Masterflesh

Narrativa

Mads-Mikkelsen-in-HANNIBALdi masticarti e d’altre romanticherie.
di questo vorrei parlarti, mentre ribolli nella pentola sotto il vitreo sguardo del cuoco. di strapparti i lembi sotto il sole di un barbecue domenicale, mentre i commensali gustano un filetto prelibato proveniente dalle tue forme nascoste, ora preda di molari percussori. dell’affondare di incisivi sulla spalla che t’avrei baciato, se solo la carne umana non fosse un piatto di squisita eleganza da presentare alla tavola imbandita del mio piacere. dell’odorare la tua schiena liscia e arrostita sul fuoco del camino, appena annerita dai carboni ardenti. è forse questo il mio modo per nasconderti agli occhi del mondo? mangiarti, stiparti dentro il mio stomaco e digerirti in silenzio e magia, tutto ciò per farti appartenere a me o per appartenerti, farti scorrere sotto forma di molecole dentro le mie vene, riascoltarti nel sapore che mi sale l’esofago passeggiandomi la gola a ritroso, trasformarti in sostanza dei miei villi, mattoncini per comporre il mio corpo, disfarti per rifarti, per rifarmi. cucinarti e divorarti, sussurrando dolci parole alla tua coscia fumante, ma prima leccarla da cima a fondo e poi inghiottirla sentendone sapore, consistenza, importanza, carattere. è forse questo il mio modo per tenerti tutta per me? credo di sì, credo che impreziosire il mio corpo nutrendolo di te possa essere un buon modo per dirti quanto ti amo. in fondo, amiamo ciò che mangiamo.

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Racconto fino a 10

Narrativa

nascondinogiochiamo a nascondino?
io inizio a raccontare fino a dieci.

una, la volta che ci concederai di perderci, o almeno è quello che mi ero ripetuto, proprio perché l’uno non si ripete, l’uno è monotono, monografo, monogamo, monocromo. una volta per sprecarci tutto, una volta per ridarci le coordinate, una volta per ritrovarci senza aver avuto altre occasioni.
due, in una dialettica scansaequivoci, il bene e il male, il voglio e il posso, il vedo e il credo. due nulla che si incontrano, identici e senza pretese, due come gli occhi-lampadina, due come le mani cercapelle, due come le gocce che mi ricordo e dopo solo il silenzio.
tre, come quelle cose che non sono un numero. tre come trema, come trerremoto, come tremendo. tre, come le proibite dogane della perversione, tre come le asimmetrie in asimmetrìo. tre, come le cose che ti racconto senza muover bocca, tremando sotto un treno di occasioni mancate.
quattro, di lato in lato, cerchiando di far quadrare il cerco. le quattro, pesanti come un colpo, come dissero i quattro poeti di cui non racconto il nome. racconto fino a quattro e poi mi fermo, perché quattro sono i cieli, quattro le imperfezioni, quattro gli arti, quattro i nostri occhi.
cinque, rintocca il gong. cinque modi tutti nuovi per mimetizzarci: dentro le parole, poi sotto i piedi scalzi, poi in mezzo a ombelichi bagnati, poi sottolingualunga, cinque sottopelled’oca. cinque come le dita se mi prendi una mano sola, cinque come giro di boa constrictor imperator, lingua biforcuta, spire dolci, soffocamento erotico.
sei, e i luoghi comuni del numero che ricalca l’essere. sei ostinata, sei arrendevole? sei una domanda irrisposta. sei, desiderante frugante chiedente allunante frenetica irresponsabile. sei o non sei, questo è il dilemma. sei ancora lì che m’aspetti, in mezzo ai pianeti, oppure sei sprofondata a un confine che non so e che continuerò a cercare imperterrito? sei qui, volente o nolente o piangente.
sette, segrete, racconto il sette come si raccontano le cose indicibili. sette, e così bevvi per dissettarmi. sette come i desideri che ti disegnerei dentro, dopo averti aperta come un libro di sangue, rosso e splendente organigramma di tutto ciò che è terrestre. sette i luoghi che di te visiterei, assettandomi di nuovo, morendo di sette, raccontando di sette in sette gli zeri che mi cancelli di dosso.
otto, e con esso tutte le rime che amo così tanto. otto, come ogni osso rotto, inseguendoti in campo al mondo. otto, racconto con voce sommessa l’averti ricercata nei tuoi sopra e nei miei sotto: sotto la lingua, sotto la pelle, sotto le palle, sotto le unghie. non ti ho trovata, ma forse manca poco. otto sotto un tetto, oppure otto in cammino sotto la pioggia. otto.
nove, è proprio l’imperfezione dell’approssimazione, ancora troppo distante dal dieci, fin troppo vicino allo zero. è la tensione muscolare prima dell’orgasmo, il ricominciare senza aver cominciato mai, il ritirarsi delle parole e delle idee appena dopo la marea. nove, con quel vento di novità che ancora non spira, con quel desiderio irrisoluto di desiderio stesso, quel nove che è molto più di dieci, e meno di zero perché ancora niente è compiuto. nove, proprio il luogo in cui ci fermerei per fare l’amore che non c’è.
dieci. troppo tondo, anche se ti trovo. troppo pieno, anche se scompari. troppo vuoto, troppo grasso, troppo tronfio, troppo scontato. il dieci sa tutto non chiede più nulla. il dieci è il numero a cui si fermano tutti, e noi no. primo perché è ovvio. secondo perché è fermo. terzo perché è giusto. quarto perché è sano. quinto perché è bello. sesto perché è completo. settimo perché è santo. ottavo perché è perfetto. nono perché è pari. decimo perché è dieci.
quindi, vado avanti.
undici, come tutte le tue anime nascoste.

Perlomeno

Narrativa

klimtl’erotismo ha i fiati scontati.
ha fianchi affusolati di pelle caucasica e poche unghie che lasciano il segno sui peli. le scie comiche delle risate per il solletico, sollecito, illecito, e le provocazioni del caso e del caos, e denti scoscesi discesi su spalla e seno. curve dalle quali fuoriuscire la strada o gli occhi o la lingua, e poi mani immani, mani che abbrancano intorcono frugano estraggono contraggono intrufolano. non c’è parola che tenga o che mantenga promessa, non c’è promessa ammessa o annessa ai silenzi scambiati come l’intimo tra le dita. ci sono elastici da sferruzzare, pizzo da usare per nascondere un lembo di pelle immaginata immaginaria immersa immensa. c’è un labbro stiracchiato su inguine mediterraneo, l’inguine al dente da cucinare su schiena ardente. masticarti natiche e nascite di desiderio, frammiste a contrazioni genuflessioni occhioni furbi che pigliano il corpo tutto e l’inghiottono in pupille troppo salaci per lasciartele lì senza reagire. l’andirivieni di vieni e vengo, d’aspetta e attendo, osteggiato dal tempo che scorre sulla tua bocca aperta al sole buio della lampada spenta per quel poco di pudore che traspare oltre le parole. consumarsi come un orto avvolto da fiamme fredde, ansimarsi come deserti spazzati da immobili venti, poi lasciarsi andare oltre le sabbie dell’eadesso? perdonami questa poca chiarezza mangiucchiata dalle parole che se ne escono così come vogliono, un poco come il magma, un poco come la pelle, un poco come gli occhi lucidi dopo l’orgasmo, ma avremo di che preoccuparci delle cose poco importanti, in un futuro deciso da altri. l’erotismo è tutto ciò che non decidiamo, coincidendoci. è ciò che non parliamo, mormorandoci. è ciò che ci investe, travestendoci. l’erotismo è eroismo, per quel poco che ci è concesso di salvare da questo mondo. perlomeno.
io e te.

Raccontarti

Narrativa

raccontartiraccontami tutto.

raccontami come se fosse possibile raccontarmi tutto. raccontamelo scrivendolo dicendolo ridendolo temendolo. raccontalo piangendolo per dolo o negligenza, inventandolo per incoerenza o innocenza. raccontami tutto e il suo contrario, come una quarta di copertina, una seconda occasione, la prima volta che non si scorda, la terza corda che non si svolta, la quinta pioggia e poi basta. raccontamelo, abbi il coraggio, dal possibile all’improbabile, da ciò che era a ciò che non sarà mai. racconta tutto quel che non ricordi, tutto ciò che non prevedi, per cecità o troppa paura. racconta intessendomi a nuovo, dandomi un tessuto completamente impossibile che vuoi farti mio. racconta il niente dicendomi tutto ciò che sai e che non vuoi, raccontami l’invalidità delle verità e la relatività di ogni realtà. raccontami gli occhi d’altri che ti riguardano e gli unonessunocentomila modi in cui non ti sei mai desiderata. raccontati a me, le volte in cui hai perduto partite mai giocate, scommesse mai sapute, corse perfettamente immobili dietro le ombre delle inconfessabilità. raccontati smontando pezzo per pezzo le incertezze di cui ti sei convinta e conpersa, ogni singola occasione sprecata acchiappandola, ogni necessità sublimata soddisfandola. raccontami le matasse ingarbugliate e i fili d’arianna annodati e tagliati, le briciole di pane divorate da tordi fantasma, i boschi in cui hai perso l’orizzonte e il cielo, le spiagge a contare i granelli come mi piacerebbe contarti i capelli, raccontandomeli. racconta tutto ciò che non hai, tutto ciò che non sapremo mai dell’universo e delle piccole cose che ci capitano, invano d’ascensore a salire per lanciarci dal settecentesimo piano fallito da escogitare. raccontami le rapine che hai subito, quelle dei sentimenti e delle idee, quelle degli occhi e delle cecità. raccontami i soprusi che non hai confessato e quelli che desideri perpetrare contro ogni illogica possibile. raccontati le dita sulle mani, raccontandomi i nei sul collo e le braccia, narrando di volta in volta le onde che arrivano dai confini dello spazio per spettinarci i capelli e i sorrisi, panchine alla mano e cieli al fulmicotone prima del diluvio universale che attende di essere raccontato nuovamente. rifacciamo il mondo raccontandone ogni cosa mai creata o inventata, lasciandoci alle spalle il futuro che tanto non ci racconteremo, se non disfacendolo con minuziosa crudeltà. nel frattempo, che ne dici di temerci per mano senza quiete alcuna?

raccontami niente.

C’eravamo una volta

Narrativa

c'eravamo una voltac’eravamo una volta noi.

c’eravamo, tanto amati e tanto delusi, tanto scontrati e tanto corrosi. c’eravamo, con tutti i t’amo sulla sabbia e la rabbia sopra i t’amo, con i desideri inespressi e le espressioni solo desiderate. c’eravamo, come quel c’era una volta che poi non ci sarà più. col c’eravamo ancora e non ci saremo oltre. c’eravamo, con tutti i salotti vagabondati al sole e i progetti scritti sulla crosta dell’acqua. c’eravamo, a lavarci i denti e lasciarci le gengive, ad attorcigliarci le lingue dentro discorsi senza parole. c’eravamo, come quelle epoche mai vissute, come le storie davanti al caminetto, come i viaggi nel tempo delle mie storie, come i personaggi che mi popolano le mani. c’eravamo, sotto coperte e dentro ricami, fuori da mura e sotto tempeste. c’eravamo, con le corse sotto la pioggia primaverile e senza tutto l’asfalto che poi abbiamo inghiottito per non esserci più. c’eravamo, tra quel dentro e quel fuori che non hanno porte, e poi c’eravamo sbattuti le porte in faccia dopo essercele immaginate così forte da costruirle a suon di silenzio. c’eravamo, come la sabbia della clessidra che non torna più su, come il corso di un fiume che non trova più il monte, come tutti quegli eventi sfuggiti di mano in mano, fino a non riconoscerne più la provenienza. c’eravamo tanto. c’eravamo poco. c’eravamo così fortissimamente. e poi, c’eravamo dimenticati.

e così, non c’eravamo più.