Perlomeno

Narrativa

klimtl’erotismo ha i fiati scontati.
ha fianchi affusolati di pelle caucasica e poche unghie che lasciano il segno sui peli. le scie comiche delle risate per il solletico, sollecito, illecito, e le provocazioni del caso e del caos, e denti scoscesi discesi su spalla e seno. curve dalle quali fuoriuscire la strada o gli occhi o la lingua, e poi mani immani, mani che abbrancano intorcono frugano estraggono contraggono intrufolano. non c’è parola che tenga o che mantenga promessa, non c’è promessa ammessa o annessa ai silenzi scambiati come l’intimo tra le dita. ci sono elastici da sferruzzare, pizzo da usare per nascondere un lembo di pelle immaginata immaginaria immersa immensa. c’è un labbro stiracchiato su inguine mediterraneo, l’inguine al dente da cucinare su schiena ardente. masticarti natiche e nascite di desiderio, frammiste a contrazioni genuflessioni occhioni furbi che pigliano il corpo tutto e l’inghiottono in pupille troppo salaci per lasciartele lì senza reagire. l’andirivieni di vieni e vengo, d’aspetta e attendo, osteggiato dal tempo che scorre sulla tua bocca aperta al sole buio della lampada spenta per quel poco di pudore che traspare oltre le parole. consumarsi come un orto avvolto da fiamme fredde, ansimarsi come deserti spazzati da immobili venti, poi lasciarsi andare oltre le sabbie dell’eadesso? perdonami questa poca chiarezza mangiucchiata dalle parole che se ne escono così come vogliono, un poco come il magma, un poco come la pelle, un poco come gli occhi lucidi dopo l’orgasmo, ma avremo di che preoccuparci delle cose poco importanti, in un futuro deciso da altri. l’erotismo è tutto ciò che non decidiamo, coincidendoci. è ciò che non parliamo, mormorandoci. è ciò che ci investe, travestendoci. l’erotismo è eroismo, per quel poco che ci è concesso di salvare da questo mondo. perlomeno.
io e te.

Dal fuoco all’ICBM

Recensioni

roylewisProgredire per rimanere perfettamente immobili.

Quando trovi un romanzo la cui introduzione scritta da Terry Pratchett definisce “uno dei libri più divertenti degli ultimi cinquecentomila anni” non puoi che tuffartici senza chiedere spiegazioni.

E quando ti tuffi nel Pleistocene, visto con gli occhi dell’uomo scimmia Ernest, il mondo che ti si apre davanti si burla di te, facendoti zompare giocosamente tra la familiarità di un ambiente che sembra non troppo estraneo e le centinaia di secoli che ci separano da quell’era così remota e aliena.

Distante eppure vicino, sembra dirci Roy Lewis che, attraverso quest’opera decisamente inetichettabile, ci racconta le vicende di una famiglia di uomini scimmia, le difficoltà nell’affrontare lo stato di natura, l’arretratezza degli strumenti e gli ostacoli ambientali. Ma la tecnica narrativa scelta dall’autore, cioè un anacronismo magico, ci proietta in un linguaggio e in un modo di pensare molto affini ai nostri, quasi venissimo presi in giro al fine di farci sentire non così evoluti come vorremmo credere.

In questa compagine di amici pelosi dalla fronte sporgente incontriamo il padre di Ernest, il capo della tribù, vero protagonista della vicenda. Caparbio e iperattivo, è sempre alla ricerca del modo giusto per migliorare le condizioni di vita della sua famiglia, attraverso idee e innovazioni. La sua figura (che dà anche il titolo al romanzo, “Il più grande uomo scimmia del Pleistocene”, maldestra traslazione del titolo originale “The Evolution Man”) ci accompagna per tutto il racconto, mentre di volta in volta un evento casuale oppure un’intuizione geniale permette al suo cervello di comprendere i meccanismi della natura con il fine di manipolarne le potenzialità: il fuoco, le armi, l’arte, le manifatture, tutto procede in una “tecnologizzazione” della vita tribale.

In mezzo all’entusiasmo per le nuove scoperte che pian piano permettono alla tribù di versare in condizioni di maggior agio incontriamo zio Vania, forse la figura più emblematica del romanzo. Zio Vania è un conservatore, un naturista che guarda con manifesta diffidenza ai progressi tecnologici della tribù: «Tu, mi dispiace dirlo, stai cercando di migliorare te stesso» dice zio Vania rivolto al papà capo-tribù, «e questo è innaturale, disobbediente, presuntuoso, e potrei aggiungere volgare, piccolo-borghese e materialistico!»

Il linguaggio di questi uomini scimmia è moderno, parlano di industria, progresso, elettricità, scienza, e l’anacronismo linguistico ci mette sempre nella scomoda posizione di sentirci fin troppo vicini a questi ominidi normalmente considerati come un’antica traccia di ciò che siamo diventati. Di certo, oltre a essere un elemento originale e divertente, questo è anche il contenuto più emblematico e direi politico del romanzo: l’eterna questione tra legittimità etica e progresso, il rapporto tra l’origine e il futuro, il mito di Prometeo riscritto con un tono di amara comicità. Il confine tra la manipolazione della natura e la conoscenza del mondo, di tutto questo si discute nel romanzo “The Evolution Man”, classe 1960 e cinquantaquattro anni portati davvero alla grande.

Ritroveremo noi stessi in zio Vania oppure nel grande capo-tribù, nei talenti di Oswald e Alexander oppure nello sguardo filosofico di Ernest, il protagonista e narratore? Saremo sufficientemente intelligenti da sentirci uomini scimmia o abbastanza ottusi da non riscontrare nessuna somiglianza con questi nostri eccentrici antenati? Sotto la coltre di sarcasmo narrativo, il messaggio di Roy Lewis è molto forte: che cosa è legittimo, che cosa no? Dove stanno i confini e quali vanno valicati? Il mondo è davvero cambiato così tanto, dalla selce che sprizza scintille per fare il fuoco alle testate atomiche in attesa del lancio, oppure siamo sempre i soliti ominidi che ignorano i moniti dello zio Vania di turno, sottraendo il fuoco agli dei e dimenticandoci di dubitare delle nostre certezze, proiettandoci verso il disastro?

Un romanzo che non lascia per niente indifferenti.

E se lo fa, significa che il più grande uomo scimmia del Pleistocene era davvero molto più evoluto del più intelligente tra i nostri contemporanei.

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(precedentemente pubblicato qui)