Mordor-Italy – episodio 2

mordoritaly1.2“Questa è vera violenza!”
Così la Bocca di Sauron commenta sulla propria pagina Trollbook l’immagine diffusa sui canali ufficiali appartenenti a Peregrino Tuc, meglio conosciuto come “Pipino”. L’immagine ritrae la Bocca di Sauron al posto di Aldo Moro, personaggio di un romanzo di fantasia scritto durante la Seconda Era che racconta le vicende di un popolo fantastico (gli “Italiani”) alle prese con gli atti terroristici di un gruppo violento (le “Brigate Rosse”), evidente allegoria della tensione politica durante il governo Melkor e la caduta di Gondolin. La foto è accompagnata dal commento, attribuito allo stesso Peregrino, “Io ho un sogno!!!”

“Anche io minacciato su Trollbook. Vediamo se vi scandalizzate” dichiara la Bocca di Sauron, che aggiunge: “Discutiamo la violenza vera, non presunta”, rivolgendosi ovviamente alle dichiarazioni sulle Fake News diffuse forse da Mordor e denunciate dal deputato Celeborn (autore della discussa legge contro l’antielfismo) e dalla Presidente della Camera Arwen.

“Indegno, tutta la mia solidarietà” afferma comunque Celeborn: “Atti di questo tipo sono ingiustificabili e nessuno, nemmeno la Bocca di Sauron può essere vittima di tale idiozia”.
“Idiota d’un Tuc” commenta invece Gandalf attraverso i suoi canali ufficiali: “La prossima volta, perché non fai un meme sul Balrog, così ci togliamo di mezzo la tua inutile esistenza?”
Dal canto suo, Peregrino Tuc si dissocia: “La mia pagina è seguita da più di un milione di utenti, il mio staff è composto da vari Hobbit e io non ho niente a che fare con la produzione dell’immagine. Capirò presto chi è il responsabile”.

Nel frattempo, la Bocca di Sauron risponde: “Abbiamo già denunciato la cosa alle autorità e speriamo che la Polizia Postale Nazgûl punisca il responsabile”, questo nonostante la foto fosse stata cancellata in gran fretta dal social network.

Tra i commenti al post-denuncia della Bocca di Sauron, la violenza sembra dilagare: “Anche io ho un sogno – scrive Grima Vermilinguo – veder sparire tutti i Dunedain!”, e ancora: “L’ennesimo autogol – scrive Gorbag – dei maiali Hobbit e zecche fannullone raminghe!”

Alla prossima puntata! E se vuoi passare un weekend tra Tolkien e filosofia, clicca QUI!

QUI invece la puntata precedente di Mordor-Italy.

Annunci

L’unica tattica dell’ISIS

Il nuovo attentato a Londra è l’ennesimo favore a Theresa May e a coloro che preferiscono un’Europa non cooperante.
 
Mi sembra incredibile che non vi sia ancora chiaro che l’ISIS, a corto di finanziamenti e risorse, sta puntando a obiettivi che destabilizzino la cooperazione europea, vero motore del benessere in cui abbiamo versato negli ultimi 40 anni. Tre attentati a Londra dopo l’annuncio delle elezioni anticipate in Inghilterra, per rafforzare la percezione dell’insicurezza e rinsaldare il consenso nei confronti di chi urla alla pancia delle persone: “Io chiuderò le frontiere, ci isoleremo nell’autarchia, non abbiamo bisogno di nessuno!”
 
L’ISIS attacca la relazione tra nazioni nel modo più subdolo (ed efficace, a guardare i risultati), sapendo che l’unica possibilità di sconfiggere il fondamentalismo nel mondo è attraverso una solida cooperazione tra stati. L’ISIS vuole che sia Theresa May a governare (e ci aveva provato anche in Francia prima delle elezioni) perché l’isolazionismo è l’unica politica internazionale che favorirebbe la crescita del fenomeno, oltre che danneggiare la reciproca fiducia che si è andata faticosamente creandosi negli ultimi decenni.
 
L’ISIS ha compreso che l’unica cosa che può disturbare l’elefante europeo è un parassita minuscolo che lo spinga ad autodistruggersi, attivando meccanismi apparentemente difensivi che si riveleranno per ciò che sono in realtà: un suicidio.
Invito a riascoltare il mio video di qualche giorno fa, QUI.

Civiltà, satira, creatività: #CharlieHebdo

Mi sono preso un po’ di tempo, più di dieci giorni, per poter elaborare l’accaduto, digerirlo, metabolizzarlo e comprenderlo, per quanto possa essere comprensibile un simile evento.
Sto parlando ovviamente di ciò che è accaduto a Charlie Hebdo, e non perderò tempo a riassumere i fatti dal momento che mi aspetto di avere lettori informati e attenti, sempre in ascolto. Faccio inoltre uno strappo alla regola e parlo di un fatto di attualità in quello che vorrebbe e dovrebbe essere un blog di sola narrativa, ma quando si toccano corde così profonde, il dovere di mettere a disposizione una riflessione ponderata è pari a quello di non lasciarsi prendere dalle facili emozioni.

Le facili emozioni, prima di tutto. 
Abbiamo visto l’opinione pubblica dare il peggio di sé di fronte a una complessità profonda e a una stratificazione di accadimenti degna del miglior Machiavelli. Un’opinione pubblica che, come sempre ma forse ancora più del solito, ha sciacallato gli avvenimenti solo per “dire la propria”, su Twitter, in TV, dentro blog, siti, non-luoghi che cercavano soltanto due visualizzazioni in più utilizzando la tag #JeSuisCharlie e in realtà non dicevano niente più del nulla sconfortante.
Le facili emozioni degli slogan, quelle frasi pubblicitarie che appiattiscono eventi complessi e li comprimono dentro tre parole prive di profondità e significato, solo per mostrare un’appartenenza a un gruppo che non si sa bene cosa voglia fare e in nome di non si sa bene quali idee. E quindi le bandiere, le pubblicità, le lacrime di coccodrillo, i proclama ipocriti di politici, personaggi e gente comune che non sa di cosa sta parlando. La facilità dell’ignoranza.

Il mio amico Daniele Barbieri parla di valori dell’Illuminismo
Ma quali sono i valori dell’Illuminismo di cui ci facciamo portavoce? Se davvero (e io ho dei forti dubbi che cercherò di esprimere) le vignette di Charlie Hebdo erano portavoce di quella Ragione Universale, dov’è finita quella stessa ragione quando la gente scriveva ovunque: “al patibolo!”, “a morte i cani maledetti!”, “al rogo! al rogo!” Ammesso che quella di CH fosse una satira illuminista, come abbiamo potuto lasciare che la visceralità delle emozioni, la tristezza degli slogan politichesi, la fretta dell’opinione personale prendessero il sopravvento su una ponderata riflessione intorno alle cause e alle relazioni? Cosa ci ha insegnato l’Illuminismo vero, quello del raziocinio, se alla prima occasione sputiamo bile, veleno e vomitiamo la peggiore parte della nostra irrazionalità animale? Siamo davvero così distanti da quei terroristi che vomitano piombo sulle persone? Io dico di no, non lo siamo, soprattutto quando vomitiamo irrazionalità sugli eventi tragici (e quanti esempi negli ultimi 15 anni!).

La tragedia riflette due insicurezze allo specchio. 
Da un lato, l’insicurezza della fede fasulla: se una vignetta satirica riesce a offendere la tua incrollabile fede al punto da farti diventare braccio della morte, allora probabilmente non è fede, è il tentativo di colmare un profondo buco nel tuo animo. E anche questo ce lo insegna l’Illuminismo.
Dall’altro lato, l’incertezza dei nostri valori: se alla tragedia devi rispondere con la pancia, con la vendetta, con la violenza verbale e giuridica, senza fermarti un secondo a riflettere e usare il cervello, allora significa che i valori veri del cristianesimo politico (razionalità e analisi) non fanno parte del tuo bagaglio intellettuale, della civiltà di cui ti fai portavoce e impostore.
Come ha giustamente fatto notare il filosofo Zizek nel suo intervento, solo la psicologia delle masse può farci analizzare e comprendere la complessità in atto: la tragedia di Charlie Hebdo apre uno specchio, e il compito di ogni individuo razionale è cercare di mettersi nei panni di entrambi i riflessi, proprio come Alice. Solo in questo modo si può trovare il modo di spezzare la catena della vendetta che ormai ha radici antiche, ma non per questo meno fragili. La facilità dell’emozione ci rende colpevoli, non illuministi, ci avvicina all’animalità da cui la Ragione, quella vera, ha il compito di allontanarci.

Rileggiamo Nietzsche. 
In questo modo potremo comprendere quali sono le vere forze che forgiano i nostri valori. Quando oggigiorno si parla di “civiltà”, un valore importante, qual è la forza che la definisce: è una forza creativa (razionale, costruttiva, progressista) oppure è una forza reattiva (reazionaria, terrorizzata, distruttiva)? Si tratta della civiltà che si sviluppa liberamente, oppure della civiltà che nasce in reazione alla violenza? Allo stesso modo, quando si parla di “popolo”, di “coscienza”, di “anima”, stiamo determinando questi valori con una forza positiva, attiva, creativa, oppure attraverso una forza brutale, animalesca, reattiva (cioè, in “re-azione” a qualche cosa, circolo della vendetta primario).
I nostri valori sono causa di un progresso o conseguenza di una brutalità?
Quando Nietzsche ci parlava dei valori, non li negava (come spesso le interpretazioni superficiali vorrebbero insegnarci), diceva piuttosto di comprendere sempre quali sono le forze che definiscono, in un dato momento storico, quei valori. Ragione, coscienza e intelletto sono concetti che hanno cambiato, nel corso del tempo, le proprie caratteristiche, sulla base delle forze che in essi si scontravano. Non si tratta di dialettica spicciola, questo è il fondamento di un razionalismo culturale che dobbiamo ritrovare e col quale dobbiamo rispondere attivamente alle sfide immani che la nostra epoca ci mette di fronte.
La Ragione è l’unica cosa che ci tiene distanti dalla catastrofe.

Io non credo che quella di Charlie Hebdo fosse satira. 
Anche “satira” è un concetto il cui significato dipende dalle forze che in esso lottano. La satira potrebbe essere definita come lo scherzo che i deboli giocano ai potenti. E la redazione di Charlie Hebdo viveva di cariche istituzionali (soprattutto del governo Sarkozy, ndr) e consenso di una parte della popolazione, non era una critica al potere, era una ricerca di consenso da parte di un certo tipo di pubblico, per me tutt’altro che illuminista (ricordiamo che l’illuminismo predicava la laicità e condannava la blasfemia, perché la blasfemia, oltre a essere indiretta affermazione di dio, chiama in causa istinti bassi e volgari). Ma non è questa la questione, e la questione non è nemmeno la libertà di espressione (che cos’è libertà, che cos’è espressione, siamo sicuri che in questo concetti, per come li intendiamo oggi, non si annidino ancora forze re-attive e distruttive?), grande spauracchio fuorviante della tragedia.

La questione qui è più importante e riguarda noi: cadremo nella trappola? 
La trappola è quella romantica della difesa di valori designati in maniera re-attiva: una libertà “in risposta” a una barbarie, un’espressione “in reazione” alla censura, una civiltà “contro” lo straniero. E lì, la trappola è profonda come la tana del Bianconiglio e ci getta nell’anti-libertà, nell’inespressività, nell’inciviltà, con il nostro tacito e irrazionale consenso. La questione è: vogliamo che i nostri valori siano creativi, attivi e vitali, oppure accettiamo (di nuovo) che i nostri valori siano una reazione a qualcosa di terribile, rendendo terribili anch’essi?

Agghiacciante è stato sentire che “finalmente l’Europa è tornata a vivere“, ma solo in risposta a un massacro! Ci siamo davvero ridotti a diventare un popolo soltanto in reazione al sangue che scorre? Siamo davvero così stolti da cadere per l’ennesima volta nella spirale dell’irrazionalità? Siamo davvero così deboli (deboli quanto la fede dei terroristi che difendono un dio uccidendo alcuni uomini) da farci trascinare ancora nel vortice dell’animalità, lasciando che l’Illuminismo venga sconfitto non da colpi di AK-47, ma dalla nostra profonda incertezza su chi siamo e sul dove stiamo andando? Daremo voce ancora ai profeti della reazione? Alle Oriana Fallaci, ai Matteo Salvini, ai guerrafondai, a chi dal conflitto trae un profitto, ai sacerdoti della civiltà che tradisce se stessa e che si ammantano di un falso cristianesimo? Io mi sento cristiano per formazione sociale, e lo dico da agnostico razionalista. Ma la radice illuminista e razionale, quel messaggio che fa coincidere la civiltà con la rottura del vizioso circolo della vendetta, quello è il vero punto focale della nostra cultura. E Charlie Hebdo, per le forze reattive che io individuavo nella sua satira, non era illuminista.

Ma noi, signore e signori, fratelli e sorelle, persone pensanti che fanno parte di questo mondo travagliato, siamo illuministi oppure animali? Desideriamo ragionare, pensare e smettere di ascoltare le viscere che ci rendono bestiali, oppure vogliamo ancora una volta distruggere (illudendoci di costruirla) la nostra civiltà in RE-AZIONE a qualche tragedia?

Credo che sia questo il punto focale su cui dovremmo riflettere.
Con calma.
Col cervello.

***