Il Bosco nello Spazio – Un weekend con Rick DuFer e Adrian Fartade!

Narrativa

Accademia Orwell e Link4Universe sono lieti di presentarvi Il Bosco nello Spazio!
Il Bosco nello Spazio è un seminario sulla divulgazione scientifica e culturale che avrà luogo a Schio, in provincia di Vicenza, nel weekend del 13-14-15 novembre 2015!
L’ospite di eccezione di questa iniziativa è Adrian Fartade, che conoscerete per la sua attività di divulgazione scientifica sul suo canale YouTube e nel sito Link2Universe e il tema centrale del seminario è il rapporto tra la scienza e l’immaginazione! 

#SolarisWeek – programma e calendario

YouTube

La conoscenza acquista strane forme.
Può capitare che essa si tramuti in un pianeta ai confini del cosmo, un pianeta eccentrico e irrisolvibile come Solaris. Oppure può insinuarsi tra le pieghe del web, in particolare di YouTube, e impossessarsi di sette canali di divulgazione scientifica per far sì che una piattaforma di video divenga il fulcro del sapere! 

il bosco

Narrativa

Schermata 2015-03-20 alle 12.30.58il bosco è la lacerazione per eccellenza. è una ferita, uno squarcio nell’universo, un ambiente in cui il mondo dei morti si incontra al mondo dei vivi. nel quale il mondo dei morti ritaglia una fetta di appartenenza a questo universo. nel quale il mondo dei vivi si disperde per un istante, toccando con mano, lingua, occhi, la linfa fatale dell’universo di là. il bosco è l’esperienza della morte, l’uomo vi si disperde e vi perisce per rinascere in un corpo nuovo. il bosco pullula di fantasmi e spettri, demoni e dei, non perché uno scrittore di talento ne abbia narrato le ombre, ma perché il bosco è il regno del mistero. nel bosco si celano i segreti nei quali l’esistenza si stravolge, di epoca in epoca, e in esso l’immagine del cosmo viene rovesciata, quando i moti tellurici tra l’universo di qua e quello di là sono tali da sconquassare il tessuto stesso dello spaziotempo. il bosco conserva la storia universale della futilità e la usa contro di noi. abbiate pietà della mia ragione, urla nel silenzio l’uomo persosi nel bosco. abbiate pietà del mio punto di vista intorno alla vita e alla morte, ma gli spettri non hanno pietà, abitano il bosco per cibarsi delle vittime che s’inoltrano in questa faglia dell’inesistenza. il bosco è la vagina dentro cui il mondo si rigenera diverso, dentro cui vengono nascoste le inconfessabili menzogne dei vivi e le straordinarie verità dei morti. tutto ciò che nasce nel bosco deve poi ritornare nel bosco, dicono gli spettri che aleggiano ridicoli, ma il vivo non sa interpretare quella risata perché non conosce il destino che l’attende, non più di quanto l’albero del bosco conosca le ramificazioni infinite che compenetrano il tessuto della Terra, della realtà, dell’irrealtà. attraverso la ferita del mondo, attraverso gli occhi del bosco, si insinuano gli orrori e le nefandezze dell’universo che sta di là, e il bosco attende l’uomo per ucciderlo e rigenerarlo, facendone qualcosa di diverso: un ribelle, un partigiano, uno spettro. il bosco, parlando dal segreto della sua ambiguità cosmica, conosce il nome di ognuno di noi ed è pronto a chiamarci, per inghiottirci e vomitarci, nuovi e senza nome. e chi dimentica la sua magia ne è la vittima designata.

#PrenderlaBene – videorecensione Interstellar

Recensioni

#PrenderlaBene è la mia videorubrica di recensioni, discussioni e provocazioni.
Nella prima puntata parliamo di Interstellar, tanto per ribadire i motivi per i quali l’ho odiato.
Iscrivetevi al canale!

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Eliopausa

I pianeti impossibili, Narrativa

Più ti guardo e meno mi convinci.
Ti guardo tronfio e sereno, eppure so che sei così insicuro e irrequieto. Potranno chiamarti pure “sistema”, ma io so che sei un caos spuntato per caso dal niente. Sei proprio come gli uomini: immenso e angusto, splendente e inutile. Sei impossibile, come tutte le cose reali. Io che ti osservo so che c’è poco da immaginare, quando la tua fantasia è così vasta. Io sono solo un pezzo di ferro lanciato lontano, ma ti racconto per come t’ho visto.

corona solareTi osservo la corona, infuocata e dorata, e guardo tutti gli altri abitanti del cosmo invidiartela e preparare il piano perfetto per sottrartela. Ti guardo esplodere, ma forse è una risata; ti osservo bruciare, ma probabilmente stai piangendo.

mercurioPoco più in là c’è il sasso maledetto, il figlio abbronzato, il nano bollente. Ti ruota attorno cercando in tutti i modi d’allontanarsi per sentire un po’ di frescura, ma le orbite sono ferree e lui è destinato a tuffarsi nella pancia d’incendio, a urlare e sbraitare mentre la roccia viene consumata dal fuoco.

venerePoco dopo, eccola lì, con il nome che compete a ogni donna bellissima e caustica, affascinante e pericolosa. Ti danza intorno con malcelata provocazione, verdeggiante e ingannatrice, attirando lo sguardo dei poeti sognanti e attendendo il primo incauto visitatore per consumarne le carni, l’animo, l’amore. Dea solforica, acida dominatrice dei cieli, allontanati da me.

terraLa palla a macchie terracquee la conosciamo bene, s’è cantata in ogni ode dell’uomo e viene tranquillamente dimenticata persino dal sottoscritto, mentre da fuori appare come un gioco di variopinta tranquillità e al suo interno si scatena l’inferno seminascosto da nuvole stupende. Lì dentro s’è scritta la Divina Commedia e persino l’Odissea nello spazio. Eppure è così piccola e insignificante. Non so se chiamarla “casa”.

marteEcco le sabbie scarlatte della solitudine deludente, quel piccolo possibile gemello del terzo pianeta. I venti spazzano i canyon e le montagne non fanno eco ad alcuna vita urlante, come avremmo potuto sperare. C’è solo un piccolo robot incagliato da tempi immemori, che ha percorso quella mezza unità astronomica per atterrare nel mezzo del niente. Non c’è casa lassù, oppure laggiù, dipende da che punto la si guardi.

gioveIl gigante successivo, ubriaco e senza scettro, rutta con i suoi venti a millemila chilometri orari. La pancia piena di delusioni, se ne sta laggiù, stella mancata e invidiosa. La sua forza gravitazionale sconvolge ogni giorno le vuote terre che lo circondano, i suoi satelliti lo cantano come unico sovrano, ma lui non ha occhi che per la stella centrale, per quel trono che non ha mai avuto. Lo osserva, beve un po’ di spazio siderale, s’ubriaca e cerca l’oblio nel fondo di bicchieri che non esistono. Laggiù, nel buio del suo piccolo regno di niente, serberà il rancore di non poter emanare luce ma solo ombra, astro nascente e mai nato, imploso in quel gigante mai troppo gigante, tiranno del vuoto universale.

saturnoCon quegli anelli che a me parevano una collana, grande almeno come la sua spaventosa futilità, ci sei tu, immenso ornamento del cosmo. Dimmi, che te ne fai della bellezza, quando a osservarti ci sono soltanto occhi robotici e immaginazioni umane? Chi mai t’avrà visto? Dove sta lo specchio dentro cui t’osservi? Ti sei mai visto, così grande e bello, così gigante e inutile? Non rispondi? Lascerai intentato il tuo fascino, non colto il tuo potere, e continuerai a ruotarti intorno, Narciso dello spazio siderale. Dimenticata da tutti, la tua scia di polvere preziosa verrà raccolta da occhi indiscreti e classificata come vanità.

uranoE poi quel disco storto, quell’abominio cosmico che ruota a pancia in su, come se ridesse a crepapelle, rotolando sul piano orbitale senza badare al silenzio circostante. Lo vedete? Il pazzo dell’universo, la rolling stone del cosmo, con quel colore tra il grigio, l’azzurro e il verde, indeciso sul volto da prendere, tutto diverso da come potrebbe essere, storto e divertente, che s’è trascinato inspiegabilmente pure quei satelliti sbronzi che lo seguono, ridendo anch’essi dell’insensatezza del mondo. Equatore e poli squinternati, quel coglioncello rotondo e imperfetto è la presa in giro a tutti gli altri, rigidamente fermi sulla loro asse verticale. Un giorno lo aspetteranno fuori di casa e lo picchieranno, così avrà smesso una volta per tutte d’irridere l’universo.

nettunoIl gigante blu, che par placido e quieto nel suo ruotare stoico e scettico, è un subbuglio interno di dimensioni macroscopiche. Le sue domande esistenziali gli vorticano dentro, ma i dubbi degli altri gli rimbalzano contro. La stella lontana non è dissimile da qualsiasi altro punto lucente dello spazio siderale, e lui si sente così solo laggiù da non desiderare altro che la solitudine. Silenzioso e scontroso, non vuole compagnia, attende solo l’apocalisse, qualunque sia la forma in cui essa si presenterà. Nel frattempo, lui passeggia quieto, e s’incazza come una bestia quando gli altri oggetti stupidi e rumorosi incrociano la sua orbita. A volte, il gigante blu si trova a pregare di scontrarsi, durante uno di quegli incroci. Chiude gli occhi, non bada al semaforo rosso e spera, spera che il botto sia forte a sufficienza da sconquassare quella quiete insopportabile.

plutoneE poi il sasso lontano, ghiacciato e maleducato, che attraversa tutta l’orbita in maniera eccentrica, con quel suo abito stralunato, con quel passo da dandy mancato, con tutta la boria di chi non ha nulla di cui andar fiero. Eppure, è così anonimo e stolto, pensano tutti gli altri. Cos’avrà mai di così nobile da portare in giro? Eppure lui se ne passeggia senza badare alle regole, quasi scontrandosi con gli altri giganti più spaventosi di lui. Il sasso eccentrico li osserva, passa dritto senza rivolger loro parola, se la ride sotto i baffi di ghiaccio e neve, continua a camminare come se la gravità non fosse una forza così importante.

VoyagerAlla fine di tutto, altri sassi, altre forme, altri nomi poco importanti. Poi, un vuoto come nemmeno l’animo umano può eguagliare. Un vuoto così placido e mortale da essere desiderato da ogni vita intelligente. Ora c’è soltanto il niente per i prossimi duecento anni. Chissà se avrò qualche cosa da leggere.
Arrivederci e grazie per tutto il Sole.