. Ma lui si ribella e insiste: «Mi dica il suo nome, immediatamente, lei sta spaventando la mia compagna e io la denuncerò! Qual è il suo nome, maledetto garzone?»
Occhi di fuoco calano sul piccolo uomo, che non sa davvero chi ha di fronte a sé. Le ultime parole che sente, non le comprenderà mai appieno: «Io sono Tristano, il gondoliere di Venezia.»
Poi le zanne, e infine, il buio.

***

illustrazione di Marco Pasin
inizialmente pubblicato qui

L’esorcismo

esorcismoPerché era capitato proprio a lui?
Quel che dovete sapere è che Terenzio Giansechi non era pronto a tutto questo. Lui, coscienzioso come il cortigiano del più esigente tra i sovrani, aveva modellato la sua esistenza e tutto il suo stile di vita attorno alla certezza delle cifre, la mansuetudine degli archivi, la prevedibilità della contabilità. Non aveva mai desiderato niente la cui portata non fosse raggiungibile per mezzo del freddo esercizio matematico.
La calvizie, gli occhiali a palla, la cravatta immancabilmente abbinata ai calzini, tutto stava a testimoniare la sua appartenenza a quella nutrita popolazione che nella nostra epoca può essere definita “normale”. Egli era la normalità che aveva scelto per sé, una normalità a lungo ponderata e valutata.
A causa di tutto ciò, la sensazione predominante nel vedere la sua adolescente figlia Isabella in preda a convulsioni demoniache che frantumava vasi, cristalli e televisori al plasma nuovi di zecca poteva definirsi “sgomento più irrimediabile”, e traspariva da un preoccupante spasmo che gli aveva conquistato un angolo della bocca, il quale si muoveva in modo compulsivo, ricordando una coda di lucertola appena tagliata.

Terenzio non era assolutamente pronto a tutto questo, e come poteva esserlo?
Tradendo la propria fedeltà al raziocinio aveva persino rimpolpato la propria libreria di testi sacri per mantenere una parvenza di curiosità spirituale. Non aveva mai letto una sola pagina di quei volumi, ma si trovò a rimpiangere questa negligenza perché, nel particolare frangente in cui si trovava ora, quelle conoscenze gli sarebbero tornate utili – Isabella aveva preso a roteare gli occhi in maniera vertiginosa, lanciando roche risate con una voce che di certo non era la sua. La sua libreria era ben equilibrata tra scienza e spiritualità, cosa che, dal suo punto di vista, rispettava egregiamente sia le illusioni di sua moglie Magda che la stima nutrita nei suoi confronti dai colleghi invitati a cena. Seguiva Magda persino in chiesa una volta al mese per assecondare quell’irrazionale bisogno di religiosità che lei manifestava. Zen, yoga, occultismo, divinazione, tutto quello che poteva spingere l’interesse di Magda lui lo assecondava, da buon marito coscienzioso e consapevole di quanto sia fondamentale, in una coppia, arrivare ad accettabili compromessi.

Ma allora, perché quel terribile scenario gli si parava di fronte?
Isabella sbraitava bestemmie in una lingua sconosciuta, Magda sedeva per terra in cucina, piangendo lacrime nervose e lanciando occhiate terrorizzate verso il centro del salotto devastato. La figlia raccolse da terra la scimitarra comprata in India qualche anno prima e decise di squarciare il divano in moquette rossa. Il contenuto piumoso schizzò come un vento nordico per tutta la stanza, inondando di un candore truculento l’ambiente, mentre l’indemoniata prendeva la decisione di vomitare dentro quella ferita nel sofà una melma arancione il cui odore ricordava decisamente lo zolfo. Terenzio, nella sua impassibile disperazione, si accorse che Magda aveva estratto un rosario ebraico e farfugliava preghiere lette da chissà quale guida sullo shintoismo o su Dianetics.
Lui, appena rientrato dal lavoro, stringeva la valigetta e sudava. La pelata ben lucida in tono con le scarpe di vernice, Terenzio si trovò circondato da piume volanti, urla infernali e vomito bollente, provenienti tutti dalla cieca furia della sua unica amata figlia di sedici anni.
E a tutto questo di certo non era pronto.

Era passata ormai una settimana dall’inizio di quello che padre Costina chiamò “il trattamento”, ma ancora il demone non era stato scacciato da quella casa.
Terenzio si era arreso all’evidenza e, quando anche Magda fu posseduta dal bastardo che imperversava tra quelle mura, si decise a chiamare un esorcista.
Il curriculum di padre Costina aveva convinto Terenzio della bontà della scelta (centinaia di “trattamenti” portati a lieto fine, e solo una piccola percentuale tra questi non sembrava andata per il meglio). Vista la scarsa conoscenza che aveva della materia, Terenzio si affidò come sempre alla fredda statistica e chiamò il referenziato Costina, arrivato in casa Giansechi durante un’afosa giornata di maggio.

Si tratta di un demone burlone, interloquì il santone, e per questo fatto si deve rimanere tutti dentro casa fino a che la sua presenza non sia stata completamente debellata. Terenzio protestò, disse che lui sarebbe dovuto andare a lavorare, ma la disobbedienza alle istruzioni avrebbe significato la forzata convivenza con i tormenti dell’indesiderato ospite.
La burla preferita del demone consisteva nel possedere a turno le due donne di Terenzio. Magda in quella settimana fu preda per ben tre volte della furia di Flajello (come Costina disse chiamarsi lo spirito), e durante uno di quei terribili episodi dovettero intervenire i pompieri per farla scendere da un albero: Magda si era arrampicata a cinque metri d’altezza, completamente nuda, e urlava versi irriconoscibili. La registrazione delle sue farneticazioni dimostrò che si trattava del discorso di insediamento di Papa Giovanni Paolo II pronunciato al contrario. Costina disse che il comportamento di Flajello era irrequieto, che il demone andava fermato a ogni costo prima che avesse messo davvero in pericolo la famiglia.
Così intensificò la sua presenza nella casa.

Dopo due settimane, ogni stanza era tappezzata di crocifissi e acquasantiere.
Terenzio vagava per i corridoi come un altro spirito senza pace, il suo aspetto aveva perso la compostezza dell’impiegato fino a farlo assomigliare a un senzatetto. Magda, nei pochi momenti in cui non era preda di epilessie demoniache, si dedicava alla lettura di salmi ebraici in quanto aveva scoperto la capacità di leggere quell’alfabeto fino ad allora sconosciuto. Costina disse che si trattava di un “effetto collaterale”.
Isabella non parlava più. I suoi sedici anni non avevano retto alle sconvolgenti scorribande del diavolaccio e la sua ragione si era definitivamente arresa quando, proprio nel mezzo del salotto, il suo amato cagnolino Rufy era esploso come un petardo, spargendo rosee frattaglie e candida peluria in giro per tutta la stanza. Era un cocker che aveva vinto molti concorsi di bellezza, ora avrebbe potuto vincere soltanto un contest di orrore su rotten.com.

Costina procedeva cautamente con il suo trattamento a servizio del Bene.
Spargeva liquidi che profumavano di rosa e incenso, pronunciando tra sé parole incomprensibili. Gettava sguardi astuti negli angoli della casa, come un investigatore in cerca del ladro. La sua tonaca nera si amalgamava all’atmosfera oscura della casa, priva di elettricità e acqua corrente. Costina diceva che non si potevano usare beni materiali ed energetici di alcun tipo, Flajello li avrebbe usati a proprio vantaggio. Ridurre al minimo il rischio voleva dire staccare corrente, acqua, mangiare gallette di riso e lavarsi a secco.

Terenzio non era pronto a tutto questo.
Soprattutto, non era pronto all’epilogo che lo attendeva. Non era pronto a vedere Costina sollevato da terra mentre recitava a squarciagola una preghiera in latino, crocifisso bene in vista come monito contro lo spirito malvagio. Non era pronto a vedere esplodere la cucina (il gas non era stato staccato, mannaggia!) e Magda che usciva di corsa con i capelli in fiamme. Non era pronto a vedere Isabella sfondare una parete di cemento con la sola forza delle testate, ululando epiteti irripetibili, voltandosi verso di lui con una mannaia ben stretta tra le mani. Non era pronto a vederla prendere la rincorsa lanciandosi verso di lui, il volto sfigurato in una smorfia di follia, i nervi stirati in maniera disumana. Era pronto però a morire, in quel frangente così impossibile, uno di quegli accadimenti dai quali aveva cercato di tenersi distante per tutta la vita, con la forza della ragione. Dopo tutto ciò che aveva visto, era pronto a morire.
Così chiuse gli occhi in attesa della fine.
Quando li riaprì, si rese conto che il fumo aveva riempito la stanza. L’odore era nauseabondo, c’era della melma particolarmente viscosa sul pavimento dove lui era steso supino. Si rialzò, convinto di essere morto, ma non era pronto a scoprire che quello era in realtà l’inferno. Non se lo meritava, l’inferno.

Fu la mano di Costina a rompere la cortina di fumo.
Il prete gli porse un appiglio che Terenzio non si fece scappare. Diradatasi la nebbia, osservò in silenzio la devastazione della sua casa: Magda stava seduta a terra con i capelli carbonizzati, la testa praticamente calva, farneticava parole in ebraico fissando in modo malato il pavimento e ciondolandosi in modo compulsivo avanti e indietro; Isabella giaceva a faccia in giù sul pavimento, la mannaia partita dalla sua mano aveva sfiorato la testa di papà per conficcarsi nel muro.

Infine, Terenzio vide distintamente un’ombra colpire con rabbia l’ultima lampada rimasta integra, percorrere con passi nervosi il tappeto disintegrato dal fuoco per poi uscire con gran rabbia dalla finestra del salotto, frantumando ciò che restava del vetro.
Incredibilmente, Terenzio Giansechi scoprì di non essere pronto a ricominciare da capo, non dopo quel che era successo. Cercò uno sguardo di amichevole conforto negli occhi del suo salvatore, padre Costina, il quale lo prese di sorpresa esibendogli la fattura. Il residuo del minuzioso contabile si fece largo tra le maglie strette di quella tragedia, la trasformazione di Terenzio in una creatura selvaggia non era ultimata e i suoi occhi stanchi scrutarono le cifre che il prete gli aveva sventolato in faccia.
Padre Costina uscì vincitore da quella casa mentre Terenzio faceva ordine nella propria testa, pronto a dimenticare tutto, ma forse non ancora realmente capace di farlo senza mentire a se stesso. Avrebbe intrapreso un viaggio, sì, un viaggio con quel relitto di famiglia che giaceva sul pavimento di casa, un viaggio purificatore per allontanarsi dalla distruzione di quelle due settimane così tremende. Non sapeva bene che cosa pensare di Costina, sapeva solo di essergli grato, anche se lo voleva dimenticare una volta per tutte, rimuovendolo dalle macerie della sua mente sconvolta.
Non era pronto a rimettere ordine nel campo di battaglia lasciato da Flajello, ma iniziò dalla cosa che gli era più congeniale: prese carta e penna e iniziò a catalogare diligentemente i danni portati dalla guerra.
Sì, a questo Terenzio Giansechi era pronto.


Spossato dalla dura prova che lo aveva visto protagonista, don Costina sedeva ancora teso sulla panchina del parco.
«Sei proprio uno stronzo, quante volte ti ho detto di non causare danni permanenti ai clienti?» disse lui irritato, rivolto al nulla che lo circondava.
Ma la risposta non tardò ad arrivare: «Uff, sei peggio dei miei vecchi datori di lavoro. Il mio è un mestiere difficile, sai, devo anche potermi divertire un po’!»
Flajello si manifestò improvvisamente accanto al vecchio, scheletrico nel suo terribile aspetto infernale: «É molto difficile saltare da un corpo all’altro per non farmi beccare dagli altri demoni e tu dovresti essere più puntuale con i tuoi maledetti esorcismi! Mi fai rischiare troppo, lo sai che non posso possedere qualcuno per più di qualche minuto, altrimenti poi vengo segnalato!!»
Costina mal sopportava il suo interlocutore, lo scrutava con disprezzo: «E tu sai che io devo prendere tutte le precauzioni del caso per non far insospettire i clienti, vero? Sei proprio uno smidollato. Un esorcismo non è mica facile da recitare!»
I due stettero in silenzio per digerire l’uno le ingiurie dell’altro. Non c’erano passanti a disturbare il curioso incontro, soltanto il sole accecante e qualche albero silenzioso.
Fu Costina a rompere la tregua: «Il cane… era proprio necessario?»
«Certo, la ragazza non era impazzita neanche dopo che le avevo ribaltato il letto durante la notte, e poi è stato piuttosto divertente vedere quel batuffolo di peli esplodere come una bom…»
«Ti prego, basta così. Credo che per oggi ne abbiamo abbastanza tutti e due. Al solito, sei sicuro di non volere una piccola parte del compenso? A me questi avanzano e non ne darò un centesimo in beneficenza.»
«A me dei soldi non importa niente, lo sai, il mio vecchio capo li ha inventati per voi, mica per noi demoni. Mi basta quella dose di anime che ho posseduto a sbafo in queste due settimane, non hai idea dell’abbuffata.»
Costina ribatté: «Ho paura che, continuando queste scorribande in tua compagnia, un giorno scoprirò quali siano i piaceri di un demonio.»
«Ehi, ehi, prete, non volare troppo alto. Quando finirai all’inferno tu potrai al massimo ambire a essere un dannato di quarto o quinto livello. Al massimo un piccolo folletto da scherzi notturni. Per diventare un demonio come me ti ci vuole ben altro.»
«Flajello, mi spaventi.»
«È il mio lavoro, vecchio.»
Lontano da loro, Terenzio Giansechi saliva su un aereo diretto chissà dove per cercare chissà quale serenità. Magda e Isabella, visibilmente scosse dalla vicenda, lo seguivano senza fare domande.
Costina lasciò che Flajello scomparisse nella brezza primaverile, così come scompaiono le speranze di fronte al Male. Come prima cosa avrebbe premiato il proprio successo acquistando una nuova stola. Il lavoro del finto Esorcista valeva bene qualche piccola soddisfazione materialista.
Costina si alzò, c’era una parrocchia di fedeli ad attenderlo. Flajello sarebbe sparito per i prossimi due o tre mesi e lui avrebbe atteso di rivederlo, quando il bisogno di anime per il demone e di pecunia per il prete si sarebbe di nuovo fatto vivo.
Nel frattempo estrasse il rosario e, con fare esperto, iniziò a mugugnare tra sé qualche Ave Maria.

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inizialmente pubblicato qui
illustrazione di Marco Pasin