Masterflesh

Mads-Mikkelsen-in-HANNIBALdi masticarti e d’altre romanticherie.
di questo vorrei parlarti, mentre ribolli nella pentola sotto il vitreo sguardo del cuoco. di strapparti i lembi sotto il sole di un barbecue domenicale, mentre i commensali gustano un filetto prelibato proveniente dalle tue forme nascoste, ora preda di molari percussori. dell’affondare di incisivi sulla spalla che t’avrei baciato, se solo la carne umana non fosse un piatto di squisita eleganza da presentare alla tavola imbandita del mio piacere. dell’odorare la tua schiena liscia e arrostita sul fuoco del camino, appena annerita dai carboni ardenti. è forse questo il mio modo per nasconderti agli occhi del mondo? mangiarti, stiparti dentro il mio stomaco e digerirti in silenzio e magia, tutto ciò per farti appartenere a me o per appartenerti, farti scorrere sotto forma di molecole dentro le mie vene, riascoltarti nel sapore che mi sale l’esofago passeggiandomi la gola a ritroso, trasformarti in sostanza dei miei villi, mattoncini per comporre il mio corpo, disfarti per rifarti, per rifarmi. cucinarti e divorarti, sussurrando dolci parole alla tua coscia fumante, ma prima leccarla da cima a fondo e poi inghiottirla sentendone sapore, consistenza, importanza, carattere. è forse questo il mio modo per tenerti tutta per me? credo di sì, credo che impreziosire il mio corpo nutrendolo di te possa essere un buon modo per dirti quanto ti amo. in fondo, amiamo ciò che mangiamo.

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Interstellar, la recensione

Un viaggio nel vuoto (della mente di Jonathan Nolan)

interstellarPerché, Cristopher?

Perché hai lasciato che delle idee così belle venissero malamente scritte da tuo fratello? Perché hai permesso che il tuo film più ambizioso, quello che ti avrebbe proiettato in una dimensione kubrickiana, fosse dato in pasto alla penna buonista, confusa e priva di talento di tuo fratello Jonathan?

Interstellar aveva tutte le carte in regola per diventare un capolavoro immortale: un’opera sul cosiddetto “paradosso dei gemelli” di Einstein, un film sulla relatività portata a livello cosmico, una narrazione spinta fino al confine ultimo dello spazio cosmico. Pianeti inesplorati (impossibili, mi verrebbe da dire), wormhole sbucati nei pressi di Saturno, galassie lontane centinaia di milioni di anni luce che invece sembrano stare proprio dietro l’angolo di casa. Da un anno attendevo questo film in maniera spasmodica.

E tu, Cristopher, tu che fai? Lo fai scrivere a tuo fratello?

Facciamo il punto: cosa capita quando prendi un potenziale capolavoro come Interstellar e lo dai in mano a tuo fratello? Ecco un piccolo elenco dei disastri interstellari:

  1. capita che alcuni tra i più esperti scienziati terrestri intrattengano tra loro dialoghi infantili nei quali si “spiegano” l’un l’altro concetti elementari come la relatività generale, la struttura di un wormhole e lo sfasamento temporale dovuto al viaggio dentro un buco nero, tutti concetti assolutamente fondamentali per il più stupido dei fisici che si occupano di spazio interstellare e che nel film sembrano invece oscuri ai più. Questo perché Jonathan Nolan non sa “raccontare” storie, ma soltanto spiegarle a un pubblico di decerebrati (almeno considerati tali);
  2. accade che la prima ora e un quarto del film trascorra senza che nulla succeda, su una Terra che rigetta gli umani, in una scuola dove si ordiscono “complotti” contro i bambini ai quali si nasconde lo sbarco sulla Luna (ma a che è servito??), dentro una fattoria dove le dinamiche familiari rimangono oscure e superficiali (e ai fini della storia servono a poco o nulla), insomma: accade che la prima ora e un quarto (di un film da tre ore, insomma, prima regola del buon narratore è: “tagliare dove si può tagliare”) sia assolutamente inutile e superflua;
  3. succede che il punto focale di tutto il film, cioè (non è uno spoiler, chi non ha visto il film non capirà una mazza) il messaggio del “fantasma” che dice STAY (“resta”) venga scritto dalla stessa persona che poi dà le coordinate per raggiungere la base NASA dove si prepara la missione nello spazio (e SCUSATE, ma questo è un problema di contraddizione TOTALE nella trama!!! Se voleva farlo restare, perché cacchio ha dato le coordinate poi???), per non entrare poi dentro la questione: a che cosa serve la formula che il protagonista “suggerisce” alla figlia attraverso il gioco con le lancette dell’orologio? Non si capirà mai nel film, né Jonathan Nolan si è ricordato di specificarlo, forse a causa dall’ingente quantità di cocaina sniffata durante la stesura;
  4. capita che una regia SPETTACOLARE (Interstellar è una gioia per gli occhi) venga completamente oscurata da una trama idiota, piena di buchi, questioni irrisolte, banalità narrative e dialoghi assurdi;
  5. e infine, signore e signori, può accadere che, dopo un viaggio all’interno di un Buco Nero Supermassiccio (gitarella in campagna, proprio), Jonathan Nolan decida NONSISACOMENONSISAPERCHÈ di salvare tutto e tutti in un finale buonista e democristiano come solo gli americani PEGGIODELPEGGIO possono desiderare. Terrificante finale, tra “Eureka!” lanciati al vento e baci buttati al cesso che non hanno alcun senso, non si capisce da dove escano, non si sa cosa raccontano.

Insomma, caro Cristopher, capita che un appassionato dei tuoi film come sono io bestemmi in sanscrito durante la proiezione di quella che avrebbe dovuto essere la tua consacrazione tra gli immortali del cinema. Capita che Interstellar sia una delle più grandi occasioni mancate nella storia della pellicola. Capita che io acquisti un biglietto per Los Angeles e venga in cerca di tuo fratello per eliminarlo dalla faccia della Terra.

Sono cose che capitano.

Caro Cristopher, la prossima volta il film fattelo tu, ti prego!

P.S.: persino la colonna sonora di Zimmer, maestro indiscusso e probabilmente uno dei più grandi compositori per il Cinema della storia, appare spesso fuori luogo, invadente e inutilmente pomposa. Peccato, pure il genio tedesco secondo me ha toppato in questa occasione.

Il neonato atomico

LindnerSi sta muovendo!

Quel piccolo paffutello figlio di puttana si sta muovendo! Guardatelo, come gattona innocente in mezzo alla strada deserta, facendo finta di nulla. Guardatelo, morbido e tenero come solo gli angioletti sanno essere.

Ma quel tizzone d’inferno in carne soffice e ossa frolle non ha nulla d’angelico.

È il figlio del demonio, è il parto del diavolo, anche se il diavolo in questo caso è la povera Mariagrazia Pagnaschi, moglie del senatore Augusto Svanzi, eminente autorità del nostro piccolo povero paesino colpito dalla peggior calamità dell’universo.

Mentre quel mostro si muove, tutto il centro è un fuggi-fuggi, uno sgombra-sgombra, per evitare di finire in mezzo alla deflagrazione imminente. Un ginocchietto alla volta, una manina dopo l’altra, quell’infante apocalittico avanza, i ciuffi biondi che gli cingono il cranio vellutato, la bocca che sbrodola bava e risatine, sembra un qualsiasi bimbo di qualsiasi pubblicità di pannolini, e invece è la fine di tutto, la distruzione del mondo, il Ragnarök delle nostre speranze!

Il neonato atomico avanza, ma nessuno sa che cosa fare.

Eppure nulla aveva fatto presagire una tale sventura. La signora Pagnaschi era una mamma ammirata da tutti, le ecografie non avevano dato cenno di pericolo, la gestazione era stata serena e amorevole come ci si aspetterebbe da una famiglia così perfetta.

Ma ora il bimbo termonucleare avanza e l’esercito studia il da farsi.

Il centro di Colletrento è completamente vuoto come in una di quelle scene di cinema catastrofico, in attesa che il meteorite si schianti. Nel completo silenzio, i vagiti di quell’abominio raggiungono facilmente anche me, che me ne sto rintanato in casa, le pareti rinforzate con lastre di piombo, uno spiraglio alla finestra per osservare gli sviluppi del disastro. Lui gattona, prendendoci in giro.

Quando la signora Pagnaschi ha partorito, l’allarme dell’ospedale è scattato subito e le sue innumerevoli porte hanno vomitato medici, pazienti e infermieri colti dal panico più nero. Ci hanno detto che il bambino emetteva una vibrazione e un calore, alcuni hanno affermato persino di aver sentito un ticchettio. Il medico ginecologo l’hanno ritrovato in un angolo a piangere, si teneva la testa, ripeteva: «Esploderà. Quel maledetto esploderà e non ci sarà niente da fare! Niente, vi dico!»

Il livello di radiazioni provenienti dal neonato atomico era superiore a quello di una “H-Bomb”, quelle utilizzate ad Alamogordo, hanno detto gli specialisti accorsi. Probabilmente tutti in paese erano stati già contagiati dal morbo radioattivo, hanno ripetuto gli esperti. Era solo questione di minuti prima che l’infante mostruoso saltasse, e con lui tutta Colletrento, hanno avvertito gli scienziati.

Eppure, guardatelo, lui se ne gattona laggiù spensieratamente, la pelle ancora in parte ricoperta dal sangue del parto, chissà poi come avrà fatto a trovare la via d’uscita, «di certo qualche potere strano quella bestia ce l’ha» mi legge nel pensiero Katia, mia moglie, anche lei impegnata a osservare il Distruttore che imperversa nel centro del paese.

Nel frattempo arrivano gli elicotteri, i carri armati, le vedette della polizia, i pompieri, la Guardia Nazionale e chissà cos’altro, ma si tengono tutti a distanza, si nascondono nei vicoli, circolano lontani dal Punto Zero che striscia sull’asfalto deridendo la nostra paura adulta. Fa persino una pernacchia e se la ride, tant’è sfrontata l’Apocalisse.

Nessuno sa che cosa fare, Colletrento è in diretta nazionale e il giornalista dice che né generali né politici sanno se intervenire per disinnescarlo oppure trasportarlo lontano per farlo deflagrare. Dice che nessuno è certo se il neonato atomico esploderà o meno. Dice di evacuare, poi avvisa che le strade sono bloccate, ché mica nessuno sa quale velocità potrebbe prendere l’infante esplosivo per uscire dal paese. Quindi, come facciamo a evacuare, scusi?

D’un tratto, da una delle finestre del condominio Bianchi parte un colpo di fucile diretto al neonato che viene mancato di pochi metri. Un parapiglia dall’appartamento di provenienza del colpo, grida e colluttazione, la polizia irrompe e tutto s’acquieta. Chissà cosa sarebbe successo se avessero colpito quel succhialatte infernale. Sarebbe esploso?

«I generali non sanno come si disinnesca un infante» dice la televisione, «perciò a nessuno è permesso intervenire mentre il neonato atomico avanza!»

Dove sono finiti i bambini di una volta? Vi pare mai possibile che una madre così perbene come la signora Pagnaschi non possa partorire in santa pace senza accorgersi di aver dato alla luce il Devastatore Della Terra? Non ci sono più gli Anticristo di una volta, almeno contro quelli c’era l’acqua santa! Adesso no, devono uscire i bambini al plutonio, gli infanti esplosivi, i Cavalieri dell’Apocalisse sotto forma di bambolotti paffutelli! Che tempi, dico io.

«Ma guardalo, Tommaso, è soltanto un piccolo bimbo indifeso» mi interrompe i pensieri Katia. Il neonato atomico ha smesso di gattonare e si è seduto, tutto nudo, in mezzo all’asfalto. Si guarda intorno, «forse ha solo fame» dice mia moglie, «chissà com’è spaventato», le faccio eco io. La televisione si zittisce, lo zoom dell’operatore valica la cortina di panico dello schermo e avvicina lo sguardo degli spettatori al viso dell’infante mostruoso, del Devastatore di Mondi, della Grande Paura Bambina. Se ne sta lì, le manine sante dentro cui scorre la morte, il pisellino moscio dal quale potrebbe uscire il nuovo Big Bang. Il labbro inferiore trema sotto i colpi del freddo e della paura. Il neonato atomico carica lacrime radioattive negli occhi, li riempie di liquido letale, tutta Colletrento osserva, muta, forse commossa.

Prima che io possa accorgermene, Katia esce di casa. Il mio «amore, dove cazzo vai?» non la fa esitare per un istante. Altre persone sono uscite di casa, attirate dal tenero bimbo abominevole che a stento trattiene il pianto di fronte al panico dell’umanità. Che cosa gli passa per la testa? Lui nemmeno sa il motivo per il quale lo osserviamo così, guardandolo come la cosa più terribile mai apparsa al mondo. Eppure, è solo un bimbo, indifeso, tenero, piccolo. Noi siamo i mostri, noi che lo odiamo ancor prima di averlo capito! Il neonato atomico non vuole esplodere, il bambino è innocente, questo passa per la testa di tutti coloro che lo scrutano adesso, nudo come un verme, in mezzo alla strada. L’esercito sta fermo, gli elicotteri quasi si immobilizzano in cielo, io rincorro Katia che ormai è a cinque metri dal figlio del demonio, si avvicina con passo sereno, certa di star facendo la cosa giusta.

«C’è così tanto di peggio al mondo, piccolo mio» dice Katia, e il lampo di maternità che vedo nei suoi occhi mi fa sciogliere, quel bambino ha solo bisogno di una madre, di un padre, di amore, è così ovvio. Altre persone si avvicinano al Ground Zero, ma Katia è più veloce, si china e accoglie tra le braccia il neonato atomico, l’Abominio Bambino, il Mostro Termonucleare. Dalle finestre di ogni appartamento esce un suono rassicurante, un sospiro di sollievo collettivo che invade i cuori di tutti, mentre poliziotti, generali e militari escono dai propri nascondigli, consapevoli che il pericolo non c’è mai stato.

Katia mi guarda, gli occhi pieni di gioiose lacrime, cullando il neonato atomico, caldo come un tizzone ardente, ma ora quieto. «Tommaso, voglio un bambino, è giunto il momento» mi dice lei con la voce spezzata dalla commozione. Carezzo la fronte di mia moglie, la bacio sulle labbra, mi volto verso il viso innocente del bambino termonucleare, i nostri occhi si osservano per un secondo, il mondo pare un posto migliore. Ci aspetta un futuro radioso, mi dico.

L’esplosione è così violenta e repentina che mi resta solo il tempo di raccontarvi il lampo negli occhi del neonato atomico, quando il sorriso di Katia scompare e un ghigno malefico attraversa il viso del bimbo esplosivo. Tutto si svolge prima di un istante, e mentre ancora i miei pensieri bruciano al fuoco incandescente dell’esplosione atomica mi dico che non c’è alcun senso, in niente, mentre Katia sparisce, l’esercito viene incenerito, il condominio Bianchi spazzato via, io vengo polverizzato, la strada sbriciolata e Colletrento diventa un tizzone d’inferno privo di vita.

Il bambino atomico è esploso.

Di noi restano solo un fungo atomico e un istinto genitoriale ridotto a brandelli.

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(inizialmente pubblicato qui)

La donna espansa

BoteroA un primo sguardo, nessuno direbbe che Virna abbia acquistato peso.

La sua ferrea dieta e l’asticella della bilancia continuano infatti ad andare perfettamente d’accordo, e Virna rimane la regina indiscussa della magrezza, a Tol Defferate, piccolo paesino montano sul confine di alcune non meglio identificate regioni d’Italia.

«Sei un ramoscello, Virna cara!» la virgolettano le amiche, quando passa con gamba snella e tacco rabdomante per le vie del paesino.

«Ancora un poco e ti si dovrà indovinare, mica incontrare» l’apostrofano i vecchietti prendendosi una pausa dalla nullafacenza pensionistica a ridosso di cantieri in perenne rallentamento.

A Tol Defferate, con le sue cinquecentosedici anime, Virna è un’autorità in fatto di salute e forma fisica. Diete prima proteiche e poi vitaminiche, prima vegane e poi rossosangue; integratori di secchezza e dispensatori di energia; costolette d’insalata e poi foglie d’agnello. Virna Maldestri segue pedissequamente la ricetta stavolta di quel guru e l’altra di quel santone, poi del nutrizionista RAI per finire dell’ultimo libro sull’alimentazione birmana. Il sorriso di Virna Maldestri cresce in proporzione al ritirarsi della carne, del grasso, delle curve.

«Se ti metti di profilo neanche ti si vede» ammiccano gli uomini con un filo di eccitazione nella voce.

E Virna non ha acquistato nemmeno un grammo, nonostante tutto.

Dico nonostante tutto perché le vicende che sono capitate a Tol Defferate negli ultimi giorni, e dei quali con poca tranquillità mi accingo a raccontarvi, potrebbero dimostrare l’esatto contrario.

Io me lo ricordo, quando tutto ha avuto inizio. Ce ne stavamo da Sbarbie, al secolo Romano Mefisti, il parrucchiere di Tol. Lui tagliava e noi chiacchieravamo della sconfitta del Defferate per sette a uno contro il Patriarca. Lui radeva e noi commentavamo le natiche della Pimbini, sacerdotessa delle curve di Tol a cui noi tutti dedicavamo le nostre preghiere virili per tanta abbondanza. È stato allora che ho visto una guancia di Virna Maldestri fare capolino dalla porta del negozio di barbiere. Avete letto bene: una guancia. Non Virna, nella sua snella interezza, no. Per un solo secondo la porta ha sbattuto e ha mostrato il fugace profilo di una guancia, quella inconfondibile macchiata di phard fucsia di Virna. Una guancia, vi rendete conto? Come un’apparizione aliena, come le acque del Mar Rosso che si spaccano, come i marziani che sbarcano a Busto Arsizio.

L’abbiamo vista tutti, la guancia, ma nessuno ha detto nulla perché era troppo impossibile, troppo improbabile, ché Virna poi è così magra.

Amici miei, se mai avessimo sottovalutato quel piccolo insignificante evento forse oggi Tol Defferate non sarebbe la zona di guerra sulla quale sembrano transitati tutti gli eserciti del mondo.

E invece abbiamo deciso che no, non abbiamo visto nulla.

Dopo un paio d’ore s’è visto il dottor Medrangeli correre come un pazzo su per la salita che porta alla chiesetta. I testimoni dicono ch’è uscito di corsa dal suo studio urlando «Signorina Maldestri, smetta di crescere!» e tiene sottobraccio le cornici con i diplomi, alcune penne di valore, fascicoli con documenti che svolazzano ovunque. Il viso paonazzo, la bocca spalancata in un’espressione di puro terrore, la voce che ripete «Sta crescendo! Cresce a dismisura!», e tutt’intorno la gente che non comprende e compatisce il poveretto, «Guardate come si può ridurre un signore cosi distinto!»

E anche lì, tutti che guardano il dottore e nessuno che si accorge del top viola che si gonfia alle finestre e il seno di Virna che trasborda dai balconi dello studio di Medrangeli. Tutti che lo inseguono dicendo «Fermo, dottore, fermo che la portiamo all’ospedale» e nessuno che si chiede che cosa sia quella coscia immensa che si dilata e schianta la porta di casa del commercialista con grande ignorato fracasso.

Nessuno che s’accorga dell’incantesimo e dica «Gente c’è Virna che s’espande!»

Perché vedete, Virna mica ha iniziato a ingrassare, proprio no. Ha piuttosto cominciato a dilatarsi, in ogni senso. Lei non è cresciuta di un solo chilo, ma il suo corpo s’è ribellato ai confini, il suo contorno ha spaccato le dimensioni. Come se la sua immagine avesse d’un tratto scoperto di poter crescere, senza che Virna crescesse di un solo grammo: ecco il corpo si spande, ecco l’ombra s’ingigantisce, ma Virna resta magra come un ramo secco.

Non so se mi sono spiegato.

Improvvisamente, Virna ha cominciato a espandersi dappertutto a Tol Defferate.

Al supermarket, i pomodori hanno cominciato a venir sparpagliati ovunque, mentre tra gli scaffali spuntano e s’ingrossano le protuberanze della signorina Maldestri: dita di qua, unghie di là, falangi falangine falangette dappertutto e senza ordine, dove al caso piace di più! Vetrine che vengono sventrate da un piede di Virna che spunta dal marciapiede e manichini che si trasformano in immense parti del corpo della donna: orecchie, nasi, lingua. Gente che scappa di qua e di là perché in casa è entrata una natica espansa della donna, dentisti che vengono scaraventati giù dalle loro poltrone perché un canino di Virna sboccia dal pavimento o dal soffitto. E poi talloni che spremono parco-giochi, alberi che vengono inghiottiti dall’ombelico, automobili ingurgitate da strade che diventano esofago, faringe, bocca, mentre il vigile viene scagliato lontano dall’epiglottide di Virna, catapulta umida e vivente di Tol Defferate.

Ma questo è nulla, signori miei. Perché Virna ha cominciato a espandersi pure nei discorsi delle persone, della radio, della televisione. E quindi, ecco che il giornalista del TG comincia a parlare con la voce della ragazza, rendendo ridicolo il resoconto di cronaca! Il meteo prevede precipitazioni di capezzoli di Virna, lacrime di Virna, forfora di Virna, giù per tutta la vallata, in pianura, sulle colline! La gente inizia a parlare con i concetti di Virna, con le idee di Virna, con gli accenti e le sgrammaticature di Virna, e pian piano comincia a fare le sue diete, a mangiare ciò che mangia lei, la donna espansa: espansa nello spazio e nelle idee, nelle immagini e nelle abitudini.

La donna espansa è ormai ovunque, e ovunque cresce a dismisura.

Virna invade Tol Defferate, spunta dalle strade, dai discorsi, dai manifesti elettorali. La donna si espande nelle discussioni, tra i fili d’erba, dove fioccano spalle, lingue, occhi, tutti di Virna, la donna espansa che si prende l’universo intero: case esplodono piene di lei, uffici vengono ingolfati da troppa presenza della donna espansa, che cresce e cresce e cresce ancora, in altezza larghezza profondità, in parole opere e omissioni, in lungo e largo e stretto, ma assolutamente non in peso.

La donna espansa si prende Tol Defferate, si prende le voci e gli occhi, si getta dai tetti e ricade come uno tsunami di immagini per le strade, inondando di Virna le vie del paesino. La gente viene travolta e chi non viene travolto si trasforma in pezzi di Virna, che s’espande come una radiazione, invade come un esercito, si diffonde come un’epidemia, si prende tutto come una vorace creatura impossibile. Virna è magra come uno stecco, ma contagia, esplode, brulica e scorre ovunque, senza metter su un solo chilo.

Se solo avessimo dato importanza a quella guancia, avremmo potuto evitare tutto questo. Non saprei come, ma di certo avremmo potuto fare qualcosa. Forse scappare, anche se dalla donna espansa non si può scappare. Forse ucciderla, ma la pallottola sarebbe diventata un capezzolo di Virna, il coltello la lingua di Virna, la donna espansa.

Virna si prende tutta la realtà, Tol Defferate è diventata Virna, oppure è lei a esser diventata Tol Defferate, non si può capire davvero. Io me ne sto qui, oggi inizio una dieta iperproteica per diventare la natica rotonda e soda di Virna, che si è presa tutto: la città, la squadra di Defferate, la chiesetta, il commercialista, le case e i discorsi. Si è presa pure me, perché non ci siamo accorti in tempo che la donna espansa si sarebbe presa tutto quel che c’era da prendere.

Però io ve lo dico.

Virna non ha preso nemmeno un chilo, nonostante tutto.

Siamo davvero un figurino.

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(inizialmente pubblicato qui)