MARTEDÌ SBERLE: Sberle al Vittimismo

“Per l’esistenzialista non c’è amore all’infuori di quello che si realizza, non c’è possibilità d’amore al di fuori di quella che si manifesta in un amore; non c’è genio all’infuori di quello che si esprime nelle opere d’arte: il genio di Proust è l’opera di Proust; il genio di Racine è la serie delle sue tragedie, fuori di esse non c’è nulla; e perché Racine dovrebbe aver avuto la possibilità di scrivere un’altra tragedia, se non l’ha scritta? Un uomo s’impegna nella propria vita, disegna il proprio volto e, fuori di questo volto, non c’è niente. Evidentemente questa idea può sembrare dura a qualcuno che non è riuscito nella vita. Ma, d’altra parte, essa dispone gli animi a comprendere che soltanto la realtà vale; che i sogni, le attese, le speranze permettono soltanto di definire un uomo come un sogno deluso, come una speranza mancata, come un’attesa inutile.”
Che sberla, in queste righe. È la sberla che richiama l’attenzione verso la realtà, distogliendola dalle aspirazioni, dalle aspettative, dai desideri. È la sberla che Jean Paul Sartre lancia ai suoi contemporanei, ancora intontiti dal trauma nazi-fascista, e che oggi lancia a coloro che scaricano la responsabilità delle proprie azioni sulle spalle di altri. È una sberla che ci impone a non considerarci vittime, ma artefici, tanto dei nostri successi quanto dei nostri fallimenti. Che ci ricorda come non esista nulla che non sia messo in forma, che non sia espresso, pronunciato, manifestato.
Christopher Lasch scrive: “È proprio questa la ferita più profonda inferta dalla vittimizzazione: si finisce per affrontare la vita non come soggetti etici attivi, ma solo come vittime passive, e la protesta politica degenera in un piagnucolio di autocommiserazione.” Il vittimismo non è “rendersi conto” di essere vittime, ma desiderare di potersi definire vittime al fine da giustificare quello che in vita non abbiamo saputo concretizzare. Siamo sempre più convinti che i nostri insuccessi siano il frutto di circostanze sulle quali non avevamo alcuna voce in capitolo, che i fallimenti vissuti ci siano stati imposti dall’alto, da qualche contingenza sfortunata che ci relega alla categorie delle vittime innocenti. Sarebbe sopportabile se ciò fosse sostenuto dall’incoerenza di trattare invece i propri successi come la manifestazione delle nostre capacità, poiché in quel caso il vittimismo sarebbe la semplice manifestazione di un narcisismo un poco perverso. Purtroppo le cose non stanno così, e il contraltare al vittimismo del “ho fallito perché il contesto non mi ha permesso di riuscire nei miei intenti” è la mancanza stessa di un tentativo di riuscita che ci riscatti da questa passività terribile.
Alcuni lettori in questo momento stanno pensando: “Belle parole, ma come la mettiamo con coloro che nel mondo non hanno nemmeno mezza possibilità di riuscire nella vita? Il terzo mondo schiavizzato, i cinesi nelle fabbriche Foxconn, eccetera eccetera”. Ecco qual è il contraltare al vittimismo: spostare lo sguardo su ciò di cui non si sta parlando. Cambiare discorso insomma, perché è evidente che il discorso di Sartre, il mio, quello di Lasch non si riferisce alle situazioni del mondo in cui il fallimento è la condizione esistenziale e reale dell’essere vere vittime. Il nostro discorso si riferisce a noi, al nostro mondo, a questo mondo che è costruito sulla possibilità stessa di fare della propria vita ciò che desideriamo. E non ci servirà a nulla dire “guarda di là”, alla fine dei conti arriveremo al punto in cui dovremo guardare a noi stessi, a me stesso, dicendomi: “Cos’ho fatto di me stesso?”
E lì, non ci sarà amore se non l’amore vissuto, non ci sarà poesia se non la poesia espressa, rischiata, lanciata, non ci sarà opera letteraria se non quella scritta e pubblicata, non ci sarà vita se non quella che ho vissuto come desideravo, prendendomi tutto ciò che essa porta con sé: gli errori, e la responsabilità di quegli errori, i successi, e i dolci frutti di quei successi.
Non c’è Martedì Sberle all’infuori del Martedì Sberle scritto di martedì.

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Sopravvivenza e Rivoluzione

Di quale forza oscura vuol essere vittima oggi, signore?

sopravvivere-300x156Ogni giorno un uomo a una dimensione si sveglia e sceglie l’istanza malvagia della quale essere vittima per poter rimanere perfettamente immobile. Questo enorme vittimificio che chiamiamo “società” produce ininterrottamente vittime immaginarie provenienti dai più disparati campi del sapere: psicologia, politica, economia. La lezione di Vico, ovvero che “questo nichilismo che ci piove sulla testa è risultato del mondo così come ce lo siamo costruito noi” passa inosservata, inascoltata, ignorata.
Qui non si tratta solo di restituire il dubbio privilegio alle vere vittime, quelle che ogni giorno vengono realmente mutilate della capacità di raccontarsi. Qui si tratta di mettere in discussione un paradigma sociale che ha radici molto più profonde rispetto al nostro quotidiano sentimento.
Il vittimismo trascendentale risponde infatti a tre bisogni primari: l’identità (se sono una vittima so perfettamente da dove vengo), la verità (la vittima ha per statuto divino la verità in tasca e non può per nessun motivo essere contraddetta) e innocenza (se sono vittima è perché un malvagio mi ha fatto diventare tale senza che ne avessi colpa). Il vittimismo trascendentale, sia ben chiaro, esula dal concetto di “vittima della storia” così come viene proposto. Anzi, il vittimismo trascendentale è proprio ciò che favorisce la creazione di nuove vittime della storia. Infatti, da dove nasceva la fabbrica di cadaveri nazista se non dal concetto di “recuperare qualche cosa che ci hanno sottratto”? Proprio nel concetto di “vittima” si annidava la retorica hitleriana (i tedeschi umiliati con Weimar, la germanicità mutilata con l’internazionalismo, i risarcimenti iniqui dopo la Prima Guerra Mondiale). In questo modo, ogni atrocità nasce dal “sentirsi depredati da qualche cosa”, da innocenti, e dalla volontà di ricercare in quella mancanza un’identità che ha come fondamento la verità inalienabile della vittima.
Non siamo più sopravvissuti, ma vittime. In quanto tali, non vogliamo più la Rivoluzione, ma un Risarcimento.
Non è forse tutta la retorica politica contemporanea figlia di questo concetto? Ogni comizio avvenuto negli ultimi cento anni (sì, a partire dal balcone mussoliniano) è impregnato del Discorso della Vittima: “Ci hanno ingannati/truffati/defraudati e NOI siamo qui per riprenderci ciò che è nostro, da vittime!”, discorso peraltro sempre più presente nella bocca dei carnefici.
Nietzsche aveva ben chiaro questo meccanismo e proprio in questo corto-circuito si riconosce la “morale dello schiavo”, quella secondo cui non si agisce soltanto nel nome di una castrazione: “Subisco, dunque sono” sembra dire la vittima trascendentale, diffondendo il contagio che impedisce all’uomo di trovare la sua vera vocazione, ovvero: “Agisco, dunque sono”. La “morale dello schiavo” è l’atteggiamento nei confronti della realtà che ci vede eternamente succubi di un significante universale, di una legge divina, di un peccato originale e che il cristianesimo, lungi dall’averci sollevato da questo fardello con la crocifissione, ha impresso indelebilmente nella nostra anima trattandoci come i figli ritardati della creazione: “Faccio io, voi non siete capaci” sembra dire Gesù prima di spirare per i nostri peccati. Ancora una volta, la storia si dipana come la sottrazione di una sovranità, persino quella di sacrificarci per una colpa, di pagare per un debito.
Nel 2015 la retorica è rimasta la stessa. Slogan come “Riprendiamoci ciò che è nostro” sottintendono che qualcuno diverso da noi ce l’abbia sottratto (lo straniero, Satana, il cinese o il malvagio operatore di Wall Street, icone intercambiabili); “Restiamo umani” è pregno di una critica alla tecnologia, come se la tecnologia non fosse emanazione del nostro stesso essere umani; infine, “L’Italia cambia verso”, in cui ogni declinazione dello slogan è stata improntata sull’incolpare “altri” che hanno rovinato chissà quale paradiso perduto. E la lista è lunghissima, dalle motivazioni che spinsero tanto Berlusconi quanto Grillo a scendere in politica, fino ad arrivare ai casi di Corona o dell’11 settembre. La vittima trascendentale è ovunque.
La crisi economica, ultimo esempio, costantemente mitizzata come un tuono celeste voluto dagli dei dell’alta finanza dei quali noi, innocenti e ignari, saremmo le vittime. La retorica della vittima trascendentale pervade ogni discorso pubblico e ormai inizia a contagiare anche la vita privata, cosa che rende sempre più difficile ragionare con chi è intimamente convinto di essere nel giusto nonostante ogni evidenza critica ci esponga tutti, nessuno escluso, come colpevoli. La vittima non conosce contraddittorio.
Bisognerebbe ritornare a quel capolavoro inaccettabile intitolato “I sommersi e i salvati”, testamento spirituale di Primo Levi che si sottrasse, prima di gettarsi tra le braccia della morte, alla retorica della vittima, proprio lui che era stato vittima del sopruso dei soprusi, ovvero l’olocausto nazista. Bisognerebbe insegnare a scuola il concetto di “zona grigia” per evitarci l’incombenza di considerarci “bianchi” in un mondo di “neri” (o viceversa, e non solo con un connotato razziale). Bisognerebbe renderci conto che il mondo lo facciamo e lo disfiamo noi, ma che per “rifarlo” c’è bisogno di una presa di coscienza: il vittimismo trascendentale ci impedisce di agire, e l’agire è l’unico modo per rimettere insieme i pezzi di un mondo disintegrato dalla stasi.
Non siamo vittime, siamo sopravvissuti. E un sopravvissuto ha persino la possibilità di essere colpevole, inaccettabile, maledetto e forse dannato. Non abbiamo bisogno di identità, ma di Rivoluzione, perché l’identità, che sia della vittima o del carnefice, ci spinge a reiterare i meccanismi che ci rendono ciò che crediamo di essere, abbandonandoci quindi in una stasi metafisica. Non vogliamo la verità assoluta che arriva sempre troppo tardi per poter fare qualcosa, vogliamo le verità frammentarie e parcellizzate che entrano in conflitto tra loro per rimettere in movimento il discorso della storia. E se quelle verità risulteranno inaccettabili, brutte, parziali, allora ci penserà la storia stessa a ricucirle tra loro per darci un nuovo destino, una nuova immagine del mondo (ancora meglio: un’immagine del mondo nuovo). Non vogliamo l’innocenza poiché non siamo innocenti e, guardando bene a come funziona l’universo, oserei dire che l’innocenza assoluta non esiste se non nella fantasia degli scrittori. Vogliamo sporcarci le mani, vogliamo mettere le dita nei meccanismi del mondo, deviarli, vedere cosa succede dopo che abbiamo sovvertito gli ingranaggi. Vogliamo sperimentare liberamente, cambiare, mutare. Vogliamo “diventare” umani, non restare tali, perché umano non è ciò che subisce passivamente e che nel ruolo vittima re-agisce; umano è ciò che si trasforma agendo, ciò che sopravvive, che rivolge, stravolge, sconvolge.
Se davvero vogliamo fare qualcosa durante questa breve permanenza in un’epoca così disgraziata, dobbiamo smetterla col sentirci succubi di un dio onnipotente, da schiavi, guardare verso l’alto e, sentendoci figli illegittimi di un dio inconsistente, urlare: “Sono ancora qui!”
Insomma, sopravvivere e fare la Rivoluzione, prendendoci sulle spalle tutte le conseguenze che questo inaccettabile e pericolosissimo gesto comporta.
Nel frattempo, se possibile, farci una risata colpevole.