MARTEDÌ SBERLE: Il Nichilista della Domenica

La vita è con ogni probabilità insensata, come una lattina di Red Bull lanciata nel vuoto siderale o un vaso di gerani che, cadendo dalla stratosfera insieme ad una balena, si rammarica per la ripetitività del suo destino. Semicit.
Ma questo non significa che le tue azioni siano conseguenti a questa presa di coscienza. Non significa che il tuo lavoro, i tuoi comportamenti, le tue idee siano la risposta che hai sagacemente fornito al destino, a questa mancanza di senso. Non vuol dire affatto che, una volta riconosciuta l’assenza di significato che il mondo porta con sé, tu abbia deciso di mostrare il tuo dito medio filosofico rispondendo al mondo: “Allora vieni a prendermi!”
Tu non sei nichilista. Per essere nichilista ci vuole una dose di coraggio, idiozia e malvagità da rendere geneticamente rara la predisposizione a questo pensiero. E se stai leggendo queste righe sul mio blog, dalla tranquilla placidità della tua cameretta (proprietà dei tuoi genitori, ndr) o dal tuo studio professionale, stai pur tranquillo che la genetica non ti ha designato come nichilista. Tu non sei davvero nichilista, dici di esserlo al fine di poterti infilare nelle mutandine della tua compagna di corso, o di far colpo sul circolo letterario in cui vorresti entrare, ma senza passare dalla porta principale come tutti. Dici di essere nichilista al fine di distinguerti dalla massa. Ma tu sei massa.
La vita non ha alcun senso, probabilmente hai ragione, ma tu non sei affatto annoverabile tra quei pochi pazzi che hanno autenticamente abbracciato questa consapevolezza. Anzi, tu perseveri nel tentativo di attribuire un senso alla tua vita, al mondo che ti circonda, in modo spasmodico e solo apparentemente ribelle. Se questo lo dico con certezza è perché lo faccio anche io, ogni giorno.
E non fraintendermi: pure io, per una piccola porzione della mia esistenza, ho cercato di giustificare ciò che facevo, pensavo e dicevo con la consolatoria formula: “Tanto è tutto privo di senso”, ma questo non significava abbracciare l’insensatezza della vita, quanto piuttosto affermare la mia necessità di giustificare ciò che sono, ciò che desidero, ciò che aspiro a diventare. Pure io, per un limitato periodo di tempo, ho cercato di guardare al mio lavoro, alle mie idee, alle mie spasmodiche azioni prive di logica, dicendomi che potevo fare qualsiasi cosa, visto che la vita è priva di senso. Pure io mi sono lanciato in progetti idioti, missioni suicide, al solo fine di riempire di senso la mia vita ma giustificandomi dicendo che tanto è tutto inutile, vacuo e futile. Ma mentre me lo dicevo, non ne ero davvero convinto. Così, alla fine, mi sono arreso: sono un tizio normale e faccio quel che faccio per narcisismo.
Nemmeno tu ne sei convinto quanto lo dici, perché sei un essere umano normale. Nemmeno tu vuoi abbracciare questa consapevolezza, preferisci riempire il vuoto con il narcisismo. Tu non sei Diogene il Cane, non ti aggiri nudo per la piazza sputando sui piedi dei nobili con una lanterna in cerca dell’uomo, sapendo che la cerca stessa è priva di senso. Tu non sei Gengis Khan, che in risposta alla privazione di senso della vita risponde massacrando trenta milioni di persone. Tu non sei Dostoevskij, che alla mancanza di significato di ogni cosa oppone una letteratura geniale e al tempo stesso imbecille, che finisce per consumare ogni energia, possibilità, barlume di speranza. Tu non sei Breivik, che fa la guerra all’insensatezza della vita imbracciando un fucile a ripetizione e sparando a una novantina di giovani attivisti di sinistra: tu, in quel palcoscenico, sei uno dei giovani di sinistra, non il carnefice.
Perciò, la vita è insensata? Certamente, il senso è qualcosa che l’essere umano costruisce, edifica, impone, prescrive. La vita non sa cosa sia il senso, il fine, lo scopo, l’obiettivo. Ma tu non agisci spinto dalla consapevolezza di ciò, agisci spinto dalla necessità di riempire il vuoto. Agisci spinto da un narcisismo necessario a salvarti la vita, a non trasformarti in un Diogene o in un Breivik, agisci nel bisogno di produrre un senso, laddove di senso non ce n’è. Se fai l’assicuratore o il barista, il musicista o l’impiegato, se fai lo youtuber o il correttore di bozze, se ami o sei amato, se ti circondi di amici e parenti, se festeggi le ricorrenze, se leggi libri al fine di raccontarne la trama al bar, se vai al cinema a vedere The Avengers o Fellini, se ti vesti allo scopo di demarcare un’appartenenza, se usi il denaro per comprare l’ultimo libro di Onfray o ti abboni a Netflix/Spotify/Sky, se hai un account Paypal, se affermi le tue convinzioni politiche, religiose, economiche su Facebook, se lasci un mi piace ai video che ti piacciono e scrivi commenti corrosivi sotto a quelli che detesti, se usi anche solo il linguaggio dei gesti per persuadere qualcuno della tua bontà, se fai tutto questo o anche solo una di queste cose, tranquillo, sei come tutti gli altri e non c’è alcun motivo per dare alle tue azioni una veste che non calza.
La vita è certamente priva di senso, ma nessuno vuole davvero rendersene conto. Altrimenti, tocca diventare Diogene o Breivik, e questa non è affatto una cosa bella.
La vita è priva di senso, ma è meglio agire come se ne avesse.
E tu non sei un nichilista, sei solo l’ultimo dei narcisisti.

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Libro del Mese di Luglio

La biblioteca condivisa dei miei Mecenati cresce sempre di più, ma dopo molti moderni e contemporanei, è giunto il momento di spostarci nell’antichità!

Per il mese di luglio ho infatti deciso di proporre come Libro del Mese un trittico platonico: “Apologia di Socrate”, “Simposio” e “Fedone”! La morte, l’amore e l’anima sono i protagonisti di questa trilogia concettuale così fondamentale per comprendere a fondo il nostro modo di pensare e di vivere le criticità della vita. Probabilmente i tre dialoghi più famosi, ma anche più complessi e di difficile interpretazione, proprio per la quotidianità e l’intimità di ciò che in essi viene espresso!

Ovviamente, come sempre il libro verrà da me acquistato e spedito a casa, corredato da scheda di lettura che faciliti la comprensione delle opere. Se non volete perdervi questa occasione, aderite al mio Programma Patreon al livello 6 non oltre il 1 luglio! Avrete accesso a corsi online gratuiti, hangout collettivi mensili, contenuti esclusivi e racconti inediti! 😀

Vi aspetto su Patreon!

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Storia d’Altri

Di storie così se ne possono leggere in ogni dove, in ogni quando, non c’è un interstizio dell’esistenza in cui questo tipo di narrazioni non possano trovare posto, non perché la storia sia così comune ma perché questo tipo di storie, proprio come il tipo di storia che sto raccontandovi, si infila nei posti più impensati, nel cappuccino a colazione, tra i documenti sulla scrivania, nella chiacchierata tra due amanti dopo il coito, ovunque queste storie gocciolano, s’insinuano, fingono e dissimulano, esattamente come l’uomo di cui la storia narra, un uomo come tanti non perché comune, ma perché ha adottato così tanti volti da perdere traccia di ogni origine, di ogni nome, un uomo che ha vissuto mille vite fino a non viverne nemmeno una, e mi direte, Ma insomma, quante volte abbiamo sentito questa storia, e io vi rispondo, Lo vedete che queste storie s’insinuano dappertutto, però ecco, ciò che non avete visto finora è la fine di un uomo che non ha origine, che tra le mille vite ne ha vissuta una da contabile, strutturando i piani fiscali di esistenze di cui non gliene importava nulla, per poi diventare agrimensore del proprio vuoto, misurando in chilometri e forse miglia l’inutilità di aver imitato, dissimulato, falsificato fino allo spasimo del perdersi tra le maschere, convincendo se stesso ma non la sua vita di quanto fosse inutile adottare un nome, un’identità, convincendo se stesso ma non la sua vita di quanto fosse inutile vivere una sola vita, al punto che durante le notti nascoste dietro identità d’altri si ripeteva nell’insonnia, E domani chi vorrò essere, si ripeteva, Un avvocato in difesa delle cause dimenticate oppure un commesso viaggiatore che percorre il mondo in cerca della prossima vita da rubare, ecco cosa si ripeteva, ma poi anche, Potrei diventare re o regina ma sarebbe una condizione troppo dittatoriale che mi impedirebbe di sparire facilmente, perché vedete quest’uomo, un uomo che ha attinto al senso e al significato di tutti fino a perdere ogni senso e ogni significato proprio, ha vissuto così tante vite da nascondersi in ognuna di esse, nascondersi da che cosa poi, questo solo dio lo sa (e non pensate che la velleità di rubare la vita di dio non l’abbia sfiorato durante le peripezie che qui vi racconto, ma valeva il medesimo ragionamento fatto sul re e la regina), ma si è insomma nascosto così bene e in così tanti nascondigli impensabili, come la vita di un giardiniere che cura cespugli a immagine e somiglianza della propria insipienza, come il marito di una donna in carriera che suggeva linfa vitale da figli avuti da chissà quale rapporto sessuale passato, in così tanti nascondigli impensabili ha perduto le trame dei proprio obiettivi che ora lo potete osservare lì, sul ciglio di un precipizio al quale non sa dare un nome, per aver camminato sul bilico di qualche cornicione anonimo, nella veste di un suicida, ma non sa più se quel suicida sia lui oppure un altro, non sa se la morte che desidera sia la morte della sua vita o della vita di qualcun altro, e allora continua a ripetersi tra denti digrignati, Ma chi è che vuol morire, sono io a volermi gettare oppure è l’ultima vita che ho imitato, così pensava ad alta voce il malcapitato, ma nemmeno sappiamo se il male sia capitato a lui oppure a un altro, chissà di chi è quella vita che parla sul precipizio, fatto sta che questa storia finisce con la morte di un uomo che non sa assolutamente capire né ha il minimo indizio se quella morte gli appartenga, esattamente come la vita che si è tolto, non sa minimamente se quell’uomo che è morto sia lui oppure non sia lui, e mentre cadeva dal cornicione rideva per la stupidità di non aver vissuto manco una vita vestendone un migliaio, mentre cadeva piangeva della comicità di essersi tolto una vita che nessuno in realtà gli aveva messo addosso, e si chiedeva, Sono io che muoio oppure è qualcun altro, ma non ha finito la frase che l’asfalto se l’era già preso, infine.

Anche – su Brian Dettmer

Pensiamo altrimenti.
Altrimenti, pensiamo.
dett1Si parte sempre da un’ipotesi folle, dalla (non) necessità di un sentiero alternativo. Hai mai pensato d’altri? E Altro? L’hai mai pensato, l’Anche? Hai mai pensato come penserebbero anche altri, pensando che Altro sei tu? Cos’è mai il pensiero se non questo.
È cosa strana, pensare. Perché non è solo pensiero, è Anche pensiero.
Non si direbbe qualcosa che abbia a che vedere solo con la fame e la sete, no. Né solo con un meccanismo fisico di causa ed effetto, magari elettrico, magari alchemico. Pensare è strano perché pensando ci si estrania. Si diventa Anche straniero, oppure si diventa, e anche basta.
Me lo sono immaginato spesso io, il primo pensatore della storia del pensiero, guardato dagli altri come oggi guarderemmo un eccentrico funambolo in procinto di inghiottire il fuoco. Me lo sono immaginato, deriso e temuto da tutti, mentre si chiedeva: “E se così non fosse? E se fosse Anche altro?” Continua a leggere “Anche – su Brian Dettmer”

La disabitudine alla vita

Ciò che ci viene mostrato è esattamente ciò che guardiamo.
Guardiamo un corpo, un bambino, una spiaggia. Non vediamo la vita perché siamo disabituati a vederla. Ciò che non vediamo è ciò che non ci viene proposto con superficialità dai media. Noi guardiamo, ma non vediamo. Come quando rallentiamo in autostrada perché c’è un incidente e ciò che guardiamo, quando passiamo accanto al luogo dello schianto, è solo cadaveri, lamiere, carne. Non c’è altro perché, molto semplicemente, ci siamo disabituati a vedere. Ci scandalizziamo non per la morte o per la vita, ma perché quel cadavere, quel corpo, è così simile al nostro. Non è empatia, è immedesimazione.  Continua a leggere “La disabitudine alla vita”